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L'Angolo Arcobaleno di Lesbica Moderna

Se non possiamo toccarci, perlomeno possiamo ascoltarci

In questi giorni di reclusione forzata tante persone LGBTQ+ sentono ancora più fortemente il peso dell’omofobia che li circonda.

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Mentre scrivo è appena arrivato il bollettino di guerra della Protezione Civile con gli ultimi contagi, i decessi, le guarigioni. La sola ritualità di questo aggiornamento quotidiano racconta una realtà di ansia e angoscia collettiva nella quale la luce sembra svanire all’orizzonte, così come l’inverno sta cedendo il passo alla primavera (che non godremo). Di fronte a questo tutto sembra irrilevante, qualunque litigio, problema, conflitto, e perfino mancanza di libertà. Già, è uno degli effetti del Coronavirus: tutto diventa poco importante, e per questo vitale, perché è l’ultimo barlume di passato “normale” a cui ci aggrappiamo.

L’altro giorno un centenario della Polonia, l’attore e giornalista Witold Sadowy, ha fatto coming out. Una notizia che fino a qualche tempo fa avremmo tutti approfondito (o quasi), indagandone le correlazioni con l’omofobia del suo Paese, l’incidenza del coming out nella società, anche quando così tardivo, festeggiandone il traguardo. Oggi solo pochi articoli in riviste di settore. Perché tutto sotto la prospettiva dell’ansia fagocitante da Coronavirus appare distorto, offuscato, fuori prospettiva. 

Eppure in questi giorni di reclusione forzata tante persone LGBTQ+ sentono ancora più fortemente il peso dell’omofobia che li circonda o semplicemente della solitudine. Da chi è sol* e non ha nessun partner, a chi vive in una condizione familiare omofoba, o chi viveva in un ambiente di lavoro omofobo e ha paura per le riduzioni di personale che potranno avvenire (o sono già accadute). 

Isolati fronteggiamo le situazioni che ci si pongono davanti con le risorse che abbiamo e a volte ci sembra di perdere, miseramente. Un recente studio della Michigan State University, guidato dal professor William J. Chopik, ha evidenziato come le persone LGBTQ+ abbiano necessità – per loro la salute fisica e mentale – di una vasta rete di amici, soprattutto se condividono lo stesso orientamento sessuale e identità di genere. Il lavoro del professore, pubblicato a febbraio sul Journal of Aging and Health, aveva analizzato un campione di ben 2.560 persone LGBTQ+. “Quando si tratta di discriminazione, – ha affermato il professor Chopik, studioso di psicologia sociale e della personalità – le persone vogliono avere qualcuno su cui poter contare e che gli fornisca un ascolto attento. Il più delle volte, significa fornire supporto emotivo, quindi avere una più ampia risorsa di sostegno sociale lo rende possibile”. 

L’isolamento forzato che siamo costretti ad affrontare in questi giorni priva le persone di questa rete emotiva per chi ce l’aveva, e rende ancora più evidente la sua mancanza per chi ne è privo/a. 

Ma una soluzione c’è: la rete. In questo momento è possibile contattare le associazioni LGBTQ+ nazionali o territoriali, partecipare alle innumerevoli iniziative messe in campo sul web sia dalle singole associazioni che dalle singole persone che già lavorano in ambito LGBTQ+. C’è una pletora di eventi: dal sostegno psicologico agli incontri virtuali; dai vari cineforum alle serate del libro e giornate a tema. Non vi resta che scegliere ciò di cui avete bisogno al momento. 

Se non possiamo toccarci, perlomeno possiamo ascoltarci. Facciamolo insieme, facciamolo in rete! 

Una nuova collaborazione a tinte arcobaleno della Politica Del Popolo, direttamente dal suo blog omonimo: l’Angolo Arcobaleno di Lesbica Moderna. Una rubrica lgbtq sulla realtà contemporanea.

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