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Economia

La Flat tax : significato e “pro e contro” a confronto

In questo articolo noi vorremmo soffermarci sulla Flat Tax, una riforma spesso spiegata o interpretata erroneamente, e specialmente capire il suo impatto sul sistema fiscale italiano.

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del prof. Giuseppe Chirichiello

Cari amici,
il governo attuale viene definito “governo del cambiamento” ma come osserva il senatore Matteo Renzi: Il tempo vola e il nuovo Governo ha già compiuto un mese. Decreti approvati: due. Uno per dare una proroga ai benzinai sulla fatturazione elettronica, uno per affrontare la questione del Tribunale di Bari.” E poi prosegue ricordandoci:” E le promesse della campagna elettorale? Nel primo consiglio dei ministri avevano promesso di abolire la Fornero, fare la Flat Tax al 15%, introdurre il reddito di cittadinanza con 780€ al mese che diventavano 1680€ per una famiglia con due figli, rimpatriare seicentomila clandestini. E invece il Governo è fermo a zero. “

In questo articolo noi vorremmo soffermarci sulla Flat Tax, una riforma spesso spiegata o interpretata erroneamente, e specialmente capire il suo impatto sul sistema fiscale italiano. Non essendo noi esperti del settore economico abbiamo chiesto aiuto al Professore ordinario, titolare di cattedra di Economia Politica dell’università la Sapienza Giuseppe Chirichiello.

Cos’è la flat tax?

Se dovessimo limitarci al significato “facciale” del termine “flat-tax” (ma la dizione inglese completa è “flat-rate income tax”) potremmo riferirci ad esso con la traduzione letterale “aliquota piatta”. Il termine “aliquota” indica la percentuale di reddito tassabile da restituire al fisco sotto forma di imposte (“le tasse”) e l’aggettivo “piatta” sta per costante. Dunque, flat-tax = aliquota costante. Il concetto di “aliquota proporzionale costante” potrebbe anche enunciarsi con uno slogan del tipo “tutti i redditi imponibili, qualunque sia il loro livello, la loro natura o la fonte di provenienza, pagano ai fini fiscali tutti la stessa percentuale”.


Inizialmente, della flat-rate tax, sono state avanzate due proposte politiche: una la cui percentuale è del 23% del reddito imponibile (versione Forza Italia), l’altra la cui percentuale proposta è del 15% del reddito imponibile (versione Lega Nord).
L’aliquota “piatta” si contrappone all’imposta progressiva, che caratterizza l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), la quale invece prevede un’aliquota differente a seconda del livello del reddito imponibile.

Sistema Fiscale italiano

Quest’ultimo viene suddiviso in “scaglioni”, a ciascuno dei quali si applica un’aliquota (la “percentuale” di imposta) differente. La caratteristica della progressività è che l’aliquota è variabile e crescente al crescere dello scaglione di reddito a cui è riferita. Attualmente le aliquote Irpef sono cinque (sei se si include un’aliquota zero, che si applica sui redditi esenti, da zero a 8 mila e 174 euro): un’aliquota del 23% sui redditi fino a 15mila euro, la quale aumenta al 27% per un reddito imponibile (“lo scaglione”) compreso tra 15mila e 28mila euro. Oltre questa soglia, l’aliquota aumenta al 38%, e così via fino all’ultimo scaglione, fissato sopra i 75mila euro. La quota di reddito che supera quest’ultimo importo, viene tassata con l’aliquota massima del 43%.

L’Irpef fu introdotta nel 1974, con l’obiettivo di creare una tassa “onnicomprensiva”, che colpisse tutti i redditi del contribuente. La logica iniziale era duplice: tener conto nella base imponibile dell’effettiva capacità contributiva delle persone, e realizzare un principio di equità chiaramente espresso nell’art 53 della Costituzione che recita “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.” Molti osservatori, giornalisti, politici e studiosi (per tutti si veda l’ampia raccolta di saggi a cura di B. Bises Il progetto di riforma tributaria della Commissione Cosciani, il Mulino, Bologna, 2014) sono tuttavia concordi nel ritenere che entrambi gli obiettivi non siano stati realizzati.


Il sistema fiscale vigente, è molto lontano da quello ideale tracciato dalla nostra Costituzione, e le forze che tendono a far divaricare il modello fiscale “materiale” rispetto a quello ideale sono ancora molto attive e potenti.


Il sistema vigente, infatti, oltre all’IRPEF, prevede anche l’IRES. Ad esse potremmo aggiungere anche IRAP (Imposta regionale sulla Attività Produttive) che però, essendo un’imposta regionale meriterebbe considerazioni a parte (prevede un’aliquota base del 3,9%, ma le regioni possono applicare un punto in più o in meno, e differenziare a seconda dei settori produttivi). Alcune versioni della flat-tax integrano la proposta con la tesi dell’abolizione anche di IRAP ed IMU. Nel seguito di questa nota ci limiteremo a considerare le sole imposte del sistema fiscale centrale
L’IRES (Imposta sui redditi delle società) si applica a tutte le forme di società previste dal codice civile, dalle srl, alle spa fino ad includere le società cooperative.

Essa prevedeva fino al 2017 un’aliquota unica del 27,5%, che a partire dal 2018 (per la legge di stabilità del dicembre 2017) è pari al 24%. L’ideale quadro della progressività della Costituzione si frammenta ulteriormente a causa di varie forme di elusione ed erosione della base imponibile. Con il primo termine (l’elusione) si fa riferimento alla possibilità di alcune categorie di contribuenti di “schermare” in vario modo i redditi di persona come redditi societari, in modo da sottrarli alla progressività dell’Irpef per farli rientrare nella tassazione proporzionale IRES, mentre con secondo termine (l’erosione) si fa riferimento ad una serie di agevolazioni (dalle spese mediche, alle spese per ristrutturazione degli immobili, dalla esclusione della rendita sulla prima casa, alle tasse universitarie, alle spese per l’acquisto di mobili, per il risparmio energetico e così via), alla detassazione dei premi di produttività e regimi agevolati (quali contribuenti minimi e associazioni).

Tali regimi speciali e agevolazioni, giustificati di volta in volta da particolari situazioni contingenti, stratificandosi nel tempo inducono, le prime, effetti che alterano le scelte di consumo, in quanto talune spese vengono talora effettuate al solo scopo di evitare la collocazione del reddito imponibile nello scaglione superiore, circostanza che farebbe subire il gravame della progressività sulla parte di reddito contenuta nello scaglione superiore, le seconde, ulteriori opportunità di sottrazioni di base imponibile. I sostenitori della progressività delle imposte, come principio, avanzano due argomenti: –Il primo è di “equità verticale”. È giusto, si sostiene, che chi guadagna di più contribuisca di più alle necessità di finanza pubblica.

Il secondo argomento è che la tassazione progressiva realizza una più equa redistribuzione del reddito, attenuando la distanza tra “ricchi” ed i “poveri”.
Vi è anche un’ulteriore nozione di equità, quella “orizzontale”, che richiede che redditi uguali siano tassati in percentuali uguali, senza discriminare tra le differenti fonti di reddito.
È un lungo, ed annoso, dibattito, che coinvolge anche l’effettività ed efficacia di una politica redistributiva del reddito affidata al prelievo fiscale, invece che alla spesa, e che richiederebbe un approfondimento ben più ampio.

Ma, per limitarci al caso italiano, il modello effettivo di sistema fiscale fin qui realizzato garantisce almeno l’equità verticale?
La risposta è no.

Si consideri il caso di un lavoratore dipendente che ha un reddito di 30 mila euro. Essendo assoggettato ad un’aliquota marginale irpef del 38%, tenuto conto che per gli scaglioni di reddito precedenti matura un debito d’imposta di 6 mila e 960 euro, egli pagherà sui 2mila euro eccedenti il limite di 28mila, ulteriori imposte 760 euro, per un totale di 7 mila e 720 euro.
Si consideri ora un proprietario di 45 appartamenti affittati in media ad 800 euro al mese, per un reddito totale ottenuto dagli affitti pari a 36 mila euro circa. Detto proprietario ha l’ovvia convenienza ad optare per la cedolare secca, che applica un’aliquota pari al 21%. Egli, perciò, pagherà d’imposta 7 mila e 720 euro circa, tanti quanto il lavoratore dipendente, che però guadagna solo 30 mila euro rispetto ai 36 mila euro del proprietario di appartamenti.

Il sistema attuale, dunque, viola il criterio dell’equità verticale. E’ facile intuire che anche l’equità orizzontale è violata, in quanto 30 mila euro da lavoro dipendente pagano quasi il doppio delle imposte di 30 mila euro provenienti da bot, i buoni ordinari del tesoro, ai quali si applica un’aliquota del 15% e che quindi pagano 4 mila e 500 euro di imposte.
Il quadro fin qui delineato è sufficiente a far comprendere le ragioni a sostegno delle posizioni che vedono l’urgente necessità di riformare il sistema fiscale italiano vigente, al di là delle petizioni di principio.
In questo stesso quadro ora è possibile contestualizzare la flat-tax, analizzandone poi le tesi a favore e contro.

Iniziamo dal primo quesito: la flat-tax riduce le tasse “ai ricchi” e penalizza “i poveri”?

La risposta è: si, però…

Infatti, con riferimento all’IRPEF, ipotizziamo una flat-tax al 23%. Questa è la più bassa aliquota “marginale” (così vengono denominate nel sistema progressivo le singole aliquote che si applicano ad un determinato scaglione di reddito, per cui ad un reddito ad es. di 35 mila euro di imponibile si applicherà l’aliquota marginale del 23% fino a 15 mila euro, del 27%, l’aliquota marginale da 15 mila a 28 mila, su 13 mila euro, del 38% sui restanti 7 mila euro). Questo nostro ipotetico contribuente, dunque, che attualmente pagherebbe 9 mila e 620 euro, con una flat-tax al 23% pagherebbe 8 mila e 50 euro, risparmiando in un anno mille e 570 euro, pari a circa 131 euro mensili.

Quanti sono i contribuenti nella situazione dell’ipotetico contribuente dell’esempio, e può questo tipo di contribuente essere classificato come “ricco”?

Non c’è dubbio che per gli scaglioni elevati di reddito con la riforma della flat-tax si realizzerebbe una sostanziale riduzione del carico fiscale. Se per “ricco” convenzionalmente intendiamo i titolari di redditi (lordi) superiori a 60 mila euro, scopriamo insieme che il numero dei contribuenti che godono di tale fascia di reddito sono 1 milione e 780 mila circa, che costituiscono il 4% dei contribuenti. Altri commentatori hanno fatto confronti tra chi si avvantaggerebbe di più, e chi meno. Ma se adottiamo il criterio (peraltro comunemente adoperato nella teoria economica) secondo il quale è accettabile tutto ciò che avvantaggia qualcuno senza danneggiare qualcun altro, dobbiamo ammettere che le aliquote del 15% e del 20% non danneggiano gli attuali contribuenti “incapienti” e avvantaggiano tutti i contribuenti con imposta netta positiva, anche se i contribuenti “ricchi” si avvantaggiano di più.

Come cambierebbe questo scenario con la flat-tax?

Ovviamente dipende da come essa viene disegnata. Rispetto ai precedenti orientamenti, che indicavano le alternative del 15% o del 23%, sembra ora prevalere un orientamento delle forze di governo a favore di un sistema “duale”, con aliquote rispettivamente del 15% per i redditi fino ad 80 mila euro e del 20% per redditi da 80 mila in su.

Questo disegno dovrebbe sottrarre la flat-tax alla ipotesi di possibile incostituzionalità rispetto al disposto dell’art. 53 della Costituzione. Infatti, la progressività già disegnata dal sistema duale delle aliquote verrebbe ulteriormente rafforzata dalle detrazioni previste.

A tal fine è stato ipotizzato un meccanismo di detrazioni così concepito: 3mila euro per ogni componente del gruppo familiare fino a 35 mila euro di reddito; da 35mila a 50 mila le deduzioni di 3 mila euro sarebbero limitate ai solo familiari a carico, al di sopra dei 50mila euro nessuna deduzione. È stato però osservato (Dario Stevanato) che il sistema delle deduzioni di fatto sposta la base imponibile dal reddito personale al reddito familiare.
Il soggetto fiscalmente rilevante diventa infatti la “famiglia fiscale”, e ciò espone l’impianto ad un diverso tipo di “censure”, fondato sull’art. 3 e l’art. 53 della Costituzione, e relativo al principio di uguaglianza tributaria. A parità di capacità contributiva, infatti, verrebbero trattate in modo penalizzante le coppie sposate rispetto ai single e alle coppie non sposate.

Il cumulo dei redditi della coppia farebbe infatti scattare, ad un certo punto e più facilmente, la più elevata aliquota del 20 per cento, che invece non si applicherebbe considerando i redditi dei singoli individui separatamente. Ci si troverebbe insomma in una situazione del tutto analoga a quella che portò la Corte Costituzionale a dichiarare l’incostituzionalità del cd. “cumulo dei redditi”, secondo il quale ai fini della dichiarazione e del calcolo dell’imposta personale, i redditi dei coniugi dovevano essere cumulati (sentenza n. 179 del 1976).

Non essendovi ancora documenti ufficiali, siamo in ogni caso nel campo delle congetture, basate su dichiarazioni di esponenti del governo. Ammettiamo però che l’orientamento del sistema “duale” diventi effettiva decisione di politica fiscale.


Possiamo avanzare qualche tentativo di stima circa gli effetti di questo sistema duale sulle entrate complessive dell’imposizione. Il numero dei contribuenti che nel 2017 ha chiesto detrazioni per carichi di famiglia ammonta a circa 12 milioni. Di questi, rientrano nello scaglione fino a 35mila euro circa 10 milioni che si può ritenere abbiano diritto alla detrazione per numero di componenti del nucleo familiare. È possibile stimare il numero dei componenti delle famiglie a fini fiscali?

Dall’ultima indagine ufficiale di fonte MEF datata 2007 sappiamo che, a quella data, le famiglie che, a fini fiscali, erano composte di due, tre, quattro membri, e oltre, erano rispettivamente 6,2 milioni, 2 milioni(circa), 1,5 milioni (circa), 420mila circa. Il totale fa poco più di 10 milioni.
Possiamo perciò prendere a riferimento tali dati, assumendo un’approssimazione dell’ultimo termine a 300 mila famiglie. L’errore di stima, ed in mancanza di altri dati, non dovrebbe essere eccessivo. Tenuto conto delle rispettive detrazioni per classi di famiglie fiscali, il totale delle detrazioni risulta essere di circa 77,5 miliardi.Con la stessa fonte di dati, stimando anche le detrazioni per carichi di famiglia sugli scaglioni tra 35mila ed 80mila euro, si ottiene una somma di circa 6 miliardi di ulteriori detrazioni, per un totale di 83,5 miliardi.

A copertura di queste detrazioni vi sono 67,5 miliardi di detrazioni dell’attuale regime, che verrebbero soppresse, sicché il saldo netto di maggiori detrazioni è pari a 16 miliardi circa.Veniamo ora al calcolo del gettito. Il reddito imponibile nella fascia fino ad 80mila euro è 732 miliardi circa, che ad un’aliquota pari al 15% darebbe luogo ad entrate fiscali di 110 miliardi circa.Il reddito imponibile oltre gli 80mila euro è di 111miliardi che al 20% darebbe luogo ad un gettito d’imposta pari a 22 miliardi. Il totale delle entrate fiscali della nuova irpef è all’incirca di 132 miliardi. Al netto delle maggiori detrazioni di 16 miliardi il totale delle entrale fiscali fa 116 miliardi. Rispetto agli attuali 156 miliardi si avrebbe una riduzione delle entrate da imposta netta nel bilancio dello stato di 40 miliardi circa.
Questa è, dunque, la somma totale (stimata) che richiederebbe la copertura, o con riduzioni di spesa, o con l’aumento del deficit della pubblica amministrazione.

Preoccupazioni sulla flat tax

Ed è questa la più grande preoccupazione degli osservatori. Nell’attuale fase congiunturale, e fermo restanti i vincoli europei, un finanziamento in deficit di questa portata potrebbe esporre il nostro paese ad una reazione, anche speculativa, da parte dei mercati finanziari (che già per loro conto appaiono dall’umore volatile ed inclini troppo facilmente a ritenere il debito pubblico italiano “non sostenibile”). Il famigerato “spread” è proprio un indicatore approssimato della probabilità attribuita dai mercati finanziari al possibile “default” del debito pubblico.


Maggiore è lo “spread” dei titoli del debito pubblico italiano a 10 anni rispetto ai Bund tedeschi, più elevata è ritenuta la probabilità che il debito diventi insostenibile, più effettivamente la probabilità diventa elevata per l’aumento dei tassi di interesse e dunque maggiore diventa la spesa pubblica per il servizio del debito, con ulteriore aumento del debito.


Evitare di alimentare simili aspettative che possono indurre severi danni sia alla finanza pubblica che all’intera economia deve essere una delle priorità della politica fiscale.Si può ritenere senza dubbio che questa degli effetti sul deficit pubblico, ed a seguire sul debito pubblico, è l’obiezione più significativa alla flat-tax, atteso che la difesa dello statu quo basata sull’astratta nozione di progressività dovrebbe in realtà argomentare sulle ragioni per le quali tale progressività dovrebbe restare quella odierna, che grava sui soli redditi di lavoratori, pensionati e piccole imprese individuali.

A sostegno della Flat tax

I sostenitori della flat-tax avanzano una serie di argomenti a favore, in realtà non sempre documentati. Proviamo ad esaminarli. Il primo argomento è che la flat-tax semplifica notevolmente gli adempimenti dei cittadini contribuenti, eliminando anche il sostituto d’imposta con relativo prelievo fiscale alla fonte. Steven Forbes, il miliardario americano candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 1996, ha cristallizzato questa tesi in uno slogan famoso, secondo il quale pagare le tasse diventerà così semplice da poterlo fare “spedendo una cartolina”.


Ma l’introduzione, inevitabile per motivi di costituzionalità, di detrazioni, a cui si accompagna anche il cumulo dei redditi familiari, non rende il dovere fiscale così semplice come spedire una cartolina. La seconda argomentazione è che molti paesi hanno già adottato la flat-tax, ottenendo simultaneamente effetti positivi sul bilancio pubblico, e notevoli effetti positivi sulla crescita del prodotto interno lordo delle economie.


Si obietta, però, che le poche evidenze empiriche avanzate nella letteratura economica non confermano alcun legame tra crescita e flat-tax nei paesi che l’hanno adottata. Le “tigri baltiche” (Estonia, Lettonia, Lituania) tra le prime ad adottare la flat-tax a partire dal ’94 effettivamente hanno registrato un notevole balzo verso l’alto del tasso di crescita del prodotto interno lordo, ma è dubbio che esso sia attribuibile alla flat-tax, o piuttosto alla transizione da ex paesi socialisti all’economia di mercato.Altri paesi (circa quaranta in tutto) hanno adottato la flat-tax, ma a parte la Russia, si tratta di piccoli e piccolissimi paesi, molti dei quali “paradisi fiscali”, a cui recentemente si sono aggiunti i paesi europei ex-socialisti dell’Europa orientale. Nessuno dei paesi ad economia avanzata ha adottato questa modalità di tassazione.
Il piatto forte dei sostenitori della flat-tax è l’impulso alla crescita che potrebbe avere la nostra economia.

A sostegno di questa tesi vengono avanzate due argomentazioni.
-La prima si rifà alla cosiddetta ipotesi del “trickle down”, cioè dell’effetto “a cascata” che dovrebbe derivare dal fatto che, le classi di reddito superiore nella scala della progressività, avendo a disposizione, in conseguenza della minore aliquota della flat-tax rispetto all’attuale scala di aliquote marginali elevate, un maggior reddito disponibile ,spenderebbero di più attivando un meccanismo “moltiplicatore” attraverso la maggiore spesa.

Quest’ultima, creando maggiore domanda, finirebbe per favorire i disoccupati ed i redditi nella scala inferiore a causa della maggiore produzione ed occupazione, e dunque dei maggiori redditi diffusi. L’obiezione è che questo meccanismo è molto incerto, in quanto le classi abbienti hanno in realtà una propensione al consumo non è molto alta, né può ipotizzarsi che il meccanismo del trickle down si applichi alle imprese, la cui logica alla base degli investimenti in un’ottica di lungo periodo è di tutt’altra natura, e che già beneficiano di una sorta di flat-tax come l’IRES. In ogni caso, se pure si attivasse il meccanismo del “trickle down”, richiederebbe anni per esplicare i suoi improbabili effetti positivi, mentre gli effetti negativi di finanza pubblica sarebbero immediati.

-La seconda argomentazione sovrappone alla flat-tax un’antica argomentazione, molto in voga ai tempi di Ronald Reagan (40º presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 1981 al 1989), e che può etichettarsi con il termine “effetto-Laffer”. Quest’ultimo è l’autore della cosiddetta “curva di Laffer” molto discussa ma anche molto fraintesa. La tesi alla base della “curva di Laffer” sostiene l’esistenza di una relazione tra le entrate fiscali e le aliquote fiscali, la quale evidenzierebbe anche un livello di aliquota “proibitivo”, oltre il quale ogni aumento ulteriore dell’aliquota fiscale si traduce in una riduzione delle entrate fiscali complessive.

In realtà l’esistenza di tale aliquota che separa la regione proibitiva delle aliquote è solo una congettura, ed è teoricamente vera solo se tra pil reale ed aliquote fiscali esiste una particolare relazione in termini di elasticità del prodotto interno lordo (l’elasticità del prodotto interno lordo è la sua variazione percentuale rapportata ad ogni variazione percentuale dell’aliquota) che deve essere inferiore all’unità, cosa che è tutta da verificare.

Se l’elasticità è minore di uno, e se l’aliquota fiscale cade in tale intervallo “proibitivo”, ogni riduzione dell’aliquota si traduce in un aumento delle entrate fiscali. La spiegazione che viene data per l’effetto positivo sulle entrate pubbliche è simile alla tesi del “trickle-down”, ma passa attraverso l’idea che l’aliquota fiscale minore incentivo determinerebbe un maggior lavoro. Anche qui si sostiene che per effetto della riduzione dell’aliquota fiscale, l’incentivo al maggior lavoro migliorerebbe la produttività per lavoratore al punto tale che l’aumento del reddito della collettività che ne conseguirebbe causerebbe un incremento del gettito fiscale tale da compensare la riduzione causata dall’iniziale diminuzione dell’aliquota fiscale.
Tuttavia, non è detto che le attuali aliquote progressive al di sopra del preventivato 20% siano in tale intervallo proibitivo.

Associare dunque la flat-tax alla riduzione delle aliquote operata dall’amministrazione Reagan nel 1981 è del tutto improprio, ed in ogni caso con Reagan si ebbe, in poco tempo tra il 1981 e 1982, il raddoppio del deficit pubblico americano, evento che, si è detto, per noi oggi sarebbe estremamente dannoso.La teoria economica non aiuta a risolvere il dilemma del confronto aliquote progressive (graduate tax rate) o “piatte” (flat rate tax).Di tale confronto si è occupato il filone cosiddetto della “teoria della tassazione ottimale” di cui i capiscuola sono J. Mirlees e F. Ramsey.

La teoria della tassazione ottimale valuta i sistemi fiscali dal punto di vista del benessere sociale, ed ha presentato conclusioni a favore dell’aliquota proporzionale costante, cioè la flat-tax. Tuttavia, tali risultati nella letteratura sono giudicati non definitivi, in quanto dipendono fortemente dal modo in cui è formalizzato il modello, sicché in molti altri lavori si raggiunge l’opposta conclusione, cioè che è ottimale un’aliquota variabile, progressiva.

Per concludere…

In definitiva, la proposta della flat-tax evidenzia molti dubbi e poche certezze. Tra queste la promessa di futuribili, ma incerti benefici, a fronte della certezza di un maggior deficit “strutturale” a cui dovremmo poi, come paese, porre rimedio.
Se la si considera come espressione dell’esigenza di riformare l’attuale sistema fiscali, la flat tax un effetto positivo di riflessione sulle iniquità del sistema vigente lo ha già determinato.

Se la si considera come una manovra di alleggerimento della pressione sul “ceto medio” produttivo, essa andrebbe valutata molto attentamente, anche per i risvolti dell’inevitabile ripensamento che essa comporta al sistema di welfare nel nostro paese, anch’esso bisognoso di aggiustamenti ma con elevate esigenze di finanziamento e coperture. Basti pensare che l’intera spesa sociale assistenziale a carico dell’INPS di circa 46 miliardi di euro, poco più del nuovo deficit di bilancio che la flat-tax determinerebbe.


Se, infine, la si considera come il desiderio di inviare un segnale ai mercati, essa corre il rischio di alimentare ulteriori incertezze, che si aggiungono a quelle di cui la nostra economia è già portatrice. Cosa, forse, che nell’attuale situazione proprio non ci possiamo permettere.

                                                                                                                  Prof. Giuseppe Chirichiello
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