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Cultura

76 anni fa l’eccidio delle Fosse Ardeatine

Lo storico tedesco Gerhard Schreiber ha scritto che “la messa in pratica dell’esecuzione può soltanto essere definita bestiale”.

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Il 24 Marzo del 1944 verrà ricordato nella storia come la barbarica uccisione di 335 italiani, tra prigionieri politici, cittadini e militari.

Il comando germanico ha, perciò, ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito.” Questo il trafiletto de Il Messaggero del 25 marzo 1944 dove si annuncia l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’episodio probabilmente più emblematico della Resistenza romana.

Cerchiamo di riassumere i fatti storici di quei giorni che precedono quelle striminzite parole riportate dal quotidiano.

Quel perciò, che attira la nostra attenzione, si riferisce ad un attentato partigiano che i nazisti subirono in Via Rasella il giorno prima (23 Marzo 1944) , compiuto dai membri del GAP romani (Gruppi di Azione Patriottica) in cui erano rimasti uccisi 33 soldati del reggimento ‘Bozen‘, appartenente alla ‘Ordnungspolizei’ (o Orpo- polizia d’ordine) dell’Esercito tedesco. L’eccidio, naturalmente, non fu preceduto da nessun preavviso da parte nazista.

Roma, i tedeschi e la Resistenza

Successivamente all’armistizio di Cassibile (3 Settembre del 1943), alla fuga del Re Vittorio Emanuele III e ai combattimenti di Roma (8-10 Settembre 1943), il 12 Settembre dello stesso anno i nazifascisti assunsero il controllo effettivo della Capitale. Immediatamente si costituirono nella città diversi gruppi di resistenza come il Fronte militare clandestino (‘Centro X’) con a capo il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e dei nuclei comunisti armati controllati dal generale Carboni.

In clima di totale resistenza, il partigiano Mario Fiorentini segnalò l’undicesima compagnia del III battaglione del Polizeiregiment “Bozen” come bersaglio per la successiva azione di rappresaglia, dato che abitava proprio nei pressi di Via Rasella e li vedeva “passare ogni pomeriggio in pieno assetto di guerra”. Giorgio Amendola, responsabile dei GAP, lasciò al comando partigiano “assoluta libertà d’iniziativa”, seppur indicando le direttive. Dodici partigiani parteciparono all’attentato: una bomba a miccia ad alto potenziale venne nascosta in un carretto per la spazzatura urbana e altre bombe vennero lanciate a mano dai tetti delle case per disorientare sulla dinamica dell’agguato. Rimasero uccisi sul colpo 32 militari nazifascisti, mentre un altro morì il giorno successivo. Nell’esplosione persero la vita anche due civili italiani, Antonio Chiaretti, partigiano della formazione ‘Bandiera Rossa‘ e Piero Zuccheretti, di soli tredici anni.

La decisione tedesca

Fu il colonnello Eugen Dollmann, presente sul posto, ad affermare che si parlò subito di rappresaglia. Il generale Mälzer avvisò immediatamente il comando supremo tedesco in Italia. Adolf Hitler venne avvisato nel primo pomeriggio e dispose una rappresaglia immediata. Secondo la ricostruzione storica, Hitler avrebbe ordinato di uccidere dai trenta ai cinquanta italiani per ogni soldato tedesco morto in Via Rasella, ma non esistono documenti che provino l’esistenza di un ordine diretto di Hitler. La decisione finale venne presa in serata: esecuzione immediata di “dieci contro uno”.

I condannati a morte

Il colonnello Herbert Kappler fu incaricato di stilare la lista dei prigionieri italiani da eliminare, ma era consapevole della difficoltà di individuare, in breve tempo, un numero così elevato di persone: infatti nelle prigioni di via Tasso e di Regina Coeli aveva a disposizione circa 290 prigionieri tra uomini e donne.

Tuttavia una parte dei prigionieri già rientrava nei condannati a morte, altri erano colpevoli di reati minori e quindi non passibili di condanna a morte e le donne vennero escluse immediatamente dalla rappresaglia. A questo punto Kappler chiese aiuto al questore Caruso che promise di fornirgli una lista di cinquanta prigionieri.

L’esecuzione

Alle otto di mattina del 24 Marzo il colonnello Kappler comunicò ai suoi uomini dovevano essere uccisi per rappresaglia 320 italiani, a cui si sarebbero aggiunti quelli promessi dal questore Caruso. Alle 14, circa, i condannati vennero portati alle cave tra le catacombe di San Callisto e di Domitilla. Un labirinto di gallerie di circa 4 metri di altezza, tre di larghezza e dai trenta ai novanta metri di lunghezza.  

Non appena giunsero anche i prigionieri provenienti da Regina Coeli, iniziarono le fucilazioni: i condannati vennero suddivisi in gruppi da cinque, vennero condotti nelle gallerie. Le vittime venivano fatte inginocchiare e gli esecutori, all’ordine del capitano Schütz, sparavano. Il colonnello Kappler prese parte al secondo turno di eliminazione mentre il capitano Priebke nel terzo. 67 furono i turni di esecuzione prima del precipitare della situazione. Alcune vittime opposero resistenza, i corpi iniziarono ad essere accatastati per accelerare i tempi, molti prigionieri non morirono sul colpo e i loro corpi furono mutilati dai proiettili.

Per sostenere alto il morale dei soldati, il Colonnello Kappler prese parte a un secondo turno di esecuzioni, convinse a sparare anche il tenente Wetjen, che fino a quel momento si era rifiutato e tutti gli ufficiali effettuarono una seconda esecuzione, ad esclusione del sottotenente Günther Amonn, completamente sconvolto. Al termine dell’eccidio si rilevò che erano presenti, a causa della confusione del rastrellamento finale dei prigionieri, cinque uomini in più del numero previsto di 330. Il colonnello Kappler decise di procedere ugualmente all’eliminazione degli ostaggi, anche perchè “avevano visto tutto“, come riferì il maggiore delle SS Karl Hass nel secondo processo del dopoguerra.

Tentativo di occultamento

Al termine dell’eccidio, i tedeschi minarono e fecero esplodere gli accessi delle gallerie. Il colonnello Kappler intendeva mantenere l’assoluta segretezza su quanto accaduto.

Le esplosioni vennero però udite da alcuni religiosi salesiani presenti nelle vicinanze. Nella notte, dopo aver osservato per l’intera giornata il passaggio degli automezzi tedeschi nella zona, entrarono nelle cave e si trovarono davanti uno scenario da incubo: i corpi erano rimasti ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo.

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Nata a Roma il 21/04/1992, attualmente vivo ad Anguillara Sabazia. Laureanda in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Attivista politica fin da giovanissima, a soli 14 anni, ad oggi dirigente. Appassionata di Diritti Umani, delle politiche femminili e delle tematiche sociali. Viaggiatrice, amante dell'Europa dell'Est, e già redattrice per alcune testate del territorio.

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