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Economia

Dialogo sopra la crisi economica da pandemia da COVID-19

Il coronavirus oltre ad una emergenza sanitaria porta con sé anche un’emergenza economica. Tante le domande: qual è l’effettiva portata della crisi economica? Quali le sue conseguenze a medio e lungo termine? Cosa significano e quanto efficaci sono gli interventi governativi?

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del prof. Giuseppe Chirichiello

L’epidemia da coronavirus, che, esplosa in Cina a gennaio, imperversa nel nostro paese in modo (è il caso di dire) “virale”, almeno dalla seconda metà di febbraio 2020 (ufficialmente, ma forse prima, effettivamente), continua ad oggi a mietere implacabile le sue numerose vittime umane. Assistiamo sgomenti, nella nostra quotidiana clausura, al continuo aggiornamento della triste contabilità dei contagiati e delle vittime.
Ai sentimenti di umana pietà per le vittime e le persone sofferenti, si accompagnano sia l’ammirazione per quanto il nostro sistema sanitario ed il suo personale stanno facendo, alcuni al prezzo della loro vita, sia gli interrogativi su come e quando le azioni di contenimento del contagio si riveleranno efficaci. Quella sanitaria, pur costituendo l’aspetto umano predominante, e più coinvolgente, non è la sola emergenza che l’epidemia del covid-19 porta con sé.

Essa, infatti, si accompagna ad una crisi economica epocale, e per essa altri interrogativi si affacciano alla nostra mente. In particolare ci si chiede qual è l’effettiva portata della crisi economica, quali le sue conseguenze a medio e lungo termine, cosa significano e quanto efficaci sono gli interventi governativi, realizzati ed annunciati, di politica economica.
Questi interrogativi dominano nei dibattiti degli osservatori ed opinionisti , e durante le ore di clausura a cui tutti siamo costretti, hanno affollato anche la mente di chi scrive.
Mentre politica e mass media ne discutevano, nel mio piccolo mondo, curiosamente in modo quasi coordinato, miei antichi e recenti studenti, alcuni già affermati professionisti, mi hanno sollecitato con messaggi ed e-mail a comunicare loro qual era il mio pensiero ed a prendere posizione.

Ne è nato un dialogo epistolario e delle riflessioni che oggi sottopongo ai lettori.
Proporrò tali riflessioni proprio così come sono nate, nella forma di dialogo con i miei allievi, in ciò ispirato all’illustre precedente del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” (1632) di Galileo Galilei, consapevole che, in qualche punto, le mie considerazioni, come quelle dell’illustre studioso, potrebbero, rispetto all’attuale stato delle conoscenze, apparire come delle “eresie”. Il format che seguirò nell’esposizione è quello di una domanda, a cui segue la risposta che espone il mio pensiero sul tema.

  • Qual è la situazione economica che si prospetta a causa del covid-19?

Intanto occorre distinguere la fase “durante” il coronavirus, ancora in corso, e nella quale servono risorse mediche e di assistenza sociale. Si tratta di per sé di esigenze non indifferenti. Diciamo almeno tra i 5 e gli 8 miliardi, tra attrezzature e presidi medici di tutela della salute. A ciò vanno aggiunte le spese di adeguamento del sistema sanitario, della gestione dei ricoveri, del reclutamento di nuovo personale sanitario e di riconversione ospedaliera. Possiamo stimare una spesa ulteriore tra i 2 e 4 miliardi di euro per questi altri interventi, per un totale tra i 7 e 12 miliardi di euro. Queste sono, per il momento, le sole spese “dirette” prevedibili che dobbiamo affrontare per ragioni sanitarie.

Ma in questa fase dell’epidemia, l’economia soffre anche per gli interventi di “distanziamento sociale” che hanno richiesto, tra le altre, la sospensione di numerose attività, commerciali, produttive e di servizi. Ciò che si perde con il “lockdown” , cioè con il fermo produttivo, non è cosa da poco, e ristorare tali perdite richiede un enorme impegno finanziario. Leggo varie previsioni, che quantificano le perdite possibili tra il 3% ed il 6% del PIL mondiale. Si tratta di una contrazione enorme, ma rispetto a tali previsioni, a costo di passare per “catastrofista”, con riferimento al nostro paese sono molto, anzi moltissimo, più pessimista.

Va ricordato che, nei centri internazionali che fanno previsioni economiche, si ricorre, per fare tali previsioni, a sofisticatissimi modelli, denominati “modelli econometrici”. Attraverso tali modelli le banche centrali, l’OCSE, il Fondo monetario internazionale, l’Eurostat, l’ISTAT, ed in generale tutti gli organismi della cooperazione internazionale, elaborano delle previsioni economiche. Tali previsioni in genere sono su base trimestrale e si estendono su un orizzonte temporale di un anno. Non ho il “mio” modello econometrico da contrapporre a quelli dei ben più quotati centri di previsione internazionale, ma proverò lo stesso a fare delle “previsioni”, proponendo un ragionamento che somiglia al conto che farebbe l’uomo della strada.

In Italia nel 2019 abbiamo prodotto reddito (il “Prodotto Interno Lordo”, o PIL) per circa 1.750 miliardi. Le previsioni ante covid di crescita per il 2020 per il PIL italiano si attestavano tra il 0,1% e lo 0,5% in più rispetto al 2019, sicché, senza commettere grandi errori, possiamo continuare a ragionare anche per il 2020 sullo stesso dato del 2019.
La produttività italiana giornaliera (la “capacità” del nostro paese di generare reddito per ogni giorno lavorativo), riferita all’anno lavorativo (270 gg.), risulta pari a circa 6,5 miliardi giornalieri. Attualmente, tenuto conto del numero di settori coinvolti nel fermo produttivo, possiamo considerare tale produttività ridotta al 20%, pari a circa 1,3 miliardi giornalieri.
A partire dal 24 febbraio, perciò, possiamo calcolare attualmente una perdita cumulativa di PIL di circa 40 miliardi. Aggiungiamone altrettanti almeno per aprile e maggio. Fanno 120 miliardi perduti.

Se riuscissimo a ripartire come se niente fosse avremmo bisogno di un anno di 16 mesi per rimetterci in pari.

Il problema è che non possiamo pensare che, diciamo da luglio in poi, riprendiamo a produrre ed a spendere al 100%, come se nulla fosse stato. Mettiamo in conto una perdita media tra riduzione di capacità produttiva e caduta della domanda globale più o meno del 15% del potenziale (ma potrei anche essere eccessivamente ottimista!). Fa circa 1 miliardo al giorno per 140 gg lavorativi, per un totale di altri 140 miliardi. Perdita complessiva per il 2020 di 260 miliardi di euro, circa.

Poniamo che la stima sia giusta solo con un margine di errore del 30% in più o in meno. Io temo che a fine anno potremo registrare una perdita di Pil come paese più o meno tra 190 e 250 miliardi di Pil. Vale a dire tra un minimo di quasi 11 % ed un massimo di quasi il 15 %. In sintesi: è l’apocalisse.
E’ la meteorite della nostra epoca, che, proprio come quella che pose fine all’era mesozoica, con la scomparsa dei dinosauri, chiude definitivamente un’era economica, con la probabile scomparsa dell’economia come l’abbiamo finora conosciuta.

  • Ritiene che le misure economiche adottate dal governo italiano siano sufficienti o in qualche modo adeguate a sostenere il post Covid-19?

Il tema dell’adeguatezza o meno degli interventi economici governativi è argomento delicato, poiché qualunque considerazione può scivolare facilmente sul terreno politico, e dunque in generale nella valutazione dell’adeguatezza o meno di “questo governo”. Per questa ragione è opportuno discutere preliminarmente degli schemi che la scienza economica offre per fornire risposte in una situazione eccezionale come quella che stiamo vivendo.

Premesso che l’economia vive di “vita propria”, sia che il governo si astenga da ogni intervento, sia che decida interventi, ordinari o straordinari, lo studio degli interventi governativi va inquadrato in termini di “obiettivi” e di “strumenti” impiegati per raggiungere gli obiettivi rispetto all’andamento dell’economia.

Non sempre gli esiti “spontanei” dell’economia possono ritenersi desiderabili o accettabili dal punto di vista della collettività. Il metro di valutazione dell’andamento dell’economia, rispetto a quello ritenuto idealmente “giusto” è (in gergo tecnico) il “benessere della collettività”. Si tratta di un obiettivo tanto generale, quanto “generico”. E’ difficile dare del benessere collettivo una qualsiasi valutazione “oggettiva”. Non essendo una grandezza misurabile, ognuno può dare del “benessere collettivo” l’interpretazione che meglio crede, ed anche le stesse persone ne possono dare un’interpretazione diversa a seconda della prospettiva e del momento in cui valutano problemi. Per questo, sul terreno concreto, la collettività “delega” il governo a decidere quali interventi fare o non fare.

In un Paese democratico, il governo in carica, in quanto espressione delle scelte della maggioranza dei cittadini, diventa in concreto l’istituzione collettiva delegata a stabilire se un dato andamento dell’economia debba “correggersi” o meno, ed intervenire in modo che i risultati che l’economia effettivamente produce siano il meno possibile diversi rispetto a risultati “ideali” che legittimamente (ma non necessariamente correttamente) il governo ritiene desiderabili. Dal punto di vista del sistema considerato come un tutto (in gergo, dal punto di vista “macroeconomico”) gli strumenti con i quali è possibile fronteggiare degli shock negativi, e dunque anche per fronteggiare gli effetti dell’epidemia da covid-19 (ormai pandemia, essendo estesa a più di 120 paesi del mondo), sono la politica fiscale e la politica monetaria.

Nel pieno controllo del governo però vi è solo la politica fiscale, mentre la politica monetaria nei vari paesi è nel controllo delle banche centrali, le quali godono di ampia autonomia rispetto al governo. Nel nostro contesto istituzionale la politica monetaria è nella disponibilità della BCE (Banca Centrale Europea) organo, sovranazionale, dell’Unione Europea.
Convenzionalmente, la politica fiscale, oltre ad assegnarsi obiettivi di carattere sociale, è disegnata per fronteggiare degli shock negativi dal lato della domanda globale. Se, però, è vero che nell’attuale circostanza il “distanziamento sociale” riduce i consumi, l’incertezza sul futuro genera il sostanziale blocco degli investimenti, ed il rallentamento dell’economia mondiale penalizzerà fortemente le nostre esportazioni, è però anche vero che la sospensione di gran parte delle attività produttive (si calcola che la sospensione riguarda l’80% dei settori produttivi del paese) determina uno shock senza precedenti dal lato dell’offerta.

In periodi di guerra si è anche assistito ad una sorta di “razionamento dell’offerta” in conseguenza del quale la produzione di alcuni beni viene contenuta al fine di dirottare risorse e persone verso la produzione bellica. Questa volta, però, il razionamento dell’offerta non ha lo scopo di redistribuire, o riallocare la produzione, ma solo quello di impedire, per ragioni sanitarie e di salute pubblica, la produzione stessa.
Ed è questa, a mio parere, la prospettiva corretta con la quale valutare gli interventi messi in campo dal governo.

  • In concreto, quali sono stati gli interventi del governo italiano? E l’Europa quali interventi ha messo in campo a contrasto degli effetti economici dell’epidemia da coronavirus?

E’ una domanda complessa, che richiede una risposta articolata. Procediamo, in primo luogo, a rivisitare, sia pure trascurando per necessità alcuni dettagli, gli interventi del governo italiano. Come ho già detto, questi interventi da una lato sono più specificatamente diretti al contrasto della diffusione del contagio, nella forma di interventi restrittivi, dall’altro sono volti ad alleviare, per famiglie ed imprese, le conseguenze del blocco delle attività produttive. Le prime misure restrittive ad avere rilevanza anche macroeconomica sono quelle volte al contenimento dell’epidemia COVID-19 contenute nel decreto del presidente del consiglio dei ministri (DPCM) dell’11 marzo 2020.

Già in precedenza erano stati emanati il D.L. 23 febbraio 2020, n. 6 ed i DPCM del 23 febbraio 2020, e il DPCM del 25 febbraio 2020. Un altro DPCM è stato emanato 1° marzo 2020, In essi si stabilita la suddivisione del territorio nella cd. “zona rossa”, nei comuni “focolaio” del virus, e poi una fascia “gialla” di territorio (comprendente Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, e le province di Pesaro-Urbino e Savona). Queste misure, pur se accompagnate da alcune meno stringenti (quali la sospensione degli eventi e delle competizioni sportive, dei viaggi di istruzione nelle scuole, dell’obbligo del certificato di riammissione per assenze superiori ai cinque giorni etc.) hanno di per sé inciso anche sull’economia nazionale, a causa del peso delle regioni interessate nel contributo al PIL del paese.

A causa dell’aggravarsi del numero dei contagi, il 22 marzo è stato approvato il DPCM 22 marzo 2020, che ha ulteriormente rafforzato, sull’intero territorio nazionale e fino al 3 aprile, le misure restrittive già adottate con il DPCM dell’11 marzo 2020, prorogandone i termini di efficacia al 3 aprile. Tra queste vi è la sospensione delle attività commerciali al dettaglio (attività che comprendono bar, ristoranti, eccetto quelli nelle aree di servizio e rifornimento lungo strade ed autostrade, e all’interno delle stazioni ferroviarie e aeroportuali), esclusi i generi alimentari e di prima necessità, farmacie e parafarmacie, edicole e tabaccai. L’esercizio delle attività impone il vinvolo della distanza di sicurezza interpersonale di un metro.

Il cuore dell’intervento verso l’economia si è concretizzato, per ora, nel decreto-legge n. 18 del 17 marzo 2020 (cd “cura-Italia”, in corso di conversione in legge in parlamento). Nel d.l.18/2020 si prevedono interventi per sostenere economicamente le famiglie, i lavoratori e le imprese con risorse aggiuntive di circa 25 miliardi di euro. Gli interventi sono diretti al potenziamento del Servizio sanitario nazionale, al mondo del lavoro ( pubblico e privato), alle attività produttive e ai settori più colpiti dagli effetti negativi legati all’emergenza epidemiologica COVID-19. Per potenziamento del sistema sanitario nazionale sono previsti 3,2 miliardi di euro (l’obiettivo è di garantire la dotazione di personale, strumenti e mezzi al sistema sanitario, alla protezione civile e alle forze dell’ordine per assistere le persone colpite dalla malattia, e per la prevenzione, la mitigazione e il contenimento dell’epidemia, ma , come ho detto temo che siano solo tra la metà ed un quarto di quel che sarà presumibilmente necessario).

Con uno stanziamento di 10,2 miliardi di euro si mira al sostegno dell’occupazione e dei redditi, con il potenziamento dell’intero impianto degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione e fondo di integrazione salariale), per tutto il territorio nazionale e per tutti i settori produttivi (incluse le attività con meno di 5 dipendenti). In particolare, alla cassa integrazione sono destinati 4,2 miliardi di euro, mentre è stabilito un fondo a sostegno dei redditi, con un indennizzo di 600 euro per i lavoratori autonomi e le partite IVA. Potenzialmente, l’indennizzo va ad una platea di quasi 5 milioni di persone (professionisti non iscritti agli ordini, co.co.co. in gestione separata, artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni e mezzadri, stagionali dei settori del turismo e degli stabilimenti termali, lavoratori del settore spettacolo, lavoratori agricoli) per un ammontare complessivo di circa 3 miliardi di euro.

Infine, i restanti circa 3 miliardi di euro sono destinati ad ulteriori interventi, quali l’istituzione di un fondo ad hoc, il ‘Fondo per il reddito di ultima istanza’, da 300 milioni di euro per il sostegno a professionisti iscritti ad ordini professionali e altri esclusi dall’indennizzo di 600 euro, per un totale di 500.000 persone, compresi i collaboratori sportivi. Altri fondi sono destinati alla previsione di incentivi ai lavoratori con reddito annuo lordo fino a 40.000 euro che nel mese di marzo svolgono la propria prestazione sul luogo di lavoro (non in smart working) viene riconosciuto un incentivo di 100 euro (in proporzione ai giorni lavorati)- a sostegno dei genitori lavoratori, a seguito della sospensione del servizio scolastico per uno stanziamento di circa 1,3 miliardi.

Vengono previsti il congedo parentale per 15 giorni aggiuntivi al 50% del trattamento retributivo o, in alternativa, voucher da 600 euro (aumentato a 1.000 euro per sanitari pubblici e polizia) e il voucher per gli autonomi, con l’incremento, in caso di handicap grave, fino a 12 giorni del permesso retribuito per i fruitori della legge 104. Sono infine previsti incentivi e contributi per la sanificazione e sicurezza sul lavoro, attraverso la concessione di un credito d’imposta, nonché attraverso contributi da un fondo presso INAIL; anche per gli enti locali sono previsti contributi attraverso uno specifico fondo.

E’ inoltre disposta a tutela dei lavoratori, indipendentemente dal contratto ma soprattutto per i lavoratori a tempo determinato, per i due mesi successivi alla data di entrata in vigore del decreto la sospensione delle procedure di licenziamento avviate dopo il 23 febbraio 2020. In questo periodo, il datore di lavoro, non può recedere dal contratto per giustificato motivo oggettivo, fra cui il licenziamento per motivi economici. Per il settore pubblico e per quello privato è stabilito che il periodo di malattia o quarantena o in permanenza domiciliare fiduciaria sia equiparato alla malattia.

Accanto alle misure per il sostegno diretto a famiglie è previsto uno stanziamento di complessivi 2,4 miliardi di euro, diretto a far fronte alla sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per complessivi 10,7 miliardi di euro. Viene in particolare stabilito il differimento delle scadenze e la sospensione di tributi e contributi (per tutte le imprese di piccola dimensione e senza limiti di fatturato per le imprese operanti nei settori più colpiti); della riscossione e invio delle cartelle esattoriali; degli atti di accertamento e dei pagamenti dovuti per i diversi provvedimenti di sanatoria fiscale. Inoltre, il decreto prevede un credito di imposta per il proprietario di locali commerciali che rinuncia a parte dell’affitto del mese di marzo.

Sempre in ambito fiscale è stato incentivato, mediante l’estensione delle detrazioni/deduzioni, il contributo del settore privato al finanziamento del contrasto dell’epidemia e delle cure sanitarie. Vengono sospesi i termini del processo tributario. Slitta dal 7 al 31 marzo il termine entro il quale i sostituti di imposta devono trasmettere la certificazione unica e dal 28 al 31 marzo 2020 la scadenza entro cui gli enti terzi (fra cui banche, assicurazioni, enti previdenziali e amministratori di condominio) devono inviare i dati utili per la dichiarazione dei redditi precompilata. Infine è prorogato al 5 maggio 2020 il giorno in cui la dichiarazione precompilata sarà disponibile per i contribuenti sul portale dell’Agenzia delle Entrate ed è Spostata dal 23 luglio al 30 settembre 2020 la scadenza per l’invio del 730 precompilato.

Un ultimo significativo complesso di interventi è quello indirizzato al sostegno della liquidità delle famiglie e delle imprese per contrastare un possibile “effetto contagio” dall’economia reale al settore del credito. Il fatto che famiglie ed imprese registrino simultaneamente una drastica caduta delle entrate riduce in modo significativo la loro capacità di far fronte ad impegni finanziari in essere, e ciò potrebbe anche rendere ulteriormente più difficile l’accesso al credito. Per assicurare liquidità alle famiglie e alle imprese, riducendo il rischio diventino insolventi, sono stati destinati 5 miliardi (con un effetto di espansione potenziale di credito “coperto” da garanzia, che i tecnici chiamano “effetto volano” stimato per circa 350 miliardi).
Quattro sono stati gli strumenti predisposti.

Il primo è la moratoria sui prestiti che riguarda le micro (le cc.dd. partite IVA), piccole e medie imprese (PMI), i professionisti e le ditte individuali. Si stima che questi operatori vengano a beneficiare di una moratoria su un volume complessivo di prestiti di circa 220 miliardi di euro. Vengono, inoltre, congelate fino al 30 settembre le linee di credito in essere in conto corrente, finanziamenti per anticipi su titoli di credito, scadenze di prestiti a breve, e rate di prestiti e canoni in scadenza.

Il secondo strumento è uno stanziamento di 1,5 miliardi diretto al potenziamento del Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, anche per la rinegoziazione dei prestiti esistenti. L’obiettivo, oltre a quello di introdurre una serie di facilitazioni per l’accesso al fondo e nelle procedure, è di consentire delle garanzie totali (sommando i finanziamenti in essere e quelli nuovi) per oltre complessivi 100 miliardi di finanziamento alle imprese da parte del Fondo Centrale di Garanzia.

Un terzo strumento è quello a sostegno della provvista alle banche che finanziano imprese medio-grandi non beneficiare del Fondo PMI. E’ stata disposta la garanzia dello Stato a favore di CDP, per 500 milioni di euro e sono previste una serie di altre misure relative alla cessione dei crediti incagliati o deteriorati di banche e imprese industriali, al fine di liberare nuove risorse liquide per le imprese e la concessione di nuovo credito da parte delle banche con un moltiplicatore stimato di 20 (quindi si stimano 10 miliardi di nuova finanza).

Infine, il quarto strumento consiste in un gruppo di altre misure comprendenti il rafforzamento dei Confidi (consorzi di garanzia collettiva dei fidi) per le microimprese, misure di semplificazione e riduzione dei contributi obbligatori ai fondi interconsortili, l’estensione ai lavoratori autonomi dell’accesso al fondo di solidarietà per i mutui per l’acquisto della prima casa (cd. “Fondo Gasparrini”, con l’aggiunta di una nuova causale a supporto della richiesta di sospensione, che prevede la possibilità, per i titolari di un mutuo contratto per l’acquisto della prima casa, di beneficiare della sospensione del pagamento delle rate al verificarsi di situazioni di temporanea difficoltà, ed anche l’eliminazione della clausola sul reddito Isee.

Un intervento tecnico molto particolare, ma importante, ha riguardato le assicurazioni. Queste sono soggette ad impegni nel quadro della regolamentazione europea in vigore (il cosiddetto “volatilty adjustment”), che è stato modificato anche con l’introduzione di una garanzia statale, il che libera risorse importanti per gli investimenti da parte delle compagnie assicurative. Nell’ambito del sostegno alle nostre operazioni con l’estero, è stata anche estesa a regioni e protezioni civile la garanzia SACE (la società di assicurazione del gruppo cassa depositi e prestiti che assicura contro i rischi connessi alle transazioni sui mercati internazionali) al fine di agevolare il reperimento di forniture essenziali sui mercati esteri.

Le misure del d.l. 18/ 2020 sono finanziate quasi integralmente mediante il ricorso a maggiore indebitamento netto. L’articolo 126, comma 1, del decreto, infatti, reca l’autorizzazione ad emettere titoli di Stato per un importo fino a 25 miliardi di euro per l’anno 2020. Questi importi riguardano il solo 2020, ed in quanto interventi di spesa una tantum, non ricorreranno negli anni successivi, e non saranno considerati ai fini del calcolo del saldo di bilancio strutturale.

Siamo ora in condizioni di riprendere la domanda precedente: gli interventi governativi sono adeguati rispetto all’emergenza? Si può osservare che, pur rilevando che gli interventi soffrono di una forma di “apprendimento facendo” sul campo, con messa a punto degli obiettivi e degli strumenti a tappe successive, in definitiva la direzione appare quella giusta e gli interventi disegnano un quadro di politica economica sufficientemente coerente.
Le tre direttrici di indirizzo, che consistono nel contrasto della diffusione dell’epidemia, nel sostegno alle famiglie ed all’occupazione (cassa integrazione), nel tentativo di evitare nell’immediato una crisi di liquidità delle imprese, sono ben individuate e perseguite coerentemente. Da questo punto di vista ritengo che il governo si sia mosso nelle giuste direzioni.

Il problema su cui discutere diventa, allora, se le misure sono quantitativamente sufficienti e la loro durata nel tempo, ovvero se sono, appunto, in grado di affrontare anche la stagione “post covid-19”, come recitava la domanda della mia interlocutrice.
Qui riscontro minore consapevolezza, non solo interna ma a livello mondiale. E qui entra in ballo anche il ruolo dell’Europa, ed anche delle scelte politiche a livello internazionale.
Anche in termini sociali, registro l’assenza della progettazione di una sorta di interruttore “salva-vita”, che pro futuro preveda la sospensione delle attività e relazioni sociali ogni volta che vi sia necessità e per tempi tra i 20 e 30 gg. E manca un progetto per la costruzione e stesura di una rete sociale di assistenza durante le emergenze.

Al momento in cui scrivo, vi è una presa d’atto del problema, ed un timido tentativo di farvi fronte tramite un’ordinanza della protezione civile (del 29 marzo 2020), che stanzia a favore dei comuni di 400 milioni per l’emergenza alimentare che inizia a profilarsi. C’è una vasta area sociale, di precariato, di lavoratori stagionali, e lavoro “nero”, che rischia l’indigenza a seguito del blocco produttivo e rispetto alla quale occorre prevedere degli interventi. Il governo, inoltre, anticipa, via Dpcm, 4,3 miliardi del Fondo solidarietà ai Comuni. Un aspetto dell’epidemia che gli esperti hanno segnalato è la possibilità ch’essa diventi endemica, e dunque dovremo convivere con essa in futuro. Rafforzare la rete del welfare locale, diffusa sul territorio, che possa attivarsi durante le possibili future emergenze è un’esigenza a cui occorre far fronte.

In termini quantitativi, occorrono due considerazioni.
Il governo ha agito “in solitudine”, aumentando il deficit pubblico e per questa strada estendendo il già enorme debito pubblico, attestato a gennaio 2020 , prima della crisi da covid-19, a 2.443 miliardi che corrisponde al 139,6% del PIL. Rispetto all’Europa, la politica governativa ha però ottenuto un duplice risultato: la sospensione temporanea delle disposizioni in materia di deficit di bilancio (le norme del trattato di Maastricht) e l’esclusione degli interventi a contrasto dell’epidemia e dei suoi effetti economici dall’indebitamento delle pubbliche amministrazioni. E’ un indubbio risultato.

La seconda considerazione è che lo sforzo governativo è enorme, e senza precedenti. E tuttavia non si può fare a meno di notare che, rispetto alla caduta del PIL che si profila (e che personalmente in controtendenza, colloco tra il 11% ed il 15% a fine anno. Ma accompagnato da una strana sensazione di essere ottimista), l’intervento, pur encomiabile ed eccezionale, appare poca cosa rispetto alla catastrofe economica. In effetti, mentre scrivo, il presidente del consiglio dei ministri Conte preannuncia per il prossimo aprile 2020 un’ulteriore intervento da altri 25 miliardi, anche questi probabilmente a debito.

La spesa in deficit alimenta l’esplosione del debito pubblico. Prometeia, un rinomato centro italiano di ricerca economica, prevede un rapporto debito/PIL oltre il 180% per il nostro paese. Anche i mercati finanziari fanno le loro previsioni, e la crescita del deficit a sua volta aumenta il rischio di una valutazione negativa (l’aumento del famoso spread, che comporta maggiori oneri di gestione del debito pubblico, ed in prospettiva diffidenza verso il collocamento dei titoli pubblici italiani). Ove si aggiungesse anche una valutazione negativa delle prospettive da parte delle agenzie di rating, la questione diventerebbe ancora più complessa, data l’inclinazione di alcuni ambienti finanziari internazionali ad alimentare la speculazione sui titoli del debito pubblico italiano, spesso aleggiando (in verità spesso anche per cause meno gravi dell’epidemia covid-19) possibili situazioni di insolvenza dello stato italiano.

Tutto ciò in un contesto di turbolenza dei mercati di borsa mondiali, che scontano un crollo inusitato della produzione e degli affari a livello mondiale intorno al 6%.
Per questo aspetto è fondamentale la “concertazione” a livello di Unione europea, ma molto non è nella responsabilità e nel controllo del governo italiano.
La stabilità finanziaria e la fiducia dei mercati è un obiettivo di pertinenza della BCE, e dunque della politica monetaria, ed è anche interesse primario dell’Unione Europea.

Domani parleremo invece dell’intreccio tra politica fiscale, stabilità finanziaria e politica monetaria e dei tanto discussi Eurobond.

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