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Diritto Pubblico

Il crocifisso nei luoghi pubblici? Una battaglia tutta giurisprudenziale

Il crocifisso in questi anni è stato al centro di un dibattito riportato alla luce dall’ex ministro Fioramonti. Secondo la giurisprudenza si può esporre o meno nei luoghi pubblici?

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In questi anni abbiamo assistito ad un dibattito particolarmente acceso inerente l’esposizione nei luoghi pubblici del crocifisso. In questa sede vorrei esporre l’evoluzione che la giurisprudenza, soprattutto comunitaria, ha compiuto sul tema.

La tematica, certamente non delle più semplici, ha riguardato principalmente la giurisprudenza amministrativa, che da sempre si è pronunciata favorevolmente all’esposizione del sopracitato, per quanto concerne il livello nazionale e quella della corte EDU in ambito europeo.

La tesi di chi, a prescindere dalle proprie conoscenze giuridiche, ha sostenuto l’eliminazione del crocifisso può essere esemplificata nella presunzione di imparzialità che deve regnare sovrana in luoghi come la scuola, le aule di giustizia o ancora gli ospedali, ma la base argomentativa delle pronunce del giudice amministrativo ha fatto leva su altro e cioè:

  • α) valenza storicaculturale ed identitaria del crocifisso, oltreché religiosa;
  • β) carattere confermativo del principio di laicità riconosciuto nel nostro ordinamento;
  • γ) carattere affermativo di principi quali la tolleranza, la libertà personale, la tutela della dignità del singolo, che rappresentano valori universali e come tali sono segno di apertura incondizionata verso la piena valorizzazione dell’essere umano, a prescindere dal proprio credo.

La corte EDU, invece, ha attraversato due fasi importanti, in una prima ha ritenuto di leggere la laicità in senso negativo e dunque in virtù del principio secondo il quale le istituzioni debbono mantenersi neutrali, ha espressamente condannato la tesi della valenza culturale del simbolo in esame ritenendo che la sua natura “religiosa” ledesse il diritto di non credere di ciascun individuo; dopo 2 anni, però, la grande camera ha effettuato un vistoso revirement che ha riguardato proprio il concetto di laicità, sul punto si è voluto intendere il medesimo come sinonimo di apertura dell’ordinamento alla valorizzazione del fenomeno religioso nello spazio pubblico, in virtù di ciò i punti centrali della pronuncia in esame sono stati:

  • α) non esiste una nozione comune di laicità a livello comunitario, ancor di più in materia di simboli religiosi;
  • β) il mantenimento della tradizione circa l’esposizione del crocifisso ricade nel margine di apprezzamento di ciascuno stato che la corte deve rispettare, riservandosi di intervenire solo in presenza di forme d’indottrinamento che ledano le minoranze religiose.

Nei fatti, dati alla mano, non sembrano esistere nel nostro paese forme di imposizione in materia religiosa che legittimino l’intervento censorio della corte (si ricordi che vi è piena libertà di scelta circa il frequentare o meno l’ora di religione cattolica, di indossare i propri segni religiosi e, per concludere, occorre rammentare la totale assenza di casi di intolleranza o discriminazione per chi si professi ateo o aderente ad altra religione).

La corte, in sintesi, ha “degradato” il crocifisso a simbolo che non è in grado, quanto meno nei luoghi scolastici ma con valida estensione a tutti i luoghi pubblici, di ledere il diritto dei non cristiani di professare liberamente il proprio credo, dunque la sua esposizione in luoghi pubblici è da intendersi quale certamente ed incontestabilmente LECITA.

Ma quali soluzioni potremmo adottare allorquando si verificano casi in cui il crocifisso è visto come pregiudizievole per la libertà di manifestazione del proprio credo? Personalmente ho sempre ritenuto più che valido lo strumento del dialogo che permette di raggiungere soluzioni spesso fantasiose e ampiamente apprezzate.

©️ Riproduzione Riservata

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