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Cronaca

Caro Davigo, il sovraffollamento esiste

Il sovraffollamento carcerario esiste ed è imputabile a scelte di politica criminale inadeguate e propagandistiche che trovano nel carcere l’unica risposta in grado di soddisfare le richieste repressive del popolo italiano.

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Nella puntata di Piazzapulita del 06/02/2020 l’avvocato Giandomenico Caiazza, Presidente dell’Unione delle Camere Penali, e il Magistrato Piercamillo Davigo si sono confrontati sulla questione della prescrizione. In questa occasione il conduttore del programma, il giornalista Formigli, ha affermato che quello italiano è un sistema in cui “nessuno va in carcere neanche per i reati gravi”, e il Magistrato Davigo ha dichiarato che le carceri italiane “non sono stracolme”.

Peccato che, così dicendo, abbiano propinato al pubblico informazioni incontrovertibilmente false. Per smascherarli basta ricorrere ai numeri, troppo spesso elusi, approssimati o addirittura inventati per corroborare le proprie false affermazioni.

I detenuti aumentano – Se la matematica non è un’opinione, al 31 gennaio 2020 i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 60.971, a fronte di una capienza regolamentare di 50.692 unità, per un tasso di sovraffollamento che sfiora il 120%.

Per comprendere la gravità della situazione basta considerare che quando nel 2013 il nostro Paese è stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a causa del sovraffollamento carcerario, i detenuti erano circa 66 mila. Dopo la condanna europea, a seguito delle misure adottate dal Governo per riportare le condizioni detentive entro i limiti del rispetto della dignità umana, i numeri hanno iniziato a calare fino al 31 dicembre 2015 quando le persone recluse erano 52.164.

A partire dall’inizio del 2016 si è registrato però un nuovo costante aumento, fino al 31 gennaio 2020, data in cui si contano diecimila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare degli istituti.

In questo preciso momento in molte galere italiane si trovano alloggiati più detenuti di quelli che potrebbero starci: nel carcere napoletano di Poggioreale si contano 507 persone in più dei posti regolamentari, 415 nel carcere di Regina Coeli, 313 a Firenze Sollicciano.

Quindi sì, caro Davigo, le carceri italiane sono stracolme, ed il suo ostinarsi a ignorare la questione, come fosse un Salvini qualunque e non il Presidente della II Sezione della Corte di Cassazione e membro del Consiglio superiore della magistratura, è quantomeno sconfortante.

Il problema del sovraffollamento carcerario deve essere affrontato seriamente perché dietro ai numeri e alle statistiche ci sono le persone, le stesse che dovremmo rieducare a vivere nel rispetto dei diritti e della legalità.

Essere detenuti in carceri sovraffollate significa vivere in condizioni igieniche drammatiche, stipati in celle di poche manciate di metri quadrati con altre due o tre persone impilate in letti a castello a tre piani; significa, per la maggior parte dei detenuti, non avere l’opportunità di svolgere attività lavorative o culturali, non poter essere seguiti costantemente da educatori, psicologi e psichiatri, sempre troppo pochi in confronto alla popolazione detenuta; significa vivere in un luogo che non è in grado di garantire il rispetto dei diritti fondamentali e, quindi, significa restituire alla società persone prive di una prospettiva di vita diversa dal crimine. 

Come può rieducare una pena che ignora e calpesta i diritti delle persone a cui pretende di insegnare a vivere nel rispetto della legalità?

I reati diminuiscono – I numeri del sovraffollamento penitenziario sono ancora più significativi se si considera che l’incremento della popolazione carceraria non è imputabile ad un aumento dei reati. A dispetto di quanto vogliono farci credere, infatti, il numero dei reati denunciati all’autorità giudiziaria è in costante calo da molti anni (nei primi mesi del 2019 rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, gli omicidi registrano una diminuzione del 12,2%, i tentati omicidi del 16,2%, le rapine del 20,9%, i furti del 15,1%, le lesioni dolose del 21,8%, le violenze sessuali del 32,1% e l’usura del 47%).

Perché allora i detenuti aumentano?

Il sovraffollamento carcerario è imputabile a scelte di politica criminale inadeguate e propagandistiche che trovano nel carcere l’unica risposta in grado di soddisfare le richieste repressive del popolo.  

Una delle principali cause del sovraffollamento risiede nella inefficace legislazione sulle droghe, che rappresenta la principale causa di ingresso e permanenza delle persone in carcere. Il XV Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione ci rivela che “al 31 gennaio 2018, il 31,1% delle persone detenute era ristretto per violazione del Testo Unico sulle droghe: circa un terzo del totale. La media europea è del 18%, 13 punti percentuali in meno. In Germania i detenuti per droga erano il 12,6%, in Francia il 18,3% e in Spagna il 19%. Solo Grecia e Lettonia facevano peggio di noi”. Sarà che in Italia si spaccia di più rispetto agli altri paesi europei? O forse sarà il caso di immaginare una strada alternativa e più efficace del carcere per governare il serio problema della circolazione di sostanze stupefacenti?

Proprio ieri la Ministra dell’Interno Lamorgese ha annunciato di voler introdurre l’arresto immediato, con custodia cautelare in carcere, anche per coloro che spacciano sostanze stupefacenti “indipendentemente dalla quantità ceduta”, affinché gli italiani non debbano più vedere “nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima”.

Dove potranno entrare queste decine di migliaia di persone e quale alternativa di vita potrà offrire loro il carcere, non è dato sapere. In fondo, a chi importa davvero se, a quasi trent’anni dalla approvazione del testo unico stupefacenti le risposte repressive al traffico di droga non abbiano risolto il problema della circolazione delle sostanze, a chi importa se le galere sono stracolme, se il carcere non funziona? L’unica cosa che conta è allontanare momentaneamente il problema dal campo visivo degli italiani, nascondere la polvere sotto al tappeto così da poter rimandare alle legislazioni future la reale soluzione dei problemi sociali.

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