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Lab technologist al tempo del Covid: la storia di Gloria

Questa è la storia di Gloria, ragazza afroitaliana di 25 anni che è dovuta uscire dall’Italia per realizzare il suo sogno. Ora lavora in Belgio come medical laboratory technologist.

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di Abril K. Muvumbi

  • Ciao Gloria ,dimmi qualcosa di te…

Mi chiamo Gloria, tra poco compio 25 anni. Sono cresciuta a Crevalcore, in provincia di Bologna. Ho frequentato il liceo scientifico indirizzo linguistico, perché ho sempre avuto un forte interesse per la scienza in generale e in particolare la medicina. La parte linguistica l’ho scelta perché mi piace viaggiare e imparare nuove lingue. Tra la quarta e la quinta superiore ho fatto un viaggio in Inghilterra di un mese, e quel viaggio mi ha convinto a lasciare l’Italia dopo le superiori. Sono sempre stata l’unica nera, non ho mai subito razzismo, però l’ambienta multiculturale londinese mi era piaciuto molto.

Tutti erano diversi e tutti erano accettati, e lì ho cominciato seriamente a pensare che volevo anche io vivere in un nuovo ambiente. Poi, visto che il mio sogno era comunque di impiegare la mia passione per la medicina in Congo, il mio paese d’origine, ho pensato che fosse meglio andare in un paese francofono per esercitare anche la lingua. A Natale del mio ultimo anno siamo stati a Bruxelles, mi sono informata un po’ e così ho deciso di trasferirmi.
Subito dopo il diploma mi sono iscritta alla facoltà di Biologie Médicale, mi sono laureata a giugno 2019 e ora sto facendo il Master in Santé Publique.
Infine, sono una una grande appassionata di fitness!

  • In Belgio come si sta affrontando l’emergenza Covid?

Qui i belgi la stanno affrontando con più tranquillità rispetto all’Italia, atteggiamento che mi inquieta un po’. Siamo in lockdown dal 13 marzo però non ci sono veri controlli, le persone possono andare a correre, due persone della stessa casa possono uscire. Le scuole sono chiuse, gli esami universitari si svolgeranno online. Nei supermercati si mantiene la distanza di sicurezza e anche le attività necessarie sono aperte. Però qui noto un atteggiamento meno rigoroso rispetto all’Italia.

  • Cosa fai nello specifico?

Ora lavoro come tecnico di laboratorio medico mentre studio per il Master.
In questo momento lavoro nel reparto di microbiologia e facciamo analisi Covid di urgenza. Facciamo analisi dei tamponi. Se il tampone risulta negativo procediamo con il PCR, tecnica di biologia molecolare che permette di avere una risposta sicura al 99%. Però è un’analisi molto costosa che richiede molto tempo. Se il tampone è positivo, il paziente viene immediatamente isolato.


Prima della pandemia facevo analisi di routine di batteriologia e urgenze di virologia. Lavoro al laboratorio LHUB-ULB (Secondo laboratorio più grande del Belgio). Ora il lavoro della routine è diminuito, e l’attenzione è principalmente sul Covid. Prima lavoravamo solo col camice bianco e i guanti. Ora portiamo un doppio camice, i guanti, maschera chirurgica obbligatoria sempre. Quando dobbiamo lavorare a contatto con i pazienti invece mettiamo la mascherina FFP2/3.
I prelievi ora prima di arrivare in laboratorio passano da alcuni colleghi che hanno il compito di decontaminare la provetta. Arrivano ogni due ore in un cassonetto arancione, in doppio/triplo sacchetto. I prelievi vengono trattati all’ interno di una cappa a flusso laminare. Poi lanciamo nella macchina e vediamo i risultati che poi portiamo ai medici.

  • Eri tra quelli che hanno lanciato la petizione contro i test di vaccini in Africa. Perché?

Perché qui in Europa per sottoporti ai test ci sono delle regole. Le persone sono ben seguite per quasi 10 anni. In Africa invece non è assicurato che il medico ti segua anche dopo e le persone che sottopongo a questi test potrebbero finire peggio dei topi. Il vaccino che gli verrà iniettato non sappiamo che conseguenze potrebbe avere.
Inoltre lì il numero dei casi di positivi e di morte è molto ridotto, non vedo alcun senso nel testare su una popolazione che non ne soffre molto rispetto a qui dove molto più persone muoiono.

  • Quali sono le tue aspirazioni future?

Per il momento mi piace molto il mio lavoro. Ho la possibilità di lavorare sia su routine che su casi particolari di ricerca. L’anno scorso che ho potuto esporre una mia ricerca alla Royal Belgian Society.
Sin da piccola ho sempre avuto un’aspirazione umanitaria, per aiutare l’Africa in campo scientifico e poter investire le mie conoscenze nel mio continente d’origine. Ma poi si vedrà.

  • Credi che se fossi rimasta in Italia saresti riuscita a fare il lavoro che fai ora a questa età?

No. Assolutamente no. Ho amiche in Italia che hanno perseguito studi simili ai miei, e sono pagate meno della metà rispetto a me, non hanno avuto opportunità di fare stage pagati durante gli studi come me e non lavorano neanche nel loro campo. Io una settimana dopo la mia laurea ho avuto questo lavoro a contratto indeterminato.
Mi manca l’Italia, però del Belgio mi piace il poter realizzare i miei obiettivi, cosa che in Italia non si riesce a fare. Non è stato facile all’ inizio, per la lingua, amici, lontananza da casa, ma ora a distanza di 5/6 anni sono contenta della scelta che ho fatto!

©️RIPRODUZIONE RISERVATA

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