Connect with us

Politica

La direttiva europea sul copyright tra tutela della proprietà intellettuale e censura

Martedì 26 marzo il Parlamento europeo si è riunito in sessione plenaria a Strasburgo approvando in via definitiva una direttiva che ha fatto molto discutere, quella relativa alla tutela del copyright all’interno del mercato unico digitale.

Published

on

Martedì 26 marzo il Parlamento europeo si è riunito in sessione plenaria a Strasburgo approvando in via definitiva una direttiva che ha fatto molto discutere, quella relativa alla tutela del copyright all’interno del mercato unico digitale, con 348 voti favorevoli, 274 contrari e 36 astenuti. A dire il vero, ciò non è definitivo, dato che le direttive europee seguono spesso iter molto lunghi prima di ottenere l’approvazione finale; in questo caso bisognerà attendere l’approvazione definitiva del Consiglio dell’Unione europea, che si riunirà in data da destinarsi, in seguito alla quale gli Stati membri saranno chiamati a legiferare concretamente in merito entro due anni.

A tal proposito, si parla di direttiva e non di legge proprio perché quella approvata pochi giorni fa è solo un insieme di obiettivi (obbligatori) sulla base dei quali ogni Stato dovrà creare delle leggi specifiche. Visti i tempi concessi, presumibilmente vedremo gli effetti di questa direttiva non prima del 2021.

Ma di cosa parla questa direttiva sul diritto d’autore e cosa stabilisce? Forse è opportuno notare che una legge sul copyright esiste già – e infatti noi siamo già avvezzi a questa parola, conosciamo la SIAE, la Società che garantisce il rispetto del diritto d’autore in Italia, e più in generale sappiamo che nessuno può usare una creazione altrui e diffonderla (soprattutto per trarne profitto). Tuttavia ci sono alcuni casi particolari in cui si può condividere un’opera senza avere l’autorizzazione dell’avente diritto. Queste eccezioni non sono ben regolamentate in Europa e possono generare molta confusione, anche perché ogni Stato poi ha applicato norme più specifiche in materia di diritto d’autore. È allora che si è sentita la necessità di sistemare questa falla.
Inoltre, ai detentori dei diritti d’autore (che non sempre corrispondono agli autori delle opere) non spetta, spesso e volentieri, nessun compenso per il lavoro svolto. Pensiamo ai giornalisti di una qualsiasi testata giornalistica online e non, che potrebbero vedere i propri articoli divulgati su Facebook o su altri social network… senza vedere il becco di un quattrino. Sarebbe come scrivere un articolo su un giornale cartaceo e poi vedere questo periodico fotocopiato e distribuito gratuitamente: è ovvio che a quel punto al giornalista non arriverebbe nulla in tasca.

Questa direttiva sul copyright, finalmente, mette i punti sulle i riguardo alla questione soprattutto economica. Perché, ammettiamolo, riconoscere il diritto d’autore di un’opera non è solo un attestarne la paternità, ma anche il riconoscere i guadagni relativi a quest’opera allo spettante diritto, cosa che raramente (mai, per essere più realisti) è stata fatta fino ad ora.

Un’ottima direttiva, nevvero?

Però molte sono state le discussioni e le manifestazioni di protesta e di sostegno, relativamente, in particolare, a due articoli del decreto, i famigerati articoli 15 (ex-articolo 11) e 17 (ex-articolo 13). È indubbiamente stato il tema politico più “caldo” degli ultimi mesi, che ha visto la nascita di numerosissimi attivisti in tutta la nostra grande e sfaccettata comunità europea. Guardando alla nostra bella e poliedrica Italia, tra quelli che hanno sostenuto l’approvazione della direttiva troviamo nomi di spicco quali Ennio Morricone, Mogol e molti altri artisti; tra i detrattori, invece, figurano i nomi dei colossi dell’informazione, Google e Facebook in prima battuta, ma anche Wikipedia, la quale è stata oscurata dai suoi gestori giorno 25 come protesta contro la direttiva in questione. Tra i politici, vediamo il M5S e la Lega a sfavore della direttiva, mentre sono favorevoli il PD e FI; ovviamente troviamo anche qualche “ribelle” rispetto alla tendenza del proprio partito e qualche astenuto.

Per farla breve, questi due articoli incriminati fanno ricadere tutta la responsabilità relativa alla pubblicazione dei contenuti sui siti che li ospitano, pertanto i colossi dell’informazioni hanno la necessità di acquistare le licenze d’uso dai detentori del diritto d’autore. Tali autorizzazioni si estendono a tutti gli utenti del sito, che possono a quel punto pubblicare il materiale soggetto a copyright.

Se i siti non hanno queste autorizzazioni, invece, devono fare di tutto pur di bloccare la condivisione illegale di contenuti di cui non hanno diritto d’autore. È plausibile (ma non obbligatorio, secondo la direttiva) che ci saranno filtri di bloccaggio automatici atti a bloccare la diffusione illegale di questo materiale, dato che è umanamente impossibile controllare ogni post pubblicato da ogni essere umano del pianeta. L’utilizzo di questo strumento automatico potrebbe portare alla censura, poiché esso potrebbe prendere il sopravvento e, per una sorta di eccesso di zelo, bloccare la pubblicazione di contenuti originali erroneamente riconosciuti come lesivi del diritto d’autore, impedendo in questo modo la libera manifestazione di pensiero ed opinione.
“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, afferma il secondo comma dell’articolo 21 della nostra Costituzione, ma qui si corre il rischio di non vedere attuato il diritto della libertà di stampa se il nostro Parlamento legifererà in modo poco oculato in modo da seguire le direttive europee. Tutto, insomma, dipenderà dai Governi dei singoli Stati, oltre che dai meccanismi che verranno attuati dai siti.

Forse è questo uno dei problemi della direttiva: l’essere non una legge, ma un qualcosa di multiforme, modellabile entro certi larghi limiti dai singoli Stati. Certo, d’altra parte ciò conferisce una certa autonomia ai vari Governi, garantendo la sovranità nazionale.

Di positivo c’è che la divulgazione a scopo didattico ed enciclopedico (a fini non di lucro) sarà esente da queste manovre, così come la raccolta di informazioni a fini statistici e di analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. Inoltre, la pubblicazione di brevissimi estratti e di poche parole chiave ricade nelle eccezioni e i proprietari di piccole piattaforme online, le cosiddette start-up, sono esenti da questa tassazione, chiamata link-tax.

Veniamo continuamente riempiti di tasse, sembra, ma questa almeno non riguarda direttamente noi cittadini, bensì gli accumulatori di materiale informatico, primo tra tutti Google. Ci riguardano direttamente “solo” i risvolti negativi che l’applicazione di queste norme potrebbe generare. Potremmo trovarci, un giorno, a non poter pubblicare un post con le nostre idee originali e personali solo perché un invasivo filtro posto a tutela del copyright pregiudicherà la libertà di stampa.
Be’, in definitiva non sappiamo bene cosa aspettarci. Dovremo vedere come legifererà il nostro Paese in merito e cosa faranno gli altri. Ma per quello c’è ancora tempo: nel mentre, sarà meglio non dimenticarsi di votare alle europee del 26 maggio, soprattutto ora che ci siamo accorti che l’Europarlamento è tanto capace di decidere anche sulla nostra quotidianità.
Proprio queste elezioni potrebbero essere la causa di un cambio di rotta per quanto riguarda la direttiva sul diritto d’autore, ma nessuno ha capacità profetiche quindi non ci resta che attendere futuri sviluppi, nella speranza che si giunga a un ottimale compromesso tra la tutela della proprietà intellettuale e quella della libertà di stampa e di opinione, che non dovrebbero mai essere posti ad alcun tipo di censura, specie in una società democratica come la nostra.

Federico Italia

Trending