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Economia

L’ultima vicenda (in ordine temporale): il caso della banca CARIGE

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Photo: Shutterstock

Articolo del professore Giuseppe Chirichiello❋

Il 2 gennaio del 2019 la BCE, che ha la diretta vigilanza su Banca Carige, in quanto banca significativa, ha sciolto entrambi gli organi di governo societario, il CdA e il Collegio Sindacale, nominando tre commissari straordinari ed un Comitato di sorveglianza, anch’esso di tre membri. La procedura indicata è quella della “amministrazione straordinaria”. Essa è prevista dalle norme ed è volta a preservare la stabilità della banca, ed a fronteggiare l’incertezza causata dalle difficoltà degli organi decisionali, in vista di una soluzione di mercato alle difficoltà emerse. Il caso della banca Carige formalmente si è aperto il 22 dicembre 2018 quando l’Assemblea dei soci di Banca Carige non ha deliberato un aumento di capitale nel quadro di un’operazione di rafforzamento patrimoniale e conservazione del capitale.

Il CdA di Banca Carige aveva già deliberato nel novembre 2018 la ricerca di un partner commerciale. Il piano era stato approvato dal Consiglio di Amministrazione e trasmesso alla BCE il 30 novembre del 2018. A seguito della decisione dell’Assemblea del 22 dicembre 2018, la maggioranza del CdA di Banca Carige ha rassegnato le dimissioni, a cui hanno fatto seguito l’esasperazione di tensioni in borsa sul titolo Carige e difficoltà di liquidità. Per avere un’idea di tali difficoltà, da dati di fonte Sole 24 ore risulta che in tema di raccolta, nel 2018 Carige ha perso il 14%, scendendo da 16,86 a 14,5 miliardi, con una riduzione di 2,36 miliardi. Gran parte dei deflussi (1,82 miliardi) sono nel quarto trimestre dell’anno. A spostare i risparmi sono stati sia i risparmiatori e le aziende, la cui raccolta retail è scesa dell’11,7% a 12,35 miliardi, sia i grandi investitori, che hanno ridotto del 25,3%, a 2,14 miliardi, i fondi messi a disposizione della banca. Dai conti correnti sono stati ritirati quasi 800 milioni e altri 140 sono usciti dai depositi vincolati. Le obbligazioni sono diminuite di 1,4 miliardi.

L’8 gennaio il Governo ha varato il d.l. 1/2019 “Misure urgenti a sostegno della Banca Carige S.p.A. – Cassa di risparmio di Genova e Imperia” ed il 10 gennaio la banca ha inoltrato istanza per l’accesso alla garanzia sull’emissione di nuove passività. Il 18 gennaio 2019 la Commissione europea ha comunicato il proprio assenso.
Le criticità di Banca Carige sono solo in parte dovute alla recessione dell’economia italiana nel periodo 2008-2013. E’vero che i fenomeni diffusi, di aumento della disoccupazione e fallimenti societari nell’economia complessiva, in conseguenza dei quali numerose famiglie e imprese di non hanno potuto onorare i debiti contratti con le banche, non hanno risparmiato la banca Carige. Per Carige però hanno avuto notevole peso, nel calo di redditività e la emersione di perdite significative, anche altri fattori specifici.

Tra questi vi è la perdita di importanza delle tradizionali reti di distribuzione, per via della diffusione di tecnologie dell’informazione, ma, primo tra tutti, vi è l’inadeguatezza del vertice e management aziendale, che, in carica per molti anni, ha operato in condizione di sostanziale “autoreferenzialità”. Nel periodo 2008-2011 Banca Carige ha perseguito strategie di espansione, anche acquisendo altri operatori e sportelli, non assistite da sufficiente pianificazione a lungo termine. La crisi economica ha poi reso rischiose ed insostenibili tali scelte di espansione. Ad esse si sono aggiunti comportamenti gestionali che hanno indebolito la banca, mettendone in discussione la reputazione, come si è visto dalla reazione dei risparmiatori ed investitori. Le misure di rafforzamento patrimoniale, realizzate in più fasi, sono state tardive e di portata insufficiente, e queste modalità sembrano avere avuto il solo fine di non diluire la quota di partecipazione della Fondazione, in quanto socio maggioritario.

Tali comportamenti sono emersi nel 2013 a seguito verifiche effettuate dalla Banca d’Italia ed anche da successive indagini da parte dell’Autorità Giudiziaria. Da fonte Banca d’Italia, emerge che per Carige, come per altre banche commerciali “di territorio”, il deterioramento degli impieghi rappresenta il dato che più contribuito alle difficoltà. A tale deterioramento hanno concorso anche la scarsa qualità dei criteri di erogazione del credito, spesso contrassegnata da conflitti di interesse dovuti a relazioni tra debitori della banca ed una parte degli organi di amministrazione.

Durante la fase di espansione 2008-2012, la banca ha indirizzato la propria attività di credito non più, come in precedenza, verso la clientela al dettaglio e delle piccole imprese, ma soprattutto verso clienti di grandi dimensioni. La concentrazione degli impieghi è avvenuta in prevalenza nei settori immobiliare e dei trasporti marittimi, entrati successivamente a loro volta in crisi.

Fino al 2012, Banca Carige ha risentito in misura significativa anche dello sfavorevole andamento delle due imprese assicurative partecipate (Carige Vita Nuova e Carige Assicurazioni). Nel corso del triennio 2010-12 le due controllate assicurative hanno registrato perdite d’esercizio per circa 240 milioni. Tra l’altro anche nell’ambito del settore assicurativo si sono registrate iniziative giudiziarie su ipotesi di reato da parte di esponenti del gruppo Carige.

Le strategie espansive e le politiche creditizie perseguite si sono riflesse sulla qualità dei crediti e sulle esigenze di rettifiche del valore degli stessi. Il costo del rischio, che fino a tutto il 2011 era inferiore a quello medio delle maggiori banche del Paese, si è successivamente innalzato, accentuando la dinamica dei crediti deteriorati.

Ciò è stato verificato anche a seguito di ispezioni, nel 2011, 2012 e 2013 da parte di Banca d’Italia, dell’Asset Quality Review condotta nel 2014, e delle successive ispezioni svolte dopo l’avvio del Meccanismo di vigilanza unico (MVU) nel 2016 e 2018. Le riclassificazioni, da prestiti affidabili (in gergo in bonis) a prestiti deteriorati (non performing loans, NPL) ed i maggiori accantonamenti, per un valore complessivo pari a circa 1,5 miliardi di euro, hanno avuto un impatto significativo sui livelli di capitale. A seguito degli interventi di vigilanza, nel 2012 fu richiesto un piano di rafforzamento patrimoniale per 800 milioni (realizzato nel 2014).

Nel 2013 avvenne il ricambio completo degli organi amministrativi, esecutivi e di controllo. Nel 2015 venne realizzato un ulteriore aumento di capitale per 850 milioni. Quest’ultimo aumento consentì alla banca un riequilibrio della posizione patrimoniale che la collocò su livelli superiori ai requisiti richiesti dalla BCE nel biennio 2015-16. Nel periodo 2016-18 però la Banca Carige ha risentito dell’accesa conflittualità tra gli azionisti e i vertici aziendali.

In soli tre anni si sono avvicendati alla guida di Carige quattro amministratori delegati e tre presidenti; l’intera composizione del CdA è radicalmente mutata nel tempo.

Queste tensioni hanno peggiorato il clima interno.
Importanti iniziative di riassetto, quali la realizzazione, poi mancata, nel 2017, del progetto di scissione del ramo d’azienda comprensivo del portafoglio sofferenze, furono sospese. Tra le altre, i citati problemi di governance non hanno consentito che si realizzasse una importante ulteriore operazione di rafforzamento patrimoniale. Alla fine del 2017 è stata realizzata un’operazione di 500 milioni di aumento di capitale e di riserve di plusvalenze di 400 milioni, derivanti anche da cessioni di attività. Il rafforzamento patrimoniale si sarebbe dovuto concludere nella primavera del 2018 con l’emissione di un prestito subordinato e il completamento del piano di cessione di attività. Le tensioni presenti sui mercati a partire dalla scorsa primavera non hanno permesso a Carige di collocare il prestito subordinato, che avrebbe consentito di rispettare il requisito cosiddetto di “conservazione del capitale” (Capital Conservation Buffer – CCB).

Ne è scaturito un aggravamento delle difficoltà, che ha condotto al provvedimento di amministrazione straordinaria assunto dalla Vigilanza. La BCE aveva formalmente richiesto a Carige di predisporre un piano di conservazione del capitale che la banca ha presentato il 22 giugno del 2018. Nell’agosto del 2018 la BCE individuava un’ipotesi di concerto tra i soci non autorizzato, e limitava il loro diritto di voto nell’assemblea del 22 settembre. Nello stesso mese l’agenzia di rating Moody’s ha declassato la banca adducendo come motivazione proprio le tensioni nel governo societario.

La crisi di governo societario e l’esasperata conflittualità ha subìto una forte accelerazione a partire dalla metà del 2018 conclusasi infine con la decadenza, a seguito di un significativo numero di dimissioni, dell’intero Consiglio. Tra aprile e agosto 2018 la BCE ha condotto un’ispezione sul rischio di credito. Da essa sono emerse perdite per 257 milioni. Il piano di conservazione del capitale presentato da Carige a giugno non è stato approvato, e la banca è stata invitata a fornirne uno nuovo, prendendo in considerazione l’opzione di un’aggregazione aziendale.

In dicembre la BCE ha autorizzato Carige a realizzare la manovra complessiva di rafforzamento patrimoniale del gruppo, comprendente un aumento di capitale di 400 milioni di euro. Tale aumento sarebbe stato garantito dal prestito subordinato di 320 milioni sottoscritto il 30 novembre dallo schema volontario di intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), convertibile in azioni di pari ammontare qualora l’adesione del mercato all’aumento di capitale fosse risultata insufficiente.
Con la decisione di astenersi nella votazione in occasione dell’Assemblea Straordinaria del 22 dicembre, che avrebbe dovuto deliberare la conversione del prestito in capitale, l’azionista di riferimento (Malacalza Investimenti) non ha consentito di completare il riassetto patrimoniale.

Da parte del governo per garantire la stabilità finanziaria e proteggere il risparmio nel rispetto della normativa europea in materia di aiuti di Stato si è provveduto l’8 gennaio 2019 all’emanazione del d.l. 1/2019 contenente misure di sostegno pubblico alla liquidità e al capitale di Banca Carige,
Il d.l. 1/2019 disciplina la concessione della garanzia dello Stato sulle passività di nuova emissione della banca e sui finanziamenti ad essa discrezionalmente erogati dalla Banca d’Italia per fronteggiare possibili gravi crisi di liquidità (nel quadro della cosiddetta emergency liquidity assistance – ELA). Il decreto autorizza il Ministero dell’economia e delle finanze (MEF) anche a sottoscrivere o acquistare azioni della banca nella eventualità di una ricapitalizzazione precauzionale, ed istituisce un fondo con una dotazione pari a 1,3 miliardi a copertura degli oneri potenziali che potranno derivare da queste misure.

La Banca Carige, per tutto il tempo in cui beneficia della garanzia statale, non dovrà abusare del sostegno ricevuto, ad esempio nelle comunicazioni commerciali rivolte al pubblico, o ricercare indebiti vantaggi. Essa non potrà distribuire dividendi, effettuare rimborsi o altri pagamenti, se non quelli contrattualmente dovuti, su strumenti patrimoniali propri, né potrà acquisire nuove partecipazioni, ad eccezione di quelle finalizzate al recupero dei crediti o di temporanea assistenza finanziaria a imprese in difficoltà. Il d.l. 1/2019, nella seconda parte, disciplina i presupposti e le modalità di un eventuale ingresso dello Stato nel capitale di Banca Carige. Il ricorso alla ricapitalizzazione precauzionale potrà avvenire solo qualora l’auspicato rafforzamento patrimoniale dell’intermediario non possa essere realizzato con il ricorso al mercato e per mezzo di una aggregazione con altri operatori, tutta da definire, secondo le indicazioni del MVU.

Si è visto in precedenza che la ricapitalizzazione precauzionale finalizzata a rimediare a una grave perturbazione dell’economia e preservare la stabilità finanziaria. Essa nel d.l. 1/2019 è limitata a far fronte al fabbisogno di capitale rilevato nello scenario avverso di una prova di stress, ma non per ripianare perdite già emerse o prevedibili, e la verifica del rispetto di queste condizioni spetta alla Commissione europea e alla BCE.

In base al decreto, un eventuale ingresso dello Stato nel capitale sarebbe accompagnato dalla conversione forzosa in azioni della banca dei debiti subordinati (applicando il noto burden sharing). Non è previsto l’indennizzo, in caso di ricapitalizzazione precauzionale, per i possessori di obbligazioni subordinate, investitori non professionali, essendo l’unico debito subordinato di Carige il prestito sottoscritto nel dicembre 2018 dallo schema volontario del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. L’eventuale ingresso dello Stato nel capitale di Banca Carige, ad un prezzo determinato da una valutazione indipendente, dovrebbe essere limitato ad un periodo di tempo definito, in accordo con la Commissione europea.

Con il dl. 1/2019 si è provveduto a predisporre un quadro organico per affrontare eventuali tensioni sul fronte della liquidità di Banca Carige e allo stesso tempo di assicurare l’ordinato funzionamento dei mercati. Il superamento di possibili situazioni di incertezza dovrebbe evitare una possibile crisi di fiducia, con conseguenti ripercussioni negative sul funzionamento del sistema finanziario. La banca appare ancora “solvibile” e presenta valori da preservare (quali il forte radicamento nelle tre regioni di Liguria, Lombardia e Lazio; l’elevata fidelizzazione della clientela; ampi margini di miglioramento in termini di costi, efficienza e produttività della rete distributiva; potenziale per ridurre l’assorbimento patrimoniale a fronte dei rischi assunti).

La soluzione individuata nel decreto legislativo ricalca sostanzialmente l’operazione MPS. Realizzata nel quadro del nuovo contesto dei vincoli regolamentari europei, la risposta tiene conto del fatto che non è più consentito il ricorso a quegli interventi che in passato hanno permesso affrontare situazioni di crisi. Se si guarda agli USA, gli interventi sulle crisi bancarie avvengono in un quadro di maggiore flessibilità. La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) ha potuto gestire ben 500 fallimenti bancari verificatisi tra il 2008 e il 2013. La gestione è avvenuta per il tramite della cessione di attività e passività, mentre il ricorso alla liquidazione, con rimborso dei depositi, è avvenuto solo nel 5 per cento dei fallimenti.

Resta in ogni caso da osservare che, anche in assenza di una possibile “soluzione di mercato”, per il caso Carige l’impiego di potenziali risorse pubbliche resterebbe comunque inferiore ai costi economici e sociali ben più elevati che deriverebbero dalla possibile instabilità finanziaria causata in assenza di interventi.

Il costo, e le ragioni, degli interventi di sostegno nella crisi delle banche

Come abbiamo visto, gli interventi di sostegno al settore bancario italiano nel corso del 2017 sono stati attuati sia mediante l’erogazione di finanziamenti, sia tramite il rilascio di garanzie statali.
Gli interventi di sostegno hanno riguardato: la definizione della cessione a soggetti privati delle quattro banche nate dalla risoluzione delle “vecchie” banche nel 2015 la ricapitalizzazione precauzionale di MPS, la liquidazione coatta amministrativa delle due banche venete, il fondo di dotazione per le misure a favore di Carige.
I costi delle crisi delle banche fin qui esaminate possono, dunque, così sintetizzarsi:

4 miliardi circa per le quattro banche;
7 miliardi ( cifra massima) per Monte Paschi di Siena;
7,2 miliadi (cifra massima) per le due venete;
1,3 miliardi per Banca Carige.

Il totale complessivo fa circa 19,5 miliardi.

Queste operazioni ha comportato un aumento dell’indebitamento pubblico, sia nella forma di aumento dell’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche di circa 0,3 punti percentuali del PIL, sia nella forma di aumento del debito pubblico di oltre un punto percentuale. A fronte della crescita del debito, l’operatore pubblico ha però acquisito attivi finanziari (partecipazioni e crediti deteriorati), che verranno ceduti o recuperati nel tempo, e che contribuiranno a correggere al ribasso in tempi futuri i relativi saldi intanto registrati nell’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche e nel debito pubblico.

Il sostegno pubblico al settore finanziario in Italia, per quanto possa ritenersi costoso, è però contenuto in confronto a quello delle altre economie dell’area dell’euro.

Secondo i dati Eurostat, gli effetti cumulati sull’indebitamento netto nel decennio 2008/2017 sono stati pari a poco più di mezzo punto percentuale per il nostro Paese, contro un valore medio di circa 2,5 punti percentuali (1,6 in Germania e 4,6 in Spagna). A fine 2017, l’impatto sul debito pubblico delle misure di sostegno in Italia era pari a 1,3 punti percentuali del PIL, a fronte di una media pari a 4,6 punti percentuali del prodotto (5,9 in Germania e 4,6 in Spagna).

Sono proprio queste cifre l’evidenza che, mentre è certo che nel nostro paese si può parlare di “crisi di (alcune) banche”, è però improprio parlare di “crisi del sistema bancario italiano”. Semmai la peculiarità della crisi italiana è che gli interventi dello Stato sono avvenuti nel nuovo contesto delle norme europee, mentre negli altri stati i salvataggi sono stati realizzati prima che le nuove norme entrassero in vigore.

Un’altra diffusa opinione è che l’intervento pubblico abbia “dato i soldi ai banchieri” o che i soldi pubblici “regalati per salvare le banche” avrebbero invece “potuto essere dati ai poveri o ai disoccupati”. Si tratta di giudizi ed affermazioni sbagliate e superficiali. Come si è visto l’intervento dello Stato è stato accompagnato dal salvataggio privato, che ha contribuito per più di due terzi. In secondo luogo, tale intervento ha contenuto il costo delle crisi al più basso livello possibile, ed avrebbe potuto essere molto più alto per i piccoli risparmiatori e per l’economia in assenza di tale intervento.

Infine a confronto col resto d’Europa, gli interventi dello Stato nel salvataggio delle banche restano tutto sommato modesti.Si pensi ai costi per l’economia e per l’occupazione che sarebbero stati sostenuti in assenza di ogni intervento. Si possono criticare la rigidità con cui la cui la normativa europea è stata applicata, e la mancanza di flessibilità specie con riferimento alla gestione degli NPL.

Anche da fonti di banca d’Italia sono emerse qui e lì critiche su questi aspetti [per chi volesse approfondire rinvio a due studi di fonte banca d’Italia: F. Panetta (Direttore Generale di Banca d’Italia), Credito e sviluppo: vincoli e opportunità per l’economia italiana, Convegno UCID, Bologna, 26 gennaio 2019; C. Barbagallo (Capo della Vigilanza di Banca d’Italia), Indagine conoscitiva sul sistema bancario italiano, Audizione alla Camera dei deputati, Roma, 9 dicembre 2015. Entrambi i lavori sono disponibili al pubblico sul sito di Banca d’Italia).

Questo però non giustifica la posizione di chi, sostenendo che le risorse pubbliche dovrebbero non essere impiegate a sostegno delle banche ma in impieghi alternativi, vorrebbe (come dicono gli inglesi) “buttare il bambino con l’acqua sporca del bagnetto”. È nella natura propria delle banche prendere i soldi dai “piccoli” per consegnarli in forma di prestiti ai lunga scadenza “grandi” investitori. Rispetto ai depositi dei risparmiatori, esse sono tecnicamente fallite se viene meno la fiducia dei depositanti. Infatti, i depositi possono essere richiesti a vista, e se tutti i depositanti, contemporaneamente, richiedono la restituzione dei loro soldi, avendo le banche con quei soldi finanziato a scadenza lunghe i “grandi” investitori, non sono in grado, se non in minima parte, di restituirli a tutti i depositanti. Ed è per questo che le banche in crisi vengono, e debbono, essere “salvate”, o come meglio abbiamo visto, avviate ad una ordinata “risoluzione”.

Con questo articolo termina il reportage sulla crisi della banche e le politiche governative in Italia del prof. Giuseppe Chirichiello. Oltre che ringraziare il prof. Chirichiello per il lavoro svolto, attento e minuzioso, intendiamo ringraziare voi lettori che ci avete seguito settimanalmente sempre con grandi numeri.

✽ Il professore Giuseppe Chirichiello é un economista italiano e professore alla Sapienza Università di Roma (SUR). Ha studiato a SUR e ha ottenuto una laurea in Economia e Commercio presso la Facoltà di Economia e Commercio (Università di Roma Sapienza, Italia) nel 1971 (sotto la supervisione di Manlio Resta e Fausto Vicarelli). Nel 1972, è stato insignito del Premio ” Cassa di Risparmio di Roma ” del 1971 come migliore tesi di laurea in Economia per l’anno accademico 1971.Coordinatore in più periodi dell’Istituto di economia e finanza presso la facoltà di giurisprudenza della SUR , è stato per oltre un decennio Presidente del Nucleo di valutazione, poi Comitato di Monitoraggio, della Facoltà di Legge del SUR ed Executive Dean per le strutture alla Facoltà di Legge di SUR. È Presidente del Laboratorio “Carlo Pace”. È revisore dei progetti scientifici PRIN presso il Ministero della ricerca scientifica italiano. È stato membro del GI e del gruppo di controllo dell’Università [Gruppo Ispettivo Ateneo]]. È soggetto ad oggi di registrazioni biografiche in Who’s Who in the World e in Who’s Who in Science and Engineering fin dal 1997 e dal 1998/99. È stato membro dei comitati scientifici (SC) del Dottorato di ricerca in diritto commerciale e dell’economia – Facoltà di Giurisprudenza (Diritto commerciale ed economia), del SC di Master di Scienze della Sicurezza ambientale (Scienze di Sicurezza ambientale), del di Diritto privato europeo. È stato membro della giunta del dipartimento DSG presso la facoltà di giurisprudenza di SUR dal 2003 al 2006 e della giunta del dipartimento DIGEF dal 2012 al 2014. È stato membro di varie commissioni nazionali di P & T per docenti, professori associati e professore ordinario nel periodo dal 1986 al 2008. È stato membro del comitato e del consiglio scientifico del Centro di economia sperimentale dell’Università LUISS di Roma, per gli anni 1989-1996. È stato membro del comitato scientifico e coordinatore della sezione per la teoria monetaria e responsabile della ricerca del CNR “Fondamenti di teoria monetaria e politica monetaria in entrambe le aspettative razionali e modelli di disequilibrio” presso OCSM, Università LUISS di Roma, per gli anni 1989-1996. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche, con oltre 55 opere, tra articoli e libri, anche in inglese tra cui due libri scientifici con editore internazionale.

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