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Cultura

Il 1815 è l’età dei nazionalismi

1815: lo spartiacque della storia, l’anno che ha permesso al mondo di trovare soluzioni, ma anche il pretesto di dividersi e creare nuove ideologie, nuovi inizi.

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La prima cosa che viene in mente quando si pensa al 1815 è la regressione culturale, politica e sociale dopo un un quarto di secolo di eventi drammatici e dirompenti. La disfatta definitiva di Napoleone comportò il ritorno della Monarchia in Francia e il rafforzamento dei regimi europei. Certamente non si può dire che quello di Napoleone fosse un regime democratico o rappresentasse l’evoluzione in continuità della rivoluzione Francese, ma l’abolizione delle corporazioni e la liberalizzazione parziale del mercato aveva contribuito allo sviluppo della borghesia e di una solida classe media.

La nostra storia comincia in una mattina di pioggia sul monte San-Jean in Belgio, dove da un lato erano schierate le truppe del conte Wellington e del generale Austriaco Gebhard Leberecht von Blucher e dall’altro le truppe di Napoleone Bonaparte, “risorto” dopo l’esilio nell’isola d’Elba. La battaglia iniziò alle 11.30. I reparti francesi combatterono con coraggio e audacia sotto i colpi dei moschetti inglesi. Le truppe di Napoleone riuscirono a infliggere molte perdite e ad attaccare numerose volte gli inglesi asserragliati sulla collina. Tuttavia, dopo ore e ore di assalti, i britannici resistettero, mantenendo le posizioni. Le sorti furono incerte fino alla fine. Una sconfitta inglese avrebbe determinato il risorgere di Napoleone e un nuovo crollo delle monarchie europee. Il XIX secolo sarebbe stato completamente diverso. Fu Gebhard Leberecht von Blucher a sbloccare la situazione, piombando sul lato destro dei francesi e determinando le sorti della battaglia e dell’Europa. La Restaurazione iniziò su quella collina.

Senza il ritorno delle monarchie europee, le ideologie e gli sviluppi culturali e politici dell’800 non sarebbero mai esplosi con la violenza degli anni ’40. I negoziati di Vienna non rappresentarono però la rinascita di un nuovo ordine, ma l’interludio prima dell’avvento dell’età dei nazionalismi, che deflagrò con tutta la sua potenza nel 1848. Nonostante ciò la restaurazione durò per quasi 30 anni, anche se da subito mostrò la sua fragilità. Le spinte della rivoluzione francese non potevano essere cancellate.

La Francia è in qualche misura l’esempio di quanto accadde in tutto il continente. Luigi XVIII e Talleyrand, riuscirono a mantenere buoni rapporti con l’Austria nella persona del suo ministro degli esteri, l’ultra conservatore Metternich, vero e proprio direttore d’orchestra del nuovo “concerto europeo”. Talleyrand, grande diplomatico e opportunista, garantì alla Francia una solida posizione in Europa. Luigi XVIII, il 4 giugno 1814 concesse una costituzione, come del resto la maggior parte dei regnanti europei, per prevenire focolai rivoluzionari. La costituzione non accontentò però né i liberali, né i democratici/radicali. Luigi XVIII non si fece scrupoli nel reprimere la stampa e favorì un ritorno alla separazione tra le classi sociali. La situazione rimase però instabile. Una serie di ministri conservatori si susseguì con poco successo: il conte di Richelieu, il conte di Villèle, il signor Matrignac, Jules de Polignac e infine il signor Cavaignac e M.de Morny. La restaurazione era dunque precaria, tenuta in piedi più dai condizionamenti esterni che dalla forza del nuovo sistema politico.

La situazione in Austria, così come nella confederazione germanica e nella Russia Zarista di Alessandro I e Alessandro II era analoga a quella francese. In tutti questi paesi una sempre crescente oppressione non riusciva a spegnere i tizzoni accesi dalla rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche.

Diversa la situazione in Inghilterra, dove la fioritura della rivoluzione industriale e tecnologica e una democrazia stabile, ancorché conservatrice, apriva la strada a un’egemonia che sarebbe durata fino alla prima guerra mondiale. Le condizioni di lavoro in Inghilterra erano però tutt’altro che idilliache e la situazione delle classi operaie nelle metropoli industriali addirittura drammatica. Una storia di progresso costellata da disastri come l’evento in cui più di 100 minatori morirono affogati per una perdita nel sistema idrico.

Il 1815 è uno spartiacque, apparentemente promosse una restaurazione destinata a durare e un periodo di equilibrio geopolitico e di pace tra le grandi potenze, che non si era sperimentata da secoli. In realtà, la forza delle correnti profonde della storia – il nazionalismo, il progresso tecnologico e la fine della società agraria – resero inutile qualsiasi velleità di ritorno al passato. Il vaso di Pandora della modernità era stato aperto.

Mi chiamo Giulio e ho 14 anni, amo la politica ma ancor di più la filosofia e di questo normalmente parlano i miei articoli.

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