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Politica

Il Direttore di TPI racconta come è nato il quadrilatero rosso e insiste sull’importanza della “Fase 2”

Giulio Gambino, direttore del TPI, prova a fare chiarezza sulla questione del numero di casi di Covid-19 in Lombardia: i come e i perché dell’epidemia

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Questa mattina abbiamo parlato con Giulio Gambino, Direttore del TPI – The Post International. Il giornale che lui dirige è stato il primo ad approfondire il tema del focolaio di Covid-19 sviluppatosi in Lombardia. Nel corso dell’intervista abbiamo ricostruito l’iter che ha portato alla nascita del quadrilatero rosso, analizzandone cause e condotte sbagliate che sono costate circa 13 mila vittime in una sola regione. Poi il nuovo Dpcm, e l’ipotesi scartata in extremis di una fase due federale che avrebbe voluto aperture regionali piuttosto che misure ugualitarie e rischiose.

Il TPI ha acceso i fari sulla questione delle RSA in Lombardia. Ci si è fidati troppo del modello lombardo?

Non c’è da fidarsi o meno, la Lombardia è una delle regioni più produttive d’Europa ed è una delle regioni da emulare nel continente e nel mondo. È un grande territorio, con un popolo fantastico ed una classe dirigente che ha sempre dimostrato di essere all’altezza delle sfide che si sono presentate davanti ed è obiettivamente una zona con grandi servizi. L’unica grande città europea italiana è Milano, quindi chapeau in tutte le lingue del mondo.

Cosa non ha funzionato allora nella gestione della crisi?

Per quanto riguarda la pandemia da Covid 19, bisogna dire che il mondo è stato assalito da questo tsunami, arrivato in maniera incontrollato in Italia come nel resto del pianeta. Da noi è arrivato prima rispetto ad altri, e ci ha distrutti. Se guardiamo i numeri abbiamo poco meno di ventisettemila morti, di questi la metà sono in Lombardia. Guardiamo la triste graduatoria che pubblica la protezione civile, la capolista è fuori serie e poi ci sono Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto subito dietro. Se fosse una classifica reale sarebbe devastante.

Cosa emerge da questi dati ?

I numeri sono numeri e dunque inconfutabili, il calcolo senza la Lombardia vedrebbe l’Italia con tredicimila morti. Tantissimi in qualsiasi valutazione, ma di modeste dimensioni in questo momento di crisi mondiale. Dunque il lockdown che stiamo vivendo in questi due mesi è senz’altro conseguenza di questo enorme focolaio lombardo, avvenuto in quattro punti cardine: Bergamo, Brescia, Lodi/Codogno e Milano, il grande quadrilatero rosso. Senza i numeri di questi zona il resto d’Italia è malato, ma non messo così male e per lo meno più uniforme.

Cosa è successo in quella zona?

Beh, chi si è posto questa domanda è stato spesso criticato e tacciato di essere un accusatore, un invidioso del modello lombardo. Non si entra però mai nel merito, ci hanno dato degli invidiosi. Poi va preso in considerazione il tema politico che motiverebbe le critiche secondo i nostri detrattori, in Veneto la storia è andata diversamente e certamente non c’è un governo di centrosinistra. Se ne fa solo un discorso politico pretestuoso, senza entrare mai nel merito e senza considerare che ci possano essere stati degli errori da parte dei governi regionali. Poi non è immaginabile avercela con una classe politica perché di centrodestra, se in una regione sono state rilevate la metà delle persone decedute in tutto il Paese è giusto farsi delle domande.

Quali sono state le Residenze sanitarie assistenziali più colpite?

Sicuramente quelle di Brescia e Milano che rappresentano l’altra parte di quel polmone rosso rispetto alla Valseriana, basti pensare alle vicende della Fondazione Don Gnocchi e del Pio Albergo Trivulzio.

Avete scoperto tante incongruenze quando avete ricostruito quelle settimane

Noi abbiamo condotto per un mese e mezzo un’inchiesta sul territorio, e non da dietro la scrivania. Ci siamo chiesti come sia stato possibile, ed oggi scopriamo che l’ospedale di Alzano il 23 febbraio doveva essere chiuso e i dipendenti di quel nosocomio davanti alle nostre telecamere lo hanno rivelato: il direttore di quell’ospedale ha dichiarato in una lettera scritta e mai smentita che aveva chiesto a tutti i costi di chiudere l’ospedale, ma ordini dall’alto gli imposero di non chiudere. Sappiamo che quella zona doveva essere resa zona rossa e che una nota dell’istituto superiore di sanità ne raccomandava la chiusura. Tutti però conosciamo quell’area e sappiamo che lì c’è una altissima concentrazione di imprese. Le stime dichiarano la presenza di 7,6 imprese ogni 100 abitanti. Bonometti, il capo di Confindustria Lombardia, ci ha spiegato che la zona della Valseriana non si poteva chiudere per via della altissima produzione.

E le istituzioni regionali?

Sappiamo che ad inizio marzo c’era stato un incontro in regione per capire se andasse fatta o meno quella zona rossa, meeting al quale hanno partecipato rappresentanti dell’industria lombarda e della bergamasca.

Cosa è mancato, dunque, in quei giorni di emergenza?  

C’è stata una mal gestione di questo enorme tsunami che si è abbattuto contro di noi, altrove le cose sono andate ugualmente male, ma sono state gestite un pochino meglio, e da altre parti le cose sono andate semplicemente meglio. In più, in questo caso c’è stata una grande carenza di sistema sanitario territoriale, considerato che la Lombardia è in grandissima parte affidata ad una sanità privata e i medici di base sono stati sostituiti dalle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (Usca). Se manca il ponte con l’ospedale che è rappresentato dal medico di base, il cittadino si reca direttamente nei nosocomi. In Lombardia, tantissime persone per via di questa carenza della struttura sanitaria territoriale sono andate direttamente in ospedale, chi perché non aveva punti di riferimento e chi per chi si è sentito semplicemente solo. Diversamente da quello che è successo in Veneto, dove esistono le strutture sanitarie territoriali ben più radicate. Tema che in una popolazione anziana come la nostra può essere fondamentale. Quindi, io penso che ci sia stata una inadeguatezza del personale sanitario medico di base, una mancanza della rete territoriale sanitaria e una inadeguatezza della classe politica, che ha preso alcune decisioni avventate e altre non le ha proprio prese.

Il Dpcm di domenica conferma le misure poste in essere fino a questo momento, apre dal 4 marzo al commercio all’ingrosso, al settore manifatturiero e alle imprese di costruzioni. Solo asporto per le attività commerciali invece. È la fase due che ci si aspettava?

Dipende a chi si rivolge questa domanda. Se posta alle fabbriche, alle aziende o alle associazioni di categoria, la risposta è sicuramente no. Tant’è che nonostante le indebite pressioni che hanno fatto sul governo, hanno comunque ottenuto qualcosa. Ma certamente non sono soddisfatti, sebbene abbiano comunque portato in minima parte un risultato a casa. Invece, un’altra parte, quella delle categorie meno tutelate e più precarie, diversamente sono tutto fuorché contente.

Come mai?

Perché sentono che potrebbero rischiare di nuovo, di fatto cambia poco, ma c’è un segnale di apertura. Un po’ sgangherato e un po’ avventato, soprattutto per quello che riguarda parchi e ville. Questa cosa mi preoccupa, anche se si è detto che se ci sarà un segnale negativo si tornerà indietro. È evidente che ci sono molti scontenti.

È opportuno riaprire in maniera trasversale in tutto il paese? La fase due federale sarebbe stata un’alternativa.

Secondo me è prematuro e sciocco. Bisognava fare quello che si era anticipato nelle settimane scorse, più volte ribadito da diverse fonti ministeriali, poi però evidentemente smentite. Sarebbe stato giusto fare un’apertura scaglionata e regionale.

Come mai si è valutata una via alternativa?
Lo si è visto, Conte era stanco e aveva subito diverse pressioni, mi pare evidente.  È incespicato più volte, ha sbagliato l’italiano in qualche battuta ed era agitato. Molti hanno criticato nei mesi precedenti la gestione comunicativa di Conte, io credo che nella sostanza per quanto ci fossero state tante polemiche attorno agli strumenti utilizzati il contenuto c’è sempre stato. Questa volta invece non è andata così bene, però al momento dobbiamo tenerci il Decreto così com’è e vedere come va. 

Il Dpcm offre spazio di manovra a regioni e amministratori locali. Una risposta a chi ha discusso di una nuova riforma del Titolo V?

Conte, al nostro giornale, in alcune dichiarazioni ha detto che se la Lombardia avesse voluto fare la zona rossa oggi così tanto reclamata, avrebbe potuto farlo tranquillamente. Lo ha detto al TPI in forma scritta, e poi confermata pubblicamente in conferenza stampa. Ci troviamo davanti ad una contraddizione continua. Probabilmente c’erano delle posizioni in bilico, è esposto da giorni all’ipotesi di un governo di unità nazionale che non lo vorrebbe a capo.

Vittorio Colao, capo della task force per la ripartenza economica

Le Task force hanno funzionato?

Io credo che fossero necessarie, finisce però che non servono a nulla se non possono decidere niente e non si assumono le responsabilità. È una classica cosa all’italiana, i dieci saggi: il comitato tecnico scientifico e la task force servono solo se possono essere un braccio operativo rispetto a quelle che sono le decisioni che può e che deve prendere il governo.

Le opposizioni sembrano guidate da Giorgia Meloni  

Giorgia Meloni ha superato Matteo Salvini, perché il leader leghista fa un’opposizione strenua a Conte e all’esecutivo senza capire che oggi bisogna riposizionarsi per forza. Io penso che oggi sia sbagliato immaginare un cambio di governo, e poi non ci sono le condizioni per cui possa cadere.

I sistemi di assistenza possono reggere fino al 18 maggio e 1 giugno?

Assolutamente no, sono terribili. Le imprese dovrebbero essere tutelate in tutto e per tutto, invece ci si è limitati a omettere il pagamento dei contributi. Le tasse andrebbero limitate fortemente per tutto l’anno, e in più l’IVA andrebbe eliminata nell’intero 2020. Poi c’è il problema di flusso di cassa e di gestione, in una situazione come questa che è senza precedenti va data priorità assoluta alle imprese. Questo vuol dire accedere alle liquidità e fornire soldi, magari senza intermediazione bancaria. Il problema è che i contributi e l’IVA sono ancora attivi, ma i soldi non arrivano. Perché c’è una totale mancanza di flusso di denaro, e lo capiamo dal fatto che alle banche sia stata concessa la discrezionalità.

Sono misure del primo decreto, il Cura Italia

Quello è un decreto prestito, gli stanziamenti paventati non sono veramente liquidità. Sono numeri che si riferiscono a delle liquidità generabili che nessuno, o solo in pochi, alla fine riceveranno. Le aziende che si presentano per ricevere questi soldi si trovano a doversi confrontare con le banche, perché i fondi statali sono stanziati a garanzia rispetto ai prestiti che vengono effettuati dagli istituti di credito. Quindi, se l’imprenditore chiede dei soldi oggi, potrebbero passare mesi prima di riceverli, se avesse delle pendenze precedenti è invece quasi certo di non ricevere alcun finanziamento. E in più i prestiti durano sei anni, è un tempo troppo ristretto. Non hanno avuto coraggio, lo Stato avrebbe dovuto mettere in piedi un serio piano di erogazione che aggirasse l’intermediazione bancaria. Senza prestiti, garanzie e discrezionalità: così non serve a nulla.

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