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Economia

Due possibili soluzioni in campo economico: la Helicopter Money e il Socio di Ultima Istanza

Quali potrebbero essere due proposte economiche da mettere in campo? Si potrebbe riprodurre su scala europea l’esperienza di IRI e TARP?

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del prof. Giuseppe Chirichiello

L’epidemia da coronavirus, che, esplosa in Cina a gennaio, imperversa nel nostro paese in modo (è il caso di dire) “virale”, almeno dalla seconda metà di febbraio 2020 (ufficialmente, ma forse prima, effettivamente), continua ad oggi a mietere implacabile le sue numerose vittime umane. Assistiamo sgomenti, nella nostra quotidiana clausura, al continuo aggiornamento della triste contabilità dei contagiati e delle vittime.

Ai sentimenti di umana pietà per le vittime e le persone sofferenti, si accompagnano sia l’ammirazione per quanto il nostro sistema sanitario ed il suo personale stanno facendo, alcuni al prezzo della loro vita, sia gli interrogativi su come e quando le azioni di contenimento del contagio si riveleranno efficaci. Quella sanitaria, pur costituendo l’aspetto umano predominante, e più coinvolgente, non è la sola emergenza che l’epidemia del covid-19 porta con sé.

Essa, infatti, si accompagna ad una crisi economica epocale, e per essa altri interrogativi si affacciano alla nostra mente. In particolare ci si chiede qual è l’effettiva portata della crisi economica, quali le sue conseguenze a medio e lungo terminecosa significano e quanto efficaci sono gli interventi governativi, realizzati ed annunciati, di politica economica.
Questi interrogativi dominano nei dibattiti degli osservatori ed opinionisti , e durante le ore di clausura a cui tutti siamo costretti, hanno affollato anche la mente di chi scrive.
Mentre politica e mass media ne discutevano, nel mio piccolo mondo, curiosamente in modo quasi coordinato, miei antichi e recenti studenti, alcuni già affermati professionisti, mi hanno sollecitato con messaggi ed e-mail a comunicare loro qual era il mio pensiero ed a prendere posizione.

Ne è nato un dialogo epistolario e delle riflessioni che oggi sottopongo ai lettori.
Proporrò tali riflessioni proprio così come sono nate, nella forma di dialogo con i miei allievi, in ciò ispirato all’illustre precedente del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” (1632) di Galileo Galilei, consapevole che, in qualche punto, le mie considerazioni, come quelle dell’illustre studioso, potrebbero, rispetto all’attuale stato delle conoscenze, apparire come delle “eresie”. Il format che seguirò nell’esposizione è quello di una domanda, a cui segue la risposta che espone il mio pensiero sul tema.

  • Mi può chiarire meglio l’intreccio tra politica fiscale, stabilità finanziaria e politica monetaria? E poi, la politica monetaria è per sua natura politica europea. Quale politica monetaria, ma soprattutto quale politica fiscale europea è stata attuata per l’emergenza coronavirus?

Come abbiamo visto, la politica fiscale, o per meglio dire la politica della spesa pubblica, ha un intreccio inestricabile con il bilancio pubblico, e questi, nel contesto europeo, ha dei vincoli stringenti fatti valere attraverso una procedura di sorveglianza macroeconomica. In un Paese come il nostro fortemente condizionato dall’enorme debito pubblico, spesa pubblica, debito pubblico e mercati finanziari sono diventati un tutt’uno, sicché ciò che accade nell’uno ha immediati riverberi sull’altro ( e viceversa, attraverso il canale dello spread che introduce una forte volatilità nella spesa per interessi sul debito, che alimenta ulteriore debito pubblico).

Ciò significa che gli umori dei mercati finanziari, tanto distanti dalla vita quotidiana di tanti di noi, finiscono col condizionare fortemente le scelte delle politiche governative, e dunque i servizi forniti alla collettività dal settore pubblico, che fanno la qualità della vita di ognuno di noi.


Lo stesso fitto intreccio, benché siano diversi i canali attraverso i quali si riverberano gli effetti, lo si rinviene nella politica monetaria. La banca centrale, e nel nostro caso la BCE (banca centrale europea) ha una influenza da quasi monopolista sui mercati finanziari. Essa, infatti, fissa i tassi di interesse “di riferimento”. I tassi d’interesse influenzano direttamente sia il costo del credito bancario sia il prezzo dei titoli, anche azionari, ma soprattutto i titoli obbligazionari (dei grandi gruppi industriali e finanziari, i cosiddetti bond, ed i titoli del debito pubblico, Bot e Certificati del Tesoro). Ma i tassi d’interesse influenzano fortemente l’intera gestione delle politiche di indebitamento dei privati e del settore pubblico.

Quanto la politica monetaria possa essere anche de-stabilizzante, ci è mostrato dall’infelice dichiarazione del presidente della BCE, Christine Lagarde, in data 12 Marzo 2020. La governatrice della BCE, in risposta ad una precisa domanda durante la periodica conferenza stampa della BCE ha dichiarato “Non siamo qui per chiudere gli spread. Questa non è la funzione della banca centrale. Ci sono altri strumenti ed altri attori”. Il fatto che questa dichiarazione venisse rilasciata il giorno dopo la firma del DCPM da parte del presidente italiano del consiglio dei ministri è stato decifrato dai mercati come una sostanziale dichiarazione di abbandono dell’Italia al suo destino.

La risposta dei mercati di borsa, nelle piazze di Milano, Parigi e Francoforte è stata immediata, con una raffica di vendite che ha determinato il crollo del prezzo delle azioni, ma soprattutto ha determinato sui titoli del debito pubblico italiano un’impennata fino a 130 punti-base, che è come dire un maggior interesse sul debito pubblico pari all’1,3% su base annua. Ciò ha aggravato, aggiungendo un ulteriore ostacolo, il costo degli interventi dl governo italiano per l’emergenza coronavirus e la situazione sarebbe peggiorata se, con una inversione a 180 gradi rispetto alla dichiarazioni di Lagarde, il consiglio dei governatori della BCE non avesse annunciato il 18 febbraio 2020 l’avvio del cosiddetto PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).

Il legame tasso d’interesse-spread sui titoli del debito pubblico è il canale attraverso il quale politica monetaria e politica fiscale diventano intrecciate. Il nervosismo dei mercati per ora non si è trasmesso al settore bancario ed agli investitori istituzionali, ed è questo, per fortuna, che fa la differenza rispetto alla crisi finanziaria del 2007-2008 ( della quale l’episodio emblematico è il fallimento della grande banca di affari Lehman Brothers). Il PEPP è, per ora, l’unica risposta concreta del’UE all’emergenza coronavirus.

Si tratta di un programma di acquisto di titoli pubblici e privati da parte della BCE avviato per contrastare gli effetti all’emergenza della pandemia. L’ammontare stabilito è di 750 miliardi di euro fino alla fine del 2020. Il programma è accompagnato da un allentamento dei requisiti richiesti per i titoli privati a garanzia, fermo restando che l’acquisto di titoli pubblici resta l’oggetto primario del programma, e tra i titoli pubblici include anche l’acquisto dei titoli greci. Pur essendo la cifra di 750 miliardi di acquisti di titoli una cifra robusta, la ritengo insufficiente rispetto alle prospettive di caduta del PIL dell’area euro.

Occorre però precisare che la BCE ne pare consapevole, ed il comunicato del consiglio dei governatori, anche con il probabile obiettivo di orientare le aspettative dei mercati, testualmente aggiunge “Il consiglio direttivo farà tutto il necessario nell’ambito del suo mandato. Il Consiglio direttivo è pienamente preparato ad aumentare le dimensioni dei suoi programmi di acquisto di titoli e ad adeguarne la composizione, per quanto necessario e per tutto il tempo necessario. Esplorerà tutte le opzioni e tutte le contingenze per sostenere l’economia durante questo shock”. Vi è un eco in queste dichiarazioni del famoso “whatever it takes” di Mario Draghi, e che lascia ritenere che la BCE si riserva di valutare l’efficacia dell’intervento, rendendosi disponibile ad aumentare “le dimensioni dei programmi e la composizione”

In tema di politica fiscale, viceversa, allo stato attuale si registra una totale assenza di decisioni dell’UE. Il dibattito si è soprattutto indirizzato sulla possibilità o meno dell’emissione di Eurobond, ovvero, come qualcuno li chiama, di “coronabond” per finanziare col ricavato gli interventi di contrasto alla epidemia e gli effetti economici all’interno dell’area UE. Le proporzioni degli effetti sul PIL, si è visto, sono di natura tale che trascendono le possibilità di intervento dei singoli governi, e la politica monetaria (attuata e promessa), per quanto robusta, potrebbe rivelarsi inadatta allo scopo.

  • Secondo lei, se l’emissione degli Eurobond è così necessaria ed urgente, perché non viene effettuata? Perché la politica monetaria potrebbe rivelarsi inadatta allo scopo? Quale politica europea potrebbe attuarsi in alternativa all’emissione di “coronabonds”?

Ancora una domanda complessa, per rispondere alla quale sono necessarie delle considerazioni sia di carattere economico che geopolitiche all’interno dell’aerea europea. Dal punto di vista economico, ho premesso che, sia per l’Italia, che per gli altri paesi europei, quali Spagna, Francia e Germania, il fermo della produzione equivale ad una sorta di razionamento dell’offerta. Rispetto al razionamento dell’offerta, una politica fiscale volta al sostegno della domanda globale non serve. Attuata, come nel caso del governo italiano, attraverso il sostegno dei redditi delle famiglie e dei lavoratori, può agire in senso “preventivo”, poiché è prevedibile una riduzione dei consumi immediatamente a seguire al fermo della produzione, e ciò può portare ad una significativa riduzione della domanda aggregata.

Per fronteggiare il crollo della fiducia nel futuro e la conseguente caduta degli investimenti privati, il discorso si fa più complesso, poiché occorrerebbe in sostituzione un grande programma di investimenti pubblici. La necessaria ampiezza, però, credo che vada al di là delle possibilità di un singolo governo, e meno ancora del nostro. In questa emergenza, più che in altre circostanze, si avverte l’assenza di un’autorità fiscale europea, una sorta di European Minister of the Economy (EME) che faccia il paio con, e da contrappeso a, la BCE.

I paesi europei, specie quelli del nocciolo duro dell’UE, nella realtà stanno procedendo in ordine sparso, con differente dimensione e capacità di risposta, accentuando le disomogeneità che affliggono da sempre la sfera “reale”, ancor più di quella finanziaria, dell’Unione Europea.
L’intervento della Commissione Europea per far fronte alle conseguenze della crisi da covid- 19 è stato poco più, anzi poco meno, che un vagito, meno di quanto la sola Italia si accinge a stanziare. Esso è consistito nella decisione di destinare 37 miliardi di euro per tutta l’Unione agli investimenti nel quadro della politica di coesione, consentendo di utilizzare il fondo di solidarietà anche per emergenze di sanità pubblica. Che questa non presenza dell’UE sia il cuore del problema, è emerso, se non esplicitamente, almeno con sufficiente chiarezza nel consiglio dei capi di stato e di governo europei informale, in video conferenza, del 26 marzo 2020.

Nella dichiarazione formale che ne è seguita i membri del Consiglio europeo sulle azioni dell’UE in risposta all’epidemia di Covid-19 avanzano ad una serie di affermazioni ovvie e di principio, per infine stabilire di prendere ..”atto dei progressi compiuti dall’Eurogruppo. In questa fase, lo invitiamo a presentarci proposte entro due settimane”. Il consiglio tuttavia riconosce che “.. è giunto il momento di istituire un sistema di gestione delle crisi più ambizioso e di più ampia portata all’interno dell’UE” invitando la Commissione a presentare proposte in tal senso. Il rinvio a momenti successivi, a fronte dell’urgenza dell’agire, fa emergere la spaccatura che da sempre si registra all’interno dell’area europea, tra i paesi del Nord-Est-Sud.

La proposta di emettere dei titoli europei per finanziare le politiche di sostegno della domanda e fronteggiare eventuali crisi di liquidità, benché astrattamente necessaria ed utile, si rivela sul terreno concreto e della politica difficilmente praticabile. Essa, infatti, affinché il titolo sia sicuro, senza rischi, e come tale inteso dagli investitori richiede che l’emittente offra ai mercati sottoscrittori le necessarie garanzie. Chi dovrebbe essere l’emittente, a nome dell’Europa? In assenza di un Ministro Europeo dell’Economia alcuni sostengono potrebbe provvedere l’ESM (sigla MES in italiano, che sta per Meccanismo Europeo di stabilità).
Ma attualmente il Mes non ha né le competenze, né le garanzie per sostenere un’impresa del genere e nella portata sufficiente.

Per trasformarsi in un fondo in grado di sostenere emissioni credibili, dovrebbe richiedere agli stati partecipanti sostanziose risorse che questi non hanno. Per di più, i suoi meccanismi, disegnati per le emergenze dei bilanci pubblici dell’Unione Europea, implicherebbero la sorveglianza sulle decisioni di bilancio e procedure di spesa pubblica e le di un organismo come la famosa “troika” della crisi greca (BCE, Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea).

La decisione di emissione degli eurobond, o corona bond che dir si voglia, appare, alla luce di questa considerazione più il risultato di un processo politico di non facile gestazione, piuttosto che una risposta praticabile alla crisi in atto. Ogni decisione, infatti, potrebbe arrivare tardi ed essere, rispetto alle esigenze, depotenziata dall’essere l’esito di un inevitabile compromesso politico, fortemente contrastata, ammesso che si riesca in qualche modo a superare l’atavica resistenza di molti governi europei a “condividere il rischio”, ovvero a centralizzare i debiti degli stati. La resistenza è particolarmente forte specie nei paesi della cosiddetta “lega anseatica” ( il riferimento è alla famosa lega anseatica, costituita da un’alleanza di circa 100 città dell’Europa settentrionale, tra il 1163 ed 1669) che vede coinvolti in vario modo il Lussemburgo, la Danimarca, l’Olanda, e naturalmente la Germania.

Molti dei citati paesi, nell’ipotesi di una qualche forma di centralizzazione della politica fiscale, verrebbero a perdere proprio quei vantaggi di posizionamento fiscali acquisiti nell’area dell’Euro, e che porta spesso gli osservatori a parlare di loro, in primis l’Olanda, come dei “paradisi fiscali”. Per tutte queste ragioni ritengo di difficile praticabilità l’emissione di “coronabonds” e l’argomento, più che strumento di politica economica, rischia di diventare elemento di divisione “ideologica” all’interno dell’Unione Europea.

Ne è la riprova la netta contrarietà del premier olandese Mark Rutt secondo il quale non serve la creazione di coronabond che siano condivisi dai Paesi dell’area euro, proposta sostenuta, fra gli altri, da Roma, Madrid e Parigi, nel corso del Consiglio europeo in video-conferenza di giovedì. Un editoriale economico del quotidiano olandese a tiratura nazionale de Volkskrant (quotidiano, dicono, della sinistra progressista olandese), pubblicato il 27 marzo 2020, ha apertamente sostenuto la linea di Rutte, accusando i Paesi del sud di voler usare l’allarme Covid-19 per modificare la struttura dell’Unione europea, con l’introduzione di misure di condivisione del debito, trasformando l’Eurozona in un’”unione di trasferimenti”, dove i Paesi “deboli” vengono strutturalmente sovvenzionati da Stati economicamente forti, come l’Olanda ( meno di 18 milioni di abitanti).

Ma anche la pur condivisibile risposta della BCE potrebbe rivelarsi insufficiente.
Ciò è connaturato non tanto alla non adeguatezza dell’intervento, quanto alla stessa natura del ruolo della banca centrale.

Occorre qui ricordare che la funzione della banca centrale è di assicurare la necessaria liquidità al sistema economico, attraverso il finanziamento del sistema sistema bancario. Non a caso nei libri di testo la funzione della banca centrale è sintetizzata con espressioni quali “prestatore di ultima istanza” e “banca delle banche”. Sostenere la liquidità delle banche, e favorire la stabilità del mercato dei titoli, è indispensabile, e la previsione in 8 mesi di un quantitative easing di 750 miliardi di euro sarebbe sufficiente se fossimo di fronte ad una crisi di insufficienza di domanda effettiva. Ma le cose non stanno così, mentre il quadro convenzionale degli interventi fin qui discussi sembra dare per scontato che questo sia il problema.
Avendo già sottolineato più volte che siamo di fronte ad un “razionamento dell’offerta”, la questione che si pone è sì di garantire la liquidità, ma non delle banche, ma delle imprese, per impedirne il fallimento.

In questo senso il nostro governo, con le misure del d.l. 18/ 2020, dimostra di avvertire il problema, ma con un limite evidente. L’insieme delle misure sono indirizzate ad agevolare l’indebitamento delle imprese produttrici presso il settore bancario.
Quest’ultima considerazione mi offre l’opportunità di tentare una risposta all’ultima parte della domanda, e cioè di quali , a mio avviso, potrebbero essere le politiche europee in alternativa alla riedizione del quantitative easing posto in campo dalla BCE di Lagarde e della ventila emissione di “coronabonds”.

Se si guardano più da vicino entrambi gli strumenti, non è difficile convenire che il quantitative easing agevola soprattutto le operazioni interbancarie, favorendo il ricorso a prestiti interbancari e i contratti cosiddetti “repos” ( contratti di vendita di titoli con patto di riacquisto, e viceversa) tra banche. Ciò impedisce l’innesco di meccanismi di “fuga” della clientela dalle banche, e dunque di innescare delle crisi da panici bancari. D’altra parte, l’acquisto di dimensioni significative di titoli di stato tranquillizza i mercati finanziari, e nel contempo facilita sia la collocazione di tali titoli che gli ordinati scambi di borsa. In un simile contesto, l’accesso al credito per le imprese risulta facilitato, ma il credito infine viene a scadenza e comporta oneri per le imprese che poi debbono essere onorati.

Vi è un rischio in tutto ciò, che anche l’emissione di coronabonds non eliminerebe, e cioè il rischio di sovra indebitamento delle imprese, che può porre le premesse per una catena di fallimenti con esisti esiziali per l’occupazione, la capacità produttiva e gli investimenti.
In altri termini il rischio, soprattutto per il nostro paese (e per la stessa area euro), é che, nel tentativo di arginare gli effetti dell’epidemia, ci ritroviamo con un settore pubblico enormemente indebitato di più, ed anche un settore delle imprese fortemente indebitato.
All’indebitamento del settore pubblico, nostro storico elemento di debolezza, aggiungeremmo anche l’indebitamento del settore privato, la cui ricchezza netta positiva è sempre stato un nostro punto di forza.

E siamo finalmente alla proposta di politiche alternative

Per quanto riguarda la politica monetaria, a mio avviso è il momento di prendere in considerazione una politica davvero non convenzionale, che trasformi la banca centrale da “prestatore di ultima istanza” del sistema bancario in “finanziatore di ultima istanza dell’economia” in grado di fornire liquidità direttamente alle famiglie ed imprese (che sono il nocciolo duro di ogni sistema economico). Si tratta di una politica monetaria denominata in ambienti internazionali la “Helicopter Money”, in quanto riecheggia un’immagine scolastica di un famoso premio Nobel dell’economia, Milton Friedman.

Questa politica consisterebbe nel far pervenire nel conto corrente di famiglie ed imprese direttamente delle somme a fondo perduto da parte della BCE.

Possiamo quantificare un simile intervento, per le famiglie di 800 euro mensili, e per le imprese di 600 euro per persona occupata, e ciò fino alla fine della fase acuta della pandemia.
L’impegno è di riattivare eventualmente tali flussi ogni qualvolta si ritenesse necessario in futuro, in caso di nuovi focolai di epidemia e conseguente blocco della produzione, nelle aree geografiche e nei settori eventualmente interessati. La proposta che sto sostenendo, dunque, traducendo la fantasiosa ed elegante denominazione della Helicopter Money nel linguaggio dell’uomo della strada, potrebbe denominarsi nel più romanesco “soldi, come se piovesse!”.

Per quel che riguarda invece le politiche di mantenimento della liquidità d’impresa, l’idea di fondo è quella di sostituire le facilitazioni che permettono alle imprese di accedere al capitale a credito, con degli schemi che permettano alle imprese di disporre di maggiore capitale di rischio. In altri termini, sto sostenendo la costituzione di una figura che potremmo denominare “socio di ultima istanza”, una figura istituzionale, di natura pubblica, che fornisca alle imprese in difficoltà, ma meritevoli di espandersi, la liquidità necessaria nella forma di socio, assumendo su di sé il rischio d’impresa per un certo periodo di tempo, almeno finché dura la fase di crisi.

Una volta realizzata la fase di risanamento dell’impresa, e che nell’economia gli affari riprendano il loro naturale corso, il “socio di ultima istanza” dovrebbe liquidare la sua partecipazione, sul mercato o agli altri soci, o ad altri subentranti, assumendo perciò l’eventuale onere (ma potrebbe anche rivelarsi un vantaggio positivo) della differenza tra il capitale immesso e quello ottenuto al momento della liquidazione della quota.

E’ chiaro che entrambe le politiche dovrebbero avere un respiro europeo. Possiamo al riguardo individuare da subito i soggetti istituzionali che dovrebbero essere i responsabili dell’attuazione concreta delle suddette politiche. Per la politica monetaria, ovviamente è sufficiente la decisione della BCE, e potrebbe attuarsi in autonomia nell’ambito delle sue competenze. Per quel che riguarda quella che possiamo denominare la “politica delle partecipazioni europee”, il soggetto responsabile potrebbe essere la EIB, o una sua creatura, (la sigla italiana è BEI, cioè Banca Europea degli Investimenti), strumento dell’Unione Europea il cui compito è “ aiutare l’economia, creare posti di lavoro, promuovere l’uguaglianza e migliorare la vita dei cittadini europei e dei paesi in via di sviluppo”.

Sono consapevole che si tratta di entrambe politiche “eretiche” rispetto alle convenzionali politiche monetarie e fiscali.

La Helicopter Money è quasi l’interpretazione letterale dell’ipotesi scolastica di M. Friedman e non trova precedenti nella storia moderna, dalla istituzione delle banche centrali. Essa implica la radicale trasformazione della natura e ruolo della banca centrale, ed a molti potrebbe apparire un salto nel buio non essendoci precedenti al riguardo.
Più facile è, invece, rinvenire esempi di politica di “partecipazioni statali”, la quale è stata da noi attuata per un lungo periodo di tempo tramite L’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), ed in verità è a tutt’oggi ancora praticata “sottotraccia”.

L’IRI fu istituito il 24 gennaio 1933, inizialmente come ente pubblico temporaneo, per far fronte alla gravissima crisi bancaria ed industriale dell’economia italiana di quegli anni.
Al centro della crisi vi erano la Banca Commerciale Italiana,il Banco di Roma ed il Credito Italiano (le tre maggiori banche, all’epoca banche “miste”, che svolgevano, sul modello tedesco, sia la funzione di banche commerciali che di banche d’investimento anche con partecipazione al capitale delle imprese.

La crisi allora, anche sull’onda lunga di una pressione deflazionistica innescata dalla decisione (1927) di rivalutare la lira (c.d. quota 90, il cambio con la sterlina l’allora valuta degli scambi internazionali), e della grande depressione del 1929, coinvolse anche le maggiori imprese dell’epoca, specie di settori, come siderurgia e meccanica, che avevano ampliato considerevolmente investimenti ed impianti, spinte anche dalle commesse pubbliche legate alle esigenze della Prima Guerra Mondiali. L’IRI si strutturò poi come ente permanente e l’esperienza IRI non mancò di tratti di originalità, ma fu oggetto di ripensamento critico alla luce del processo di privatizzazione, prima, e di “globalizzazione”, poi, che portò dal 1992, ad un vasto programma di privatizzazione delle aziende controllate.

L’IRI infine iniziò la fase della sua liquidazione nel 2000, per cessare definitivamente nel 2002, dopo 69 anni. Le residue attività furono incorporate nella Fintecna spa, società interamente partecipata dalla Cassa Depositi e prestiti, che tutt’ora continua l’attività di assunzione, gestione e dismissioni di partecipazioni in società o enti, operanti in Italia ed all’Estero nei settori industriale, immobiliare e dei servizi( sulla “Storia dell’IRI”, la monumentale opera edita da Laterza, 2012-2014, in sei volumi, autori vari, a cura di Valerio Catronuovo ).

Se si ritiene non raccomandabile l’esperienza dell’IRI, vi è una più recente esperienza che molti considerano positiva, e che si è conclusa con un vantaggio per le casse pubbliche negli USA. Si tratta del cd. TARP ( Troubled Asset Relief Program, traducibile in programma di soccorso degli attivi in difficoltà). Il TARP fu varato nell’ottobre de 2018 con la possibilità di spesa fino a 718 miliardi di dollari, successivamente ridotti nel 2010 a 475 miliardi di dollari. Il programma si concluse nel 2014 con il recupero dalla liquidazione delle attività acquisite per un ammontare di 441,7 miliardi di dollari a fronte di 426.4 miliardi investiti, con un guadagno per il settore pubblico 15,3 miliardi di dollari. Senza entrare nel dettaglio, il Tarp ha effettuato acquisti di attività presso banche e grandi gruppi industriali, quali JPMorgan Chase & Co., Morgan Stanley, American Express Co., Goldman Sachs Group Inc., AIG, General Motors, Chrysler, evitando una crisi e delle riduzioni dell’occupazione di dimensioni che molti osservatori temevano paragonabili a quella del 1929.

Ritengo, per concludere, che la BEI abbia tutte le risorse e le competenza necessarie per riproporre su scala europea le esperienze richiamate di IRI e TARP, senza necessariamente incorrere negli eventuali aspetti negativi. Lo schema d’intervento permetterebbe di preservare capacità produttiva, capitale umano specifico difficilmente ricostruibile, una volta distrutto, e soprattutto permetterebbe una piena ripartenza del settore produttivo non appena lo permetteranno le condizioni di salute pubblica.

In chiusura di questa nota un’altra annotazione è d’obbligo: nella ricerca sui precedenti storici, mi sono imbattuto in almeno tre articoli, sul sito https://voxeu.org , ma ve ne sono anche altri, ( gli articoli sono di Bénassy-Quéré e al. dell’11.03 2020, di J.Galì del 17.03.2020, e di A. Boot e al. del 25.03.2020) che avanzano proposte simili a quelle che qui sostengo.
In particolare J. Galì, con la sua autorevolezza di studioso di livello mondiale, sostiene la necessità della Helicopter Money, laddove A.Boot ed altri, studiosi appartenenti al SAFE, centro di ricerca dell’Università di Francoforte, tratteggiano una politica molto simile a quella che qui ho denominato delle “partecipazioni europee”.

Informo di questo il lettore non per rivendicare una sorta di primogenitura delle idee, ma a conforto della validità di esse, per le quali, quando le ho maturare, avevo dei timori a causa della loro eterogeneità rispetto agli schemi convenzionali. Mi son trovato così (quasi in contemporanea ma autonomamente, e questo lo rivendico) in compagnia di eminenti studiosi di fama internazionale nel sostenere delle di idee che, si spera, possano contribuire a combattere le conseguenze del flagello del covid—19 dal quale ci auguriamo tutti di uscire presto e nel migliore di modi possibile.

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