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Cronaca

Perché le rivolte nelle carceri non possono stupirci

Le durissime proteste che in questi giorni, partendo da Salerno, si sono propagate in moltissime delle carceri italiane, non possono stupirci perché sono il riflesso della scelta consapevole e irresponsabile di continuare a disinteressarsi dei più elementari diritti di chi vive privato della propria libertà.

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di Maria Cristina Frosali

Prendete 61 mila persone e rinchiudetele dove ne potrebbero stare 50 mila.

Lasciate che queste persone vivano ammassate in spazi angusti, dove dalle finestre non entra abbastanza luce e dove l’aria non circola.

Lasciate che in una manciata di metri quadri vivano due, tre, quattro uomini, tra letti singoli e a castello, armadi, armadietti, mensole, lavandini, fornellini, tendine e servigi igienici.

Tollerate che queste persone trascorrano la propria vita appiccicate, in una quotidiana condizione di emergenza sanitaria e lasciate che scoprano dalla TV dell’inesorabile avanzata di un virus letale, dal quale ci si può salvare solo evitando assembramenti di persone e rispettando le norme igienico-sanitarie.

Dopodiché, abbandonatele a loro stesse più di quanto non lo siano già, sospendendo i colloqui con i figli, gli amici e i parenti, bloccando i permessi premio e i lavori all’esterno, chiudendo le attività lavorative e scolastiche.

E poi…

E poi abbiate anche il coraggio di meravigliarvi della loro reazione.

Le durissime proteste che in questi giorni, partendo da Salerno, si sono propagate in moltissime delle carceri italiane, non possono stupirci perché sono il riflesso della scelta consapevole e irresponsabile di continuare a disinteressarsi dei più elementari diritti di chi vive privato della propria libertà.

Nelle immagini che ritraggono le proteste dei detenuti di tutta Italia, si legge la disperata ricerca di attenzione di persone che da anni, da decenni, vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti.

Negli sguardi preoccupati, nelle braccia che si agitano, si legge l’umiliazione di persone che sono costrette a salire sui tetti delle prigioni per ricordarci della loro esistenza, per ricordarci che non sono invisibili, che vivono accanto a noi, e che anche loro, come noi, hanno il diritto di avere paura.

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