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Il Racconto di un Pastore

Questo è il racconto della giornata lavorativa di un pastore sardo. Nella storia possiamo scorgere l’intreccio tra le incertezze, le preoccupazioni, le fatiche – che attanagliano il lavoratore – e l’amore incondizionato per la sua terra, la Sardegna!

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Adoro la notte. Il buio, il silenzio assordante che ti accoglie e fa rilassare ogni muscolo del tuo corpo; il cervello sempre operante che fa sognare; il caldo avvolgente delle coperte che addolcisce pure l’anima e le orecchie che, inevitabilmente, ascoltano il mio motore, regolare e inesorabile, che fa bumm.. bumm.. DRIIIN! Caspita inizia già una nuova giornata.

Mi sveglio prima della sveglia! Sono le quattro e mezza, sembra quasi che il mio corpo sia programmato come uno di quei robot che ogni tanto vedo nei sevizi del telegiornale. Alle 4:29 apro gli occhi, non so il perché, dicono sia semplice abitudine, ma per me è sempre una sorpresa.

Inizio la giornata con una bella tazza di latte caldo – con caffè per svegliarmi bene – e i biscotti tipici sardi. Sapete, sono buonissimi, ricordano tanto i savoiardi. Dopodiché svuoto la dispensa nella mia sacca, brioche, cioccolato, pane, mandarini, insomma quello che offre la casa. Sapete perché faccio questo? La campagna fa venire una fame assurda e, inoltre, non sai mai a che ora rientrerai a casa. Ebbene si, sono un pastore, un pastore sardo.

Il nostro non è un lavoro con orari standard, anzi, non ha neanche giornate di riposo, Natale, capodanno, Pasqua, ferragosto, non abbiamo ferie! Pensate che oggi è domenica, eh già, è una domenica d’inverno.

Alle cinque rimprovero già me stesso perché sono in ritardo! Esco ben imbacuccato dalla testa ai piedi. Sono giovane, ho 22 anni, come tutti amo vestirmi bene, però, sai, la moda la lasci perdere quando la mattina senti quel freddo secco che assomiglia a tanti aghi sottili che pungono e arrivano fino alle ossa.

Entro nel mio furgone, metto in moto e parto per iniziare la mia giornata lavorativa.

Arrivo in campagna che sono le 05:20 arrivo che è ancora buio, la campagna è imbiancata dalla rugiada e al silenzio assordante si sostituisce il rumore della natura.

È tutto così lento, calmo, come se il risveglio necessitasse di quel poco di pace che solo la natura può ancora donarci.

La prima cosa che faccio appena arrivo è salutare i miei cani, che mi accolgono felici. Sono sette, il più vecchio ha 17 anni, si chiama Lyon e sembra quasi che anche lui abbia ereditato il gene della longevità sarda.

Dopodiché io e Lyon andiamo alla ricerca del gregge che dev’essere condotto verso il box della mungitrice. Cammino tanto ogni giorno! A volte mentre cammino penso, altre volte – se sono di buon umore – canticchio, altre ancora semplicemente cammino, insomma, trascino il mio corpo come se fossi in folle, verso il mio dovere.

Conto le pecore – no, tranquilli non funziona, non mi addormento mai nel farlo! – e nei box si avvia la mungitura. Una ad una passo in rassegna l’intero gregge, all’inizio sono veloce , anzi conduco una gara con me stesso. Poi, però, iniziano a dolerti le mani, le articolazioni delle ginocchia e soprattutto la schiena. Caspita la schiena! Ci sono giornate in cui desideri sul serio un weekend alle terme.

Una volta versato il latte nei bidoni aspetto il camion per la raccolta del latte e, nel mentre, mi capita spesso di riflettere. Fisso quei bidoni, come ipnotizzato, e penso alla disperazione!

Proprio così, penso alla disperazione che ha portato noi pastori a buttare il latte per le strade della Sardegna. Avete presente i gilet gialli? Ecco. Noi eravamo, invece, i pastori sardi che, come i primi, protestavano per i propri diritti, perché non era umano spezzarci la schiena per 0.65 centesimi al litro. Solo che noi, a differenza dei primi, non eravamo in Francia ma in una zona remota e isolata dell’Italia, la Sardegna e, oltre il clamore mediatico durato due tre giorni al massimo, nessuno ci ha dato seguito.

Certo, ci sono state delle proposte che hanno alzato il prezzo di 10-15 centesimi circa, ma per lo più ci hanno fatto comprendere che di latte per il pecorino romano c’è n’era in abbondanza e che dovevamo, quindi, metterci in proprio se volevamo andare avanti più dignitosamente. Si certo, come se fare gli imprenditori fosse più facile in un mondo ormai sopraffatto dalla globalizzazione!

Come avete potuto notare, ho parlato al passato, perché dopo i primi mesi di concitata partecipazione, che in alcuni casi è pure degenerata, il tutto è scemato con un nulla di fatto.

Alle otto finalmente è giorno, con maggiore visibilità inizio a pulire l’intero camerone. Non è di certo ciò che preferisco fare, però, anche gli animali devono stare bene, anche loro devono vivere in un ambiente pulito.

Dopodiché vado a controllare le mucche e si riprende con un’altra camminata per la sconfinata campagna. Mi piace stare a contatto con la natura, mi piace la mia terra! È così fiera, così antica ma allo stesso tempo eterna, saggia. Spesso mi capita di passare accanto ad una tomba dei giganti, un nuraghe, una “domus de jana”, altre volte invece scopro nuovi sentieri e percorsi impervi, accidentati e respiro a pieni polmoni quel profumo di lentischio, caratteristico della nostra terra. Quando rientri a casa da un viaggio, appena atterri e si spalancano le porte dell’aereo, lo senti! Senti il profumo della tua terra, è questo il suo richiamo. Ecco perché non riesco a capacitarmi del fatto che in un mondo come quello di oggi, sempre più attento all’ecosistema, ai prodotti Bio, ai cambiamenti climatici, alle terre che bruciano, alle esondazioni, non si dà voce agli interessi di una categoria di lavoratori – come la nostra – che la terra la rispetta, la cura, la coltiva, che con i suoi frutti produce prodotti sani.

Radunate tutte le mucche, do loro da mangiare, per poi occuparmi dei vitelli, insomma, tutti devono ricevere cibo e acqua a sufficienza.

Mah, sapete che l’ultima proposta agro pastorale risale al 1956? Segni, all’epoca ministro dell’Agricoltura nel Governo De Gasperi, promosse delle leggi con lo scopo di ridisegnare il mondo delle campagne. Ebbene, nel 2020 sono giunte due proposte di legge di rilancio del comparto ovino, bovino, e caprino, dal centro destra. La prima proposta prevede di erogare contributi (600 euro a capo) per i bovini di razza sarda, razza bruno sarda e sarda modicana. Questo con lo scopo di favorire il ripopolamento di specie autoctone.

L’altra proposta prevede di dare il contributo (di 71 euro circa a capo per greggi sotto i 378 capi a 50 euro circa a capo per greggi più grandi) a chi decide di aderire al programma di non produrre latte e quindi di diminuire i suoi quantitativi immessi nel mercato e ottenere, in questo modo, un aumento del suo prezzo. Ma è positivo, secondo voi, togliere dal mercato una parte di latte? O di pecorino romano? E se togliamo questa parte di latte dal mercato chi ci garantisce che poi non venga commercializzato da altre nazioni (Romania per esempio)? Insomma, sono tutti alla ricerca di prodotti sani e buoni; Bio; che siano certificati cioè che attestino la loro provenienza italiana, però, quando si tratta di trovare una soluzione, l’unica cosa che riescono a proporti è di rinunciare a produrre.

Lo so, sono argomenti molto complessi e tecnici che vedono oggi delle timide proposte ma non delle soluzioni vantaggiose per tutti: pastori-industria-commercio-Regione.

Si sono fatte già le 13:00, è ora di pranzare. Anche se anche per questo importante pasto della giornata non ci sono orari. Un po’ di riposo e si ritorna a lavorare. Appena arrivo in campagna mi accorgo immediatamente di un problema, il maestrale ha distrutto le reti! Questo è il primo inconveniente della giornata ma, fidatevi, oggi mi è andata bene!

Sicché armato di fil di ferro e tanta santa pazienza mi metto all’opera, destreggiandomi nelle mie rudimentali competenze “fai da te”. Su questo aspetto, devo ringraziare mio nonno che, con più esperienza e maestria di me – il risultato di mezzo secolo passato in campagna – mi insegnava tutto ciò che sapeva, sussurrandomi ogni volta il suo detto preferito: “impara s’arte e ponela a parte”.

Così con qualche graffio in più sulle mani avvio la mungitura della sera, questa volta più lento, senza nessuna gara, ma con un unico obiettivo nella testa: rientrare finalmente a casa!

Dopo aver aggiustato le reti; munto le pecore; aver dato da mangiare a tutti gli animali; pulito le stalle; raccolto le uova; trasportato col trattore le balle di fieno; aiutato una mucca a partorire, mi accingo a tagliare la legna fino a quando il sole tramonta e, la poca visibilità, mi ricorda che devo tornare a casa e che la mia giornata lavorativa finisce sempre con qualche imprevisto. Si, il lavoro del pastore è caratterizzato ogni giorno o quasi, da imprevisti che non ti fanno prendere alcun impegno fuori dall’ambito lavorativo.

Nel tragitto verso casa mi sento stanco, la stanchezza rende più vulnerabili anche ai pensieri più cupi.

Penso a quanta fatica il pastore è sottoposto ogni giorno; penso a tutti quei giovani, come me, che nella disperazione della disoccupazione scappano via dalla loro terra con un bagaglio colmo di speranze ma vuoto di certezze; penso a tutti coloro che dicono che occorrono riforme per far restare i giovani per lavorare la terra – che ne ha tanto bisogno, dicono! – , senza comprendere cosa significa spaccarsi la schiena per un litro di latte a soli 0,80 centesimi;

penso a tutta la superficialità che ci circonda, penso, penso, e ancora penso fino a quando arriva la notte, oh io adoro la notte – ve l’ho già detto giusto? -, continuo a pensare fino a quando il pensiero si tramuta in sogno.

È il sogno di un mondo colmo di giustizia e povero di ipocrisia, di problemi risolvibili e di soluzioni concrete. Un mondo che acquista il pecorino romano prodotto dal latte sardo venduto ad un prezzo dignitoso. È un mondo utopico, dove nessuno butta la spazzatura nelle cunette della superstrada;

dove non si inquina più né con la plastica né con l’indifferenza. Dove “non ragioniam di lor ma guarda e passa”, rimane uno splendido verso dell’inferno di Dante, mentre noi ci occupiamo del nostro paradiso sulla terra, fatto di lentischio, mirto, alloro, rosmarino, sconfinate campagne ancora miracolosamente incontaminate. E poi… DRIIN!

Un nuovo giorno ha inizio.

Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

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