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Politica

Giachetti: “L’ultima vera chiamata per l’Europa non è il Mes, ma capire se esisterà una politica europea”

Roberto Giachetti:”Abbiamo parlato delle fabbriche, perché ci sono gli imprenditori che hanno già lavorato in queste settimane di chiusura per organizzare misure di sicurezza, dobbiamo permettere loro di ripartire.”

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Questa mattina sulle colonne de La Politica del Popolo è intervenuto Roberto Giachetti deputato di Italia Viva con cui abbiamo voluto commentare il momento storico e politico che il nostro Paese attraversa. Partendo dall’impegno in una battaglia epocale, quella contro il Coronavirus, passando da alcune considerazioni che danno ancora più peso al momento che stiamo attraversando, il ruolo dell’Europa, la situazione del sistema di giustizia piuttosto che le strategie per la ripartenza. Pochi giorni fa Paolo Mieli, editorialista del Corriere della Sera, individuava in questo evento la fine del secolo scorso e lo spartiacque vero per l’inizio del nuovo millennio…

  • Onorevole Giachetti, si parla molto della competenza dello stato sulla sanità, divenuto con la riforma del Titolo V materia concorrenziale. Nel 2016 con la Riforma Boschi avevate già previsto di inserire questa possibilità garantendo autonomia in casi emergenziali allo stato. È sufficiente la sola applicazione dell’articolo 120 della Costituzione per affrontare i prossimi mesi? 

Se pensiamo di utilizzare solo l’articolo 120 della Costituzione, diamo per scontato il caos istituzionale e mettiamo a repentaglio la tenuta democratica del paese. Dobbiamo creare la condizione perché vi sia armonia tra i poteri dello stato, partendo però da un presupposto che noi già avevamo individuato con il referendum del 2016. In quella riforma, tra le altre cose, si prevedeva che di fronte a condizioni di emergenza vi fosse una clausola di supremazia nella quale lo Stato avrebbe assunto il coordinamento delle politiche. 

  • Tipo la sanità?

La sanità è esattamente uno di questi esempi. Questa emergenza ci dimostra non che dobbiamo mettere in discussione l’organizzazione statale così come prevista dalla costituzione, cioè con le amministrazioni locali e con i comuni. I temi in cui è prevista ad oggi la concorrenzialità hanno però dimostrato di scatenare un caos giudiziario; si va infatti sempre davanti alla Corte Costituzionale che deve dirimere la questioni delle competenze prevalenti. La riforma del titolo V del 2001 in questo senso è stata sbagliata, a dirlo sono io che pur essendo di centrosinistra penso sia necessario fare autocritica. E’ una riforma che arrivò per cercare di competere con il centrodestra e in particolare con la Lega e con il federalismo, realizzando un pasticcio che oggi ci dimostra di essere tale. I colleghi Boschi, Del Barba e Di Maio si stanno occupando di questo attraverso una proposta di riforma, i fatti di questi giorni ci stanno dimostrando che serve una catena di comando unica.

  • Si torna al tema del commissariamento…

Esatto. Quando abbiamo detto che per tutta la parte attuativa c’era bisogno di un commissario straordinario, individuandolo in Bertolaso, abbiamo detto una cosa che ora è sotto gli occhi di tutti. In un momento del genere rischiamo solo di trasmettere confusione alle persone, che già vivono abbastanza male con questa quarantena e hanno bisogno di avere uno stato che risponde in modo sicuro ed in modo certo. Quindi il 120 della Costituzione è previsto nel momento in cui le politiche regionali entrano in conflitto con lo stato, ma noi dobbiamo prevedere il concetto della clausola di supremazia in occasioni come queste. 

  • Il dibattito sulla riapertura avviato da voi una settimana fa, oggi è il tema maggiormente discusso. Vuole chiarire la posizione di Italia Viva? In molti vi hanno attaccato dicendo che è stato un tentativo di superare il parere degli esperti.

L’abbiamo già vissuto, nella vecchia manovra economica dicevamo no alla plastic tax e no alla tassa sulle bevande, in quel momento ci dicevano che eravamo degli scoscienziati. Dopo poco tutte le norme sono entrate nella manovra economica. Avevamo detto che per muovere il paese e per farlo ripartire era necessario un piano shock (Italia Shock! piano proposto da IV, ndr), studiando le carte avevamo individuato i soldi tra fondi diretti e investimenti privati che sarebbero pronti ad essere spesi, ma bloccati da anni per via della burocrazia. Oggi a sentire il dibattito sulla burocrazia a me viene da sorridere perché quando lo abbiamo detto noi che doveva essere utilizzato uno strumento esattamente come quello impiegato per il ponte Morandi, per l’Expo o per l’ospedale di Milano realizzato con fondi privati, ci denigravano ed attaccavano. L’istituzione di una figura che abbia il potere di bypassare le maglie della burocrazia per fare sì che le cose si riescano a fare in brevissimo tempo. Il ponte è stato fatto in un anno e mezzo, in condizioni normali non lo so quanto ci sarebbe voluto. Eppure, ci dicono che siamo irresponsabili .

  • Dopo l’intervento di Matteo Renzi anche gli altri partiti ne hanno parlato a voce alta.

L’altra settimana quando siamo intervenuti sul tema della riapertura c’è stata la rivolta di tutti, ma nessuno ha utilizzato questo periodo di fermo per lavorare e farci trovare preparati al momento della ripartenza. A Renzi hanno detto che è un irresponsabile, ma dal giorno dopo si è parlato solo di questo. Miracolosamente tutti hanno cominciato a parlare di ripartenza, quindi che ci venga riconosciuto o meno è irrilevante, l’importante è che se ne parli. Panebianco sul Corriere della Sera ieri ha affrontato il tema spiegando che se non ripartiamo, rischiamo di non prendere il virus ma al contempo di morire di fame e di vedere le rivolte sociali per strada. Abbiamo parlato di una ripartenza a macchia di leopardo, vogliamo, in assoluta sicurezza, i ragazzi a scuola e non il sei politico. Vanno fatti test a campione e si permetta ai ragazzi di rientrare per fare gli esami di terza media e di maturità. Abbiamo parlato delle fabbriche, perché ci sono gli imprenditori che hanno già lavorato in queste settimane di chiusura per organizzare misure di sicurezza. Dobbiamo permettere loro di ripartire. Non è tutto risolto, fino al vaccino o alla cura non lo sarà, ovviamente. Ma non possiamo rimanere in casa per mesi. Ci sono regioni dove il fenomeno è più contenuto, e con tutte le garanzie di sicurezza quelle regioni devono ripartire. 

  • Se volesse fare un bilancio, come valuterebbe la condotta dei nostri concittadini fino a questo momento?

La verità è che sono un po’ stanco di sentir esaltare l’atteggiamento sbagliato di alcune decine di migliaia di persone che trasgrediscono le regole. E’ un messaggio sbagliato nei confronti dei milioni di italiani che da quaranta giorni sono in maniera ligia e sofferente all’interno delle loro abitazioni, dando retta a quello che ha deciso il governo e grazie ai quali siamo riusciti a contenere il contagio. La comunicazione nei confronti di queste persone non può essere solo negativa. In questo senso dobbiamo cominciare a trasmettere non illusioni, ma la sensazione che lo stato sta lavorando per essere pronto. Se diamo l’impressione solo di contare i morti ed i malati, chi è a casa vive di angoscia e di instabilità. Se dovessi fare un appunto sarebbe legato alla comunicazione istituzionale; non è serio che in 24 ore il Presidente del Consiglio e il capo della Protezione Civile diano indicazioni differenti: Conte ha individuato il 12 aprile come termine fino a cui prorogare le restrizioni vigenti, Borrelli ha poi detto che fino a maggio la situazione non cambierà. Come ci si può stupire se poi la gente esce? 

  • Sulla riapertura: il modello coreano di tracciamento dei soggetti potenzialmente a rischio, da un punto di vista della tutela della privacy è sostenibile?

Ammetto che inizialmente mi sono venuti un po’ di brividi. Poi però mi sono reso conto che dobbiamo si tutelare la privacy, ma che se non usciamo più di casa la privacy non ci serve a nulla. La differenza tra noi e la Corea è che noi dobbiamo garantire innanzitutto la certezza che i dati raccolti rimangano anonimi, e per farlo è necessario l’intervento dello Stato. Lungi da me pensare che si possa delegare a qualche agenzia, o a qualche istituto. Noi vediamo quotidianamente cosa succede con le intercettazioni, come puntualmente finiscono sui giornali… Penso che tutto questo non possa essere pensabile in un tracciamento di massa come quello che si sta ipotizzando, che mi rendo conto sia utile e necessario. Sebbene fossi molto scettico all’inizio mi sono convinto in corso d’opera che questa è una delle strade da seguire. Ma voglio che ci sia garanzia sulla gestione di questi dati.  

  • Questa pandemia rappresenta l’ultima chiamata per gli Stati Uniti d’Europa? Se Bruxelles non risponde oggi bisognerà ritenere “fallito” il progetto di Altiero Spinelli.

Io sono molto preoccupato, perché ancora una volta tutti sono concentrati esclusivamente su quale sia il modo migliore attraverso il quale l’Europa può garantire misure economiche e finanziarie. L’ultima possibilità per l’Europa non è il Mes, gli Eurobond o il SURE. Ma è l’unione politica. La ragione per la quale ci troviamo in questa situazione è perché in Europa non esiste una cabina di regia sovranazionale, politica. Non tecnico finanziaria, che viene di conserva, ma politica. Ed è esattamente il progetto di Altiero Spinelli, gli Stati Uniti d’Europa che prevede una devoluzione di sovranità dei singoli paesi nei confronti dell’Europa. E’ del tutto evidente che se le politiche di bilancio non fossero state affidate ai singoli paesi ma fossero state centralizzate nella cabina di regia europea non ci troveremmo in questa condizione. 

  • Come giudica il comportamento di Bruxelles fino ad ora?

E’ paradossale che oggi i sovranisti e i populisti attacchino l’Europa nel momento in cui è intervenuta per davvero concretamente, perché la Bce ha sì fatto qualche sbaglio all’inizio, ma poi è ripartita con l’acquisizione dei titoli di stato. Il fondo che si sta predisponendo per la disoccupazione è cosa reale ed inoltre è stata rotta la regola del patto di stabilità. Quello che l’Europa ha fatto in questo frangente non lo ha mai fatto prima. Che oggi l’Europa venga attaccata perché non ha fatto abbastanza è una presa in giro per qualcuno ed un alibi per altri. Non si ha il coraggio di spostare il dibattito su un tema prioritario, quello dell’Unione politica. La vera ultima chiamata europea non è il Mes, ma capire se esisterà la politica europea. 

  • Sarà più importante l’allocazione dei fondi nazionali o le disponibilità fornite dall’Unione Europea?

Il problema è che a noi possono anche coprirci di liquidità, ma se come è successo negli ultimi quarant’anni, li spendiamo male non risolviamo il problema. Per pensare agli ultimi tempi basti guardare a quota100 e reddito di cittadinanza, sono esattamente il modo opposto di come dovrebbero essere investite le risorse. O si capisce che questo paese uscirà attraverso gli investimenti e le risorse poste sulla produttività, e non sull’assistenzialismo, oppure non cambierà nulla. Il Movimento cinque stelle ieri è tornato con il blocco della Tav, dimostrando una visone opposta alla nostra. Dobbiamo avere una classe dirigente che abbia il coraggio di prendere atto del fallimento delle politiche economiche di questo paese negli ultimi quarant’anni, dobbiamo utilizzare quest’occasione per ribaltare davvero il modello di sviluppo economico di questo paese. Soprattutto le piccole e medie imprese avranno la necessità di provvedere ad una immediata riconversione, è del tutto evidente che lo stato deve investire per la riconversione delle aziende e della loro messa in sicurezza. 

  • Il digitale potrebbe venirci incontro?

Sono seri i problemi in materia, basti pensare alla mancanza di alfabetizzazione informatica e di insufficienza dei supporti tecnologici. Ci sono realtà in cui famiglie intere utilizzano un solo computer o smartphone, come si può pensare che più figli seguano le lezioni contemporaneamente? E’ una cosa che va pensata, perché oggi abbiamo l’esigenza di potenziare la rete e contemporaneamente investire sulla formazione di chi deve lavorare o studiare con strumenti tecnologici. 

  • Il dibattito pubblico si è bruscamente interrotto, ma si parlava della riforma Bonafede. Quando si ripartirà, speriamo prestissimo, quale sarà la posizione di Italia Viva? Avete avuto modo di trovare una quadra in queste settimane o continuerete a viaggiare su binari paralleli sebbene interni al governo. 

Non abbiamo trovato nessuna quadra, il tema rimane ampiamente in discussione. Non so se finita questa emergenza noi ci troveremo con i medesimi interlocutori, perché al di la del tema della prescrizione bisogna concentrarsi sulle responsabilità che hanno investito il settore della giustizia in questo periodo, a cominciare dalle carceri.

Le rivolte e la morte di tredici detenuti sono un fatto, tutti hanno spiegato a Bonafede che il provvedimento emergenziale inserito nel decreto Cura Italia per allentare una parte del sovraffollamento che c’è nelle carceri si è rivelato totalmente insufficiente. Immaginiamo che oggi le nostre carceri ospitano circa 10mila detenuti in più del normale, collocati in celle di quattro metri quadri dove stanno anche in otto. E’ evidente che sia una situazione esplosiva. E il Dap, anziché far arrivare tamponi e mascherine ha deciso di sospendere sic et simpliciter i colloqui con i familiari. Era inevitabile una reazione dei detenuti, ed il capo del DAP si sarebbe dovuto dimettere. Pochi giorni fa c’è stato il primo detenuto morto a Bologna per Covid19, sono 120 gli agenti di custodia già contagiati. Se esplode la bomba sociale nelle carceri, io penso che al termine di questa vicenda dovremo interfacciarci con un nuovo ministro della giustizia. 

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