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Cosa vuol dire ogni giorno indossare una Maschera

Le parole di Rula Jebreal a Sanremo mi hanno dato l’occasione per provare a riflettere sulla maschera che, come ogni vittima di violenza, indosso giorno dopo giorno per cercare di nascondere ogni fragilità.

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“Lei cosa ha fatto per meritare ciò che è accaduto?”
Spogliarsi, ieri sera, dopo queste parole non è stato facile. Non per me, quantomeno. Ogni notte cerco di riporre, insieme al trucco e ai bei vestiti, anche la mia maschera su quella poltrona in camera: la lascio lì, ferma, in attesa che un nuovo giorno ricominci, in attesa che il sole imponga alla mia figura di indossarla nuovamente. Ma ieri sera è stato difficile anche togliere quella maschera, quella maschera che dall’agosto 2018 accompagna il mio viso, è stato complicato lasciarla intatta, non macchiarla di lacrime, non macchiarla di altre paure.

Eppure dovrebbe esser tutto semplice: lui cammina a testa alta, cammina per strada, nella mia Trapani, nella mia casa. Lui continua a ridere, ad esser sereno: è andato avanti, come se non fosse successo nulla, come se quei giorni avessero segnato soltanto il mio cammino, la mia esistenza, come se quei giorni avessero turbato soltanto i miei sogni, il mio sorriso, il mio sguardo.

Chissà se ha ascoltato quelle parole, chissà se ha pensato a me, chissà se ha pensato a sua figlia. Chissà se ha riflettuto. Chissà se è riuscito a piangere, ad emozionarsi o se è rimasto lì, immobile, impassibile, come se quelle parole fossero state scritte per altre persone, come se lui non fosse mai stato colpevole. E’ tutto un Chissà, come se la risposta a questi piccoli quesiti avessero il potere di restituirmi la mia vita, di restituirmi la mia spensieratezza, la mia fiducia nell’umanità, nell’uomo. E mi sento in colpa, ancora una volta, per l’ennesima volta oserei dire.

Mi sento in colpa perché non ho rispettato, con questi pensieri, la mia dignità: l’ho calpestata, sono riuscita a circolarci sopra con un tir carico di assurdità, di discorsi insensati. Eppure non riesco a farne a meno, non questa notte. E’ tutto lì, è tutto fermo a quel giorno, tutto fermo a quegli sguardi carichi di odio, di disprezzo. E’ tutto fermo a quei piccoli gesti, a quelle mani sui miei fianchi, a quelle mani che cercavano ogni oggetto che potesse ferirmi.

E’ tutto fermo a quei lividi, a quei lividi sulle braccia, sulla coscia destra, al fianco destro. Continua ad esser tutto fermo a quella sensazione di paura, paura di esser l’ennesima donna ricordata solo per esser stata uccisa, per non essersi allontanata subito da quell’orco, un orco protagonista della sua vita, un orco travestito da pecorella. Dannata Caterina e la sua sindrome da crocerossina. Però, forse, se fossi riuscita ad accorgermene prima, se fossi riuscita a cambiarlo, se… Ma me ne rendo conto soltanto a tarda notte, me ne rendo conto soltanto quando arrivo al punto di non ritorno, ad un punto in cui ho provato così tanta vergogna per me stessa che non riesco a riconoscermi.

Mi rendo conto che ogni pensiero è sbagliato soltanto quando non riesco più a respirare, quando la mia tachicardia non lascia scampo al mio cuore e ai miei occhi. E mi accorgo di aver sbagliato, di esser riuscita a farmi male anche oggi, anche questa volta. E’ sbagliato mandar quel pensiero a lui, sperare che abbia ancora un minimo di cuore per chieder scusa ad ogni donna da lui usata come una pedina, una pedina di un gioco a cui nessuna donna vorrebbe partecipare, in cui non avrei mai voluto diventar protagonista.

E’ stato sbagliato chiedermi cosa avrei potuto fare per evitare quelle mani addosso al mio corpo, ma, purtroppo, ogni persona dopo quel giorno mi ha fatto questa domanda: pure quell’amica, quell’amica a cui tengo così tanto, quell’amica ha avuto il coraggio di chiedermi cosa avessi fatto per meritarmi ciò e che, la prossima volta, avrei dovuto farmi evitare di parlare apertamente di ogni tradimento da lui fatto.

Mi rendo conto che Rula Jebreal può parlare ed emozionarmi ma devo esser io stessa a crederci, a non calpestare più la mia dignità, il mio passato. I primi raggi del sole entrano dalle tapparelle della finestra, un nuovo giorno inizia e devo indossare, ancora una volta, la mia maschera in modo che nessuno sappia quanto io sia ancora fragile, quanto io stia ancora provando a rimettere i cocci al proprio posto. Chissà, chissà quando non servirà più, chissà quando riuscirò a trovare la forza per non calpestare mai più me stessa. Chissà, già.

Giovane imprenditrice trapanese e studentessa di scienze politiche animata da un entusiasmo senza confini. Nata in Sicilia, in una terra ricca di storia e di bellezza che, purtroppo, continua a non permettere ad una giovane ragazza dai tratti normanni di potersi esprimere, di poter lottare, di poter migliorare quell'angolo di paradiso in cui vive. Vivo una realtà che ha provato, più volte, a tapparmi le ali, a scoraggiarmi, ad ammutolirmi senza, però, alcun risultato: il verbo arrendersi non fa parte del mio dizionario. Caparbietà e costanza sono i tratti che più amo di me.

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