Connect with us

Economia

Crisi delle banche e politiche governative in Italia

Published

on

Photo: Shutterstock

Articolo del professore Giuseppe Chirichiello❋

La crisi finanziaria internazionale e la crisi di alcune banche in Italia
Per apprezzare gli sforzi progettuali della UE, con riferimento al disegno di un contesto di stabilità finanziaria, come quello delineato in precedenza, è opportuno ricostruire i tratti “stilizzati” della crisi finanziaria, iniziata negli Stati Uniti nel 2007, a seguito della cosiddetta “crisi dei mutui subprime”. Detta crisi, attraverso dei meccanismi di “contagio”, in breve tempo, si è trasmessa a livello mondiale.
I mutui “subprime” sono sostanzialmente mutui “di seconda scelta”, con debitori dal poco reddito e scarse garanzie patrimoniali. La liquidità “facile” da parte del sistema bancario tra il 2005 ed il 2007 favorì l’estensione del credito a detti mutuatari, non in grado di sostenerne il peso, ma illusi di poter far fronte all’estinzione di tali mutui con la vendita delle case, prima che, grazie a particolari meccanismi di finanziamento, scattasse la “rata piena” del mutuo, in genere di entità ben al di là della loro capacità di pagamento.
Lo scoppio della “bolla” dei prezzi crescenti delle case, con l’arresto della loro crescita, e la successiva caduta dei prezzi, rese impossibile “liberarsi” delle case da parte di molti mutuatari, che così risultarono essere insolventi, perdendo la casa e ritrovandosi anche oberati di debiti.
L’onda successiva della crisi si propagò quasi subito al mercato dei titoli. Uno dei meccanismi di propagazione fu la pratica della cosiddetta “cartolarizzazione” dei titoli.
Quest’ultima consiste nell’emissione di titoli, aventi a sottostante garanzia sia dei mutui bancari, compresi quelli “subprime”, sia, anche, altri titoli.
La cartolarizzazione ha dato luogo ad imponente mercato di “titoli sintetici”, veri prodotti di “ingegneria finanziaria”, denominati titoli derivati, che hanno visto le banche e altri intermediari finanziari impegnati da grandi protagonisti nell’emissione di tali derivati, attraverso società create ad hoc, in gergo denominate SPV.

La sfiducia che molte banche fossero esposte a pesanti perdite, ha portato prima alla scomparsa del mercato del credito tra banche (cd. mercato interbancario), e poi ad un brusco arresto del credito all’economia (ai consumi, agli investimenti ed all’attività produttiva).

Un clamoroso episodio di questa forma di evoluzione della crisi è stato il fallimento nel settembre 2008, della Lehman brothers, una tra le più grandi banche di affari mondiali (la banca d’affari si occupa solo di collocamento, commercio, ed emissione di titoli, senza raccogliere depositi). L’episodio ha determinato effetti negativi sul sistema finanziario e sull’economia mondiale che si sono rivelati estesi e duraturi.

In tale circostanza maturò anche negli USA la necessità di intervento da parte del governo a salvataggio di colossi finanziari, altre grandi banche e comprese agenzie Governative USA come Fannie Mae e Freddie Mac impegnate nel finanziamento del mercato delle costruzioni, e grandi generatori di titoli derivati. La crisi finanziaria degli USA, descritta per grandi linee, subì poi un’evoluzione, sia coinvolgendo con gli stessi meccanismi i sistemi bancari di Inghilterra, Irlanda, Spagna e Portogallo, e soprattutto Cipro, sia trasformandosi successivamente in crisi del debito pubblico, cd. “debito sovrano”, nell’area dell’euro. L’Italia è stata coinvolta molto più significativamente in quest’ultima forma di crisi.
Con riferimento alle banche, viceversa, la loro crisi è manifestata con un notevole ritardo rispetto a quando si è manifestata oltre oceano, e nell’Unione Europea.
Ciò è attribuibile alla circostanza che le banche italiane svolgono prevalentemente attività commerciale (cioè di sostegno all’economia, in primis imprese) piuttosto che attività finanziaria (cioè di compra-vendita ed emissione di prodotti finanziari, attività tipiche da banche d’affari).
Per tali caratteristiche, la crisi delle imprese bancarie italiane è stata innescata soprattutto dalla crisi della “economia reale”, cioè dall’andamento sfavorevole dell’attività economica, in particolare delle imprese produttrici di beni e servizi.
Le difficoltà delle imprese hanno comportato, in un primo momento la drastica diminuzione dei proventi delle banche, e successivamente anche crisi patrimoniali, in conseguenza delle ingenti perdite sopportate a seguito delle numerose difficoltà delle imprese di effettuare i pagamenti in restituzione dei finanziamenti ricevuti dalle banche. Si può anche dire che, mentre negli altri paesi (quali gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Spagna) è stata la crisi degli intermediari finanziari a determinare la crisi dell’economia reale, da noi è accaduto il contrario.

Ma un’ulteriore caratteristica della crisi delle banche italiane è che essa si è manifestata quando era già in atto l’integrazione delle normative comunitarie in campo bancario, e per questa ragione non è stato più consentito di affrontare le crisi sulla base della precedente normativa nazionale, che in passato aveva permesso, a volte anche senza grandi clamori mediatici, di affrontare situazioni di difficoltà. La normativa europea, avendo esteso a tutte le banche dell’UE i più stringenti requisiti patrimoniali raccomandati in sede internazionale (c.d. “Basilea III), ha, tra le altre cose, determinato diffuse situazioni di difficoltà di rispetto di tali requisiti, in alcune circostanze innescando le forme di crisi per motivi “legali”, di cui si è parlato. Il meccanismo dei requisiti minimi patrimoniali è particolarmente penalizzante per le piccole e medie imprese, il cui coefficiente di rischio negli schemi dei requisiti è molto elevato, determinando corrispondentemente anche un elevato “fabbisogno di patrimonio”.
Gli episodi in Italia balzati alla ribalta della cronaca hanno interessato, tra il 2014 e il 2017, quattro banche locali, due banche regionali venete ed il Monte dei Paschi di Siena, a cui, da ultimo, si è aggiunto il caso Carige emerso alla fine del 2018 ed attualmente in evoluzione.

Gli episodi citati costituiscono il primo caso in Italia di applicazione delle nuove regole in materia di gestione delle crisi bancarie.

Come vedremo, esse sono emblematiche non tanto di una crisi del sistema bancario italiano, essendo coinvolta una parte del sistema bancario italiano che, pur significativa, resta tutto sommato trascurabile, quanto piuttosto del ritardo con cui sono stati percepiti i cambiamenti in atto degli assetti normativi ed istituzionali attuati dall’UE.

La crisi delle quattro banche locali
Le quattro banche locali per prime interessate dalle nuove procedure di risoluzione sono quelle qui elencate:

– Banca Marche;

– Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio;

– CariChieti;

– Cassa di Risparmio di Ferrara.

Si tratta di banche di piccola dimensione, la cui quota in termini di depositi è stata calcolata in circa l’1 per cento del mercato nazionale. Davvero una quota esigua per poter parlare di “crisi del sistema bancario italiano”.

Ad esse si sono poi aggiunte Veneto Banca S.p.A., e Banca Popolare di Vicenza S.p.A.

Quest’ultime, anch’esse medio-piccole, sono state poste in liquidazione coatta amministrativa, che è per le banche l’equivalente dell’istituto del fallimento delle imprese.
Il management di tali banche si è distinto per una gestione del credito ed altre operazioni non proprio ispirate a criteri di regolarità formale, economicità ed efficienza. Nel tempo esse hanno accumulato consistenti perdite di gestione, spesso dissimulate con “alchimie” contabili.

La loro situazione di dissesto è emersa con clamore proprio in coincidenza con l’entrata in vigore delle norme europee, la “Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie” – BRRD, recepita nell’ordinamento italiano con d.lgs. n. 180/2015 del 16.11.2015 e valida a partire dal 1° gennaio 2016.
Tali norme prevedono che, in caso di dissesto, il salvataggio delle banche, ovvero il riassorbimento delle perdite, in particolare anche quelle accumulate da queste banche nel tempo, debba avvenire cancellando i debiti secondo una precisa gerarchia.
In cima a tale gerarchia in prima battuta vi sono gli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le “obbligazioni subordinate”. Queste ultime, formalmente dei titoli di credito, per loro natura sono esposte anch’esse al rischio d’impresa in quanto in caso di dissesto il loro rimborso avviene insieme agli azionisti, solo dopo aver soddisfatto prima gli altri creditori. In cambio di tale rischio dette obbligazioni ricevono un tasso d’interesse maggiore. Il maggior tasso d’interesse rappresenta il “premio” corrisposto dall’emittente appunto per l’assunzione da parte dei sottoscrittori di un rischio maggiore.

Nell’autunno del 2015 la situazione delle quattro banche era notevolmente peggiorata, specie con riferimento allo stato della liquidità. Il 22 novembre 2015 per le suddette quattro banche, già in amministrazione straordinaria, è stata avviata dalla Banca d’Italia, con provvedimenti approvati dal Mef (Ministro dell’economia e delle finanze), la procedura di risoluzione, e ciò a distanza di pochi giorni dal recepimento in Italia della BRRD. Per la prima volta è stato applicato il provvedimento di “condivisione degli oneri” di azionisti e obbligazionisti subordinati (cd. burden sharing) con la cancellazione dei rispettivi crediti per assorbire parte delle perdite accertate. L’intervento di risoluzione formalmente non ha richiesto l’applicazione della procedura del bail-in, poiché la legge delega 114/2015, all’art. 8, comma 1, lettera b), prevedeva che il bail-in si applicasse dal 1° gennaio 2016. Con il l’applicazione del burden sharing, di fatto però, in Italia si è data attuazione alle clausole del bail-in, le quali, prevedono appunto che, al verificarsi di determinate circostanze, gli obbligazionisti subordinati si trasformano in caso di crisi sostanzialmente in soci d’impresa.

Le clausole di bail-in sono congegnate al fine di escludere il salvataggio esterno da parte dello stato (questo tipo di salvataggio è detto “bail-out” in contrapposizione al bail-in, che invece potremmo tradurre in “autosalvataggio”). Rispetto al burden sharing, il bail-in, prevede che, prima del coinvolgimento di fondi pubblici, si attui la riduzione del valore nominale non solo delle azioni e delle obbligazioni subordinate, ma anche dei titoli di debito in cima alla gerarchia dei rimborsi, quali le obbligazioni ordinarie e i depositi (sia in conto corrente che al risparmio) di importo superiore ai 100.000 euro. Il ricorso alla cancellazione di azioni ed obbligazioni subordinate è previsto dalle norme europee, ora nazionali, come precondizione ad ogni intervento per le risoluzioni delle crisi nel settore bancario da parte dell’autorità preposta, che da noi, si è detto, è la Banca d’Italia.
Vi è da rilevare al riguardo che, ad avviso di chi scrive, la vicenda delle quattro banche di cui si discute ha posto in rilievo una contraddizione nel meccanismo del bail-in. Quest’ultimo, nato come meccanismo di deterrenza rispetto agli incentivi alla condotta sleale del management delle banche (cd. moral hazard), ne ha invece alimentato la condotta sleale, soprattutto nei confronti dei piccoli risparmiatori. Questo è stato possibile proprio a causa di ciò che gli economisti chiamano asimmetrie informative.

Da un lato, infatti, già in presenza della normativa europea (le norme, pur non ancora in vigore, erano già state emanate nel 2014, e, in teoria, erano già note all’alta dirigenza delle banche) è stata realizzata una strategia di marketing rivolta alla ricerca di sottoscrittori delle obbligazioni subordinate disinformati, con una conoscenza non adeguata della natura rischiosa dello strumento ma allettati dai maggiori tassi di rendimento. Vi è stata poi una sistematica dissimulazione dei rischi, attuata dagli operatori bancari verso i sottoscrittori all’atto della sottoscrizione. Infine, si è registrato un ricorso alle emissioni di obbligazioni subordinate già in situazioni di sostanziale dissesto, già potenzialmente esposte ad eventuali bail-in, e dissimulate anche con l’invio di informazioni distorte da parte del management alle autorità di vigilanza.

La tabella seguente mostra che quasi la metà delle obbligazioni subordinate al dicembre 2015 era detenuta dalle famiglie.

Si tratta, dunque, di un caso da manuale di condotta sleale, alimentata da ciò che gli economisti chiamano un problema di “informazione nascosta”, e dunque di condotta opportunistica (moral hazard).
Il paradosso, nel caso in questione, è che la clausola del bail-in invece di funzionare da deterrente, è stata essa stessa origine del moral hazard.

Molti piccoli risparmiatori sono stati indotti a sottoscrivere le obbligazioni bancarie subordinate, magari in cambio di prestiti delle stesse banche, ed hanno perduto il loro risparmio nel momento in cui le dette obbligazioni, insieme alle azioni, sono state annullate per assorbire le perdite, alcuni restando anche con i debiti per i prestiti ottenuti.

Per il regolatore può essere estremamente costoso ricostruire per ogni banca, a partire da tutte le transazioni elementari, la situazione finanziaria contabile, come pure molto costoso può essere accertare il vero valore degli investimenti di ciascuna banca. Non è improbabile quindi che le banche mentano all’agenzia regolatrice o dissimulino il valore della propria attività anche per lunghi periodi di tempo. Per aumentare il prezzo delle azioni (non quotate in borsa) e far quadrare il bilancio, le banche hanno spesso sopravvalutato il valore di crediti in realtà in sofferenza (tali crediti sono detti anche not performing loans, o in gergo NPL) e sottovalutato il rischio di non vedersi restituiti i prestiti.

Il bail-in, dunque, e questa è la mia personale conclusione, in vista di tale esperienza andrebbe rivisto proprio per scoraggiare la pratica della sopravvalutazione dei crediti non performanti ed impedire vendite sleali di strumenti finanziari di esposizione al rischio di impresa, comunque “camuffati”, che fanno leva sull’incompleta informazione dei risparmiatori, e sui fallimenti del legislatore-vigile, nella forma di imperfezioni e “lacune” nel sistema di controllo “preventivo”.

La deterrenza, in questi casi, dovrebbe assumere la forma del coinvolgimento nell’assorbimento delle perdite anche dell’intera “linea di comando gerarchico” interno all’impresa bancaria.
La linea di comando è quella espressa nell’organigramma delle banche, e dovrebbe essere coinvolta nel bail-in fino a livello medio-basso. Il coinvolgimento potrebbe ad esempio prevedere la perdita dei compensi straordinari, premi di produzione e fringe benefits estesa almeno all’ultimo triennio, meglio ancora se all’ultimo quinquennio, e riguardare non solo il top management, ma anche nei gradini inferiori fino ai funzionari di livello medio-alto.

Com’è stata risolta la crisi dalle autorità competenti, il governo e la Banca d’Italia, ognuno per le rispettive competenze?
Per ciascuna delle quattro banche, la parte del bilancio “buona” è stata separata da quella “cattiva”.

Alla parte buona (“banca buona” o “banca-ponte” o bridge bank) sono state conferite tutte le attività diverse dai prestiti “in sofferenza”, di dubbio realizzo. A fronte di tali attività sono stati conferiti i depositi, i conti correnti e le obbligazioni ordinarie delle banche originarie.
Il capitale sociale di ognuna delle banche è stato ricostituito a circa il 9 per cento del totale dell’attivo (ponderato per il rischio) dal “Fondo di Risoluzione”. Il predetto Fondo di Risoluzione è previsto dalle norme europee e italiane, è amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, ed è alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema.
La banca buona viene provvisoriamente gestita, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, da amministratori da questa appositamente designati (in tutti e quattro i casi che consideriamo la carica di Presidente è stata rivestita da un unico amministratore).
Gli amministratori hanno il preciso mandato a vendere in tempi brevi la banca buona al miglior offerente, con procedure trasparenti di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita.

Si è inoltre costituita una “banca cattiva” (bad bank) la quale però, nonostante il nome, è priva di licenza bancaria, e nella quale sono stati concentrati i prestiti in sofferenza che residuano.
Una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate, per la parte eccedente vi è un apporto del Fondo di Risoluzione. Quest’ultimo fornisce alla banca cattiva anche la necessaria dotazione di capitale. I prestiti in sofferenza, svalutati dall’originario valore di 8,5 miliardi a 1,5 miliardi, con un prezzo di valutazione di poco meno del 18%, sono stati venduti a specialisti nel recupero crediti o gestiti direttamente per recuperarli al meglio. Per semplicità è stata costituita un’unica banca cattiva che raccoglie le sofferenze di tutte e quattro le banche originarie.

L’intero onere del salvataggio è posto innanzitutto a carico delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle quattro banche, ma è in ultima analisi prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione. Lo Stato, e quindi il contribuente, in linea di principio non subisce alcun costo in questo processo.
Da fonte Banca d’Italia, risulta che l’impegno finanziario immediato del Fondo di Risoluzione, per le quattro banche, è, complessivamente, così suddiviso:

-circa 1,7 miliardi a copertura delle perdite delle banche originarie (recuperabili forse in piccola parte);

– circa 1,8 miliardi per ricapitalizzare le banche buone (recuperabili con la vendita delle stesse);

– circa 140 milioni per dotare la banca cattiva del capitale minimo necessario per continuare ad operare.

Totale: circa 3,6 miliardi.

La liquidità necessaria al Fondo di Risoluzione per iniziare immediatamente a operare è stata anticipata con un prestito delle tre grandi banche (Banca Intesa Sanpaolo, Unicredit e UBI Banca), a tassi di mercato e con scadenza massima di 18 mesi. Le quattro banche originarie diventate i contenitori residui in cui sono confinate le perdite e la loro copertura, sono state poste subito in liquidazione coatta amministrativa.

Le banche buone (banche-ponte) hanno assunto la stessa denominazione con l’aggettivo “Nuova” davanti ed hanno proseguito l’attività, ripulite delle sofferenze e ricapitalizzate.

La banca cattiva resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite.

Questa soluzione è emersa da discussioni con la Commissione europea ed è stata ritenuta compatibile con le norme europee che escludono gli aiuti di Stato, dopo che altre proposte erano state ritenute non compatibili. Dal punto di vista tecnico e della regolarità di legge la soluzione è ineccepibile.
Il punto vero è che forse si è ritardato in modo eccessivo l’intervento, che forse si poteva fare prima e meglio, per non incappare nelle norme del bail-in e offrire maggior tutela a quella parte degli obbligazionisti subordinati che, a causa della loro disinformazione, sono stati esposti a comportamenti opportunistici degli addetti bancari. Nel 2017 l’intera procedura si è perfezionata con la cessione a Ubi Banca al prezzo simbolico di un euro di ognuna delle Nuova Banca delle Marche, Nuova Banca Etruria e del Lazio e di Nuova Cassa di Risparmio di Chieti. A seguire a fine giugno 2017 si è perfezionata la cessione con analoghe modalità di Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara alla Banca Popolare dell’Emilia-Romagna.

Si informano i lettori che il prof. Giuseppe Chirichiello pubblicherà il proseguo di questo articolo riguardante la crisi delle banche il prossimo giovedì.

✽ Il professore Giuseppe Chirichiello é un economista italiano e professore alla Sapienza Università di Roma (SUR). Ha studiato a SUR e ha ottenuto una laurea in Economia e Commercio presso la Facoltà di Economia e Commercio (Università di Roma Sapienza, Italia) nel 1971 (sotto la supervisione di Manlio Resta e Fausto Vicarelli). Nel 1972, è stato insignito del Premio ” Cassa di Risparmio di Roma ” del 1971 come migliore tesi di laurea in Economia per l’anno accademico 1971.Coordinatore in più periodi dell’Istituto di economia e finanza presso la facoltà di giurisprudenza della SUR , è stato per oltre un decennio Presidente del Nucleo di valutazione, poi Comitato di Monitoraggio, della Facoltà di Legge del SUR ed Executive Dean per le strutture alla Facoltà di Legge di SUR. È Presidente del Laboratorio “Carlo Pace”. È revisore dei progetti scientifici PRIN presso il Ministero della ricerca scientifica italiano. È stato membro del GI e del gruppo di controllo dell’Università [Gruppo Ispettivo Ateneo]]. È soggetto ad oggi di registrazioni biografiche in Who’s Who in the World e in Who’s Who in Science and Engineering fin dal 1997 e dal 1998/99. È stato membro dei comitati scientifici (SC) del Dottorato di ricerca in diritto commerciale e dell’economia – Facoltà di Giurisprudenza (Diritto commerciale ed economia), del SC di Master di Scienze della Sicurezza ambientale (Scienze di Sicurezza ambientale), del di Diritto privato europeo. È stato membro della giunta del dipartimento DSG presso la facoltà di giurisprudenza di SUR dal 2003 al 2006 e della giunta del dipartimento DIGEF dal 2012 al 2014. È stato membro di varie commissioni nazionali di P & T per docenti, professori associati e professore ordinario nel periodo dal 1986 al 2008. È stato membro del comitato e del consiglio scientifico del Centro di economia sperimentale dell’Università LUISS di Roma, per gli anni 1989-1996. È stato membro del comitato scientifico e coordinatore della sezione per la teoria monetaria e responsabile della ricerca del CNR “Fondamenti di teoria monetaria e politica monetaria in entrambe le aspettative razionali e modelli di disequilibrio” presso OCSM, Università LUISS di Roma, per gli anni 1989-1996. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche, con oltre 55 opere, tra articoli e libri, anche in inglese tra cui due libri scientifici con editore internazionale.

Trending