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Enes Kanter, quando lo sport lotta per i diritti umani

In una società in cui vivere secondo i propri ideali è quasi utopistico, il giocatore di basket Enes Kanter, nella sua lotta a favore della libertà, è certamente uno dei pochi esempi da seguire.

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Il 25 Dicembre 2019 è andata in scena presso l’Air Canada Centre di Toronto la partita NBA tra i Toronto Raptors ed i Boston Celtics, i quali in via straordinaria hanno potuto contare sul giocatore turco Enes Kanter. In molti vi starete domandando cosa voglia dire quel “in via straordinaria” nella riga precedente, no? Bene, evidentemente non conoscete la vicenda del cestista in questione. Si parla di una storia che alcuni cercano di nascondere, di una storia dove si offende la dignità umana, di una storia dove il coraggio umilia la paura.

L’INIZIO DI TUTTO – Dopo il golpe del 2016 l’attuale presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, emana nuove leggi ed elimina ogni forma di opposizione al suo governo, venendo meno alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Enes Kanter, come molti cittadini turchi, non condivide le scelte del presidente e decide così di criticarlo aspramente con un post sul suo profilo Twitter. Erdogan non tollera il dissenso del giocatore e da allora cerca di ridurlo al silenzio, usando violenza contro di lui ed i suoi familiari.

Enes Kanter a sinistra, ReceppTayyip Erdogan a destra

IL BRACCIO DI FERRO TRA I DUE – Il 20 Maggio 2017 Kanter atterra all’aereoporto di Bucarest per portare avanti con la sua associazione (Light Association) alcune iniziative per i bambini più poveri del mondo, ma viene fermato ai controlli della polizia poiché il suo passaporto era stato cancellato dall’ambasciata turca per volere di Erdogan. Così il giocatore non può incontrare i tanti bambini che lo aspettavano ed è costretto a tornare con un volo a New York. Due giorni dopo l’accaduto Kanter accusa ancora Erdogan su Twitter definendolo “l’Hitler del XXI secolo“.

A quest’offesa il 27 Maggio il leader turco risponde etichettando il giocatore come “terrorista” ed emanando un mandato d’arresto contro di lui, perché secondo le autorità di Ankara il giocatore era in possesso dell’app Bylock sul cellulare, vietata da Erdogan in quanto considerata un mezzo di comunicazione tra i golpisti. Poco dopo, nel Giugno dello stesso anno, il leader turco arresta il padre di Kanter e, prima di rilasciarlo, lo sottopone ad un duro interrogatorio, dove il genitore sarà costretto a chiedere pubblicamente scusa al presidente e a tutta la Turchia per avere un figlio così.

In molti si sarebbero già arresi davanti a tutto ciò, ma la parola “arrendersi” non appartiene al vocabolario di Enes Kanter, che tramite interviste o social networks ribadisce ancora la sua volontà di difendere i diritti fondamentali dell’uomo e di parlare per tutti coloro che in Turchia subiscono le violenze di Erdogan. Il giocatore è un personaggio popolare ed il presidente teme che le sue parole possano dar vita ad un nuovo colpo di stato, perciò nel Dicembre 2017 lo condanna a 4 anni di galera.

Il cestista risponde con un perentorio “no” alla pena imposta e continua a lottare per una libertà di parola che ancora fatica ad imporsi in alcune parti del mondo. Le parole di Kanter porteranno gravi conseguenze alla sua famiglia: nel Giugno 2018 infatti suo padre verrà condannato a 15 anni di galera, accusato di terrorismo. Da quel momento il giocatore è invitato dal padre a cambiare il suo cognome, oltre ad essere ripudiato dalla madre e dai fratelli. Erdogan è sicuro che il braccio di ferro con Kanter fosse finito, ma a quanto pare non aveva ancora capito chi fosse il suo avversario. Kanter è come una spiga di grano durante un folata di vento: viene piegata, ma non sradicata. Il giocatore tiene alla sua famiglia e teme per la sorte dei suoi cari, ma da questa sofferenza trova ancora più forza e coraggio per opporsi ad Erdogan.

Quest’ultimo, dato che non riesce a zittire in alcun modo il giocatore, fa’ in modo che le sue parole non giungano in Turchia, così nel Maggio 2019 fa scomparire da tutti i social turchi il profilo di Enes Kanter e impedisce la visione delle Finals di Western Conference NBA, che vedevano l’atleta coinvolto con la sua ex squadra, i Portland Blazers. Dal 22 Maggio 2017 inoltre Kanter non ha potuto più superare i confini degli Stati Uniti dato che, inseguito dalle spie di Erdogan, è particolarmente in pericolo di vita. Questo è il motivo per cui non è stato mai convocato in partite come il London Game nell’02 Arena di Londra nel gennaio 2018 o nelle trasferte a Toronto.

Il 25 Dicembre però non è andata così, perchè gli Stati Uniti e il Canada, nella figura del primo ministro Justin Trudeau, hanno trovato un accordo per garantire la sicurezza di Kanter, nonostante le insistenti intimidazioni di Erdogan. Questa è un’ importante vittoria per il giocatore, che ha lanciato anche un nuovo messaggio al leader turco, esibendosi in riscaldamento con una t-shirt con scritto “Freedom is for all“, tradotto “la libertà è per tutti.

Le scarpe usate da Enes Kanter nella partita del 25 Dicembre contro i Toronto Raptors

LA LIBERTA’ NON E’ GRATUITA – Il 15 Ottobre 2019 Kanter afferma in un post su Twitter “Freedom is not free“, tradotto “la libertà non è gratuita”, dato che lui, così come la sua famiglia, l’ha pagato a caro prezzo, anche troppo caro. Nonostante i crimini della seconda guerra mondiale e la Dichiarazione universali dei diritti umani (10 Dicembre 1948) queste parole, invece di rimbombare come un eco, passano quasi inosservate.

Ditemi voi cos’è un uomo senza libertà, ditemi voi quali ideali sostenete, ditemi voi com’è ancora possibile tutto questo. Enes Kanter non è solo un giocatore sostenuto dai suoi tifosi, ma anche un Uomo. Quest’Uomo è di tutti, è di tutti quelli che subiscono ingiustizie, è di tutti quelli che amano la libertà, è di tutti quelli che hanno capito che non ha senso vivere se non si ha il coraggio di lottare. Se desiderate sul serio un mondo migliore, da oggi abbiamo il dovere di essere tutti come Enes Kanter.

Studente di professioni sanitarie, ma con un occhio di riguardo verso tutto ciò che mi circonda. Durante il mio percorso ho notato che, secondo molti, pochi cittadini impegnati non sono in grado di poter cambiare qualcosa all'interno della società. Sono qui, in collaborazione con la Politica del Popolo, per far capire che vive non chi resta in silenzio, ma solo chi lotta per far sentire la propria voce.

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