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Alessia Pati: “E’ stata una possibilità di rimpatrio a metà, perché una volta arrivati in Italia ci siamo dovuti arrangiare “

Alessia Pati ci racconta la sua esperienza da studentessa Erasmus in Portogallo e tutte le complicazioni che il suo rientro in patria ha subito.

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Circa dieci giorni fa ho avuto modo di riportarvi l’esperienza di uno studente che si trova in Erasmus proprio in questo periodo di emergenza. Oggi vi riporto invece la voce di un’altra studentessa molto coraggiosa che ha trascorso circa sei mesi a Lisbona ed è rientrata in Italia il 15 Aprile grazie al viaggio di rimpatrio organizzato dal Governo italiano, tutt’altro che agevole e privo di complicazioni.

La nostra studentessa si chiama Alessia Pati, è di Masate (MI) e studia all’Università di Milano Bicocca.

  • Alessia, parlami un po’ di te. Dove studi? Dove hai vissuto la tua esperienza Erasmus? Quando e perché sei partita?

Sono Alessia, ho quasi 23 anni, frequento il quarto anno di Giurisprudenza e sono partita a Settembre a Lisbona grazie il progetto Erasmus. Sono tante le motivazioni che mi hanno spinta a partire, prima di tutto sentivo l’esigenza di acquisire maggiore indipendenza, affrontare nuove situazioni che avrebbero segnato in modo positivo la mia vita.

Infatti, quando sono arrivata a Lisbona non avevo ancora una casa dove stare, per questo ho passato qualche settimana in un ostello. È stata la mia prima grande prova che, dopo aver affrontato e superato, mi ha dato una grande soddisfazione personale.

Un altro motivo fondamentale che mi ha portata a partire era la necessità di conoscere meglio le lingue, infatti ho imparato il portoghese e ho migliorato il mio inglese.

Quello che più mi ha colpita di questa esperienza è che prima di partire credevo che sarebbe stato molto difficile relazionarmi con delle persone che parlavano una lingua diversa dalla mia, invece ho capito che in realtà possiamo riuscire a creare dei legami e fare gruppo anche con persone che hanno una diversa cultura o parlano una diversa lingua.

È stato come se fossi sulle montagne russe! Un’esperienza unica che è difficile anche da raccontare e spiegare, perché raccoglie al suo interno delle emozioni molto forti e innovative.

Un’altra esperienza che ho fatto in Erasmus e che non mi sarei mai aspettata è stata la scoperta di quella che ero io, cioè la possibilità di vedere ciò che sono e ciò che era la mia vita da fuori:

come se vedessi me davanti ad uno specchio, e attraverso il mio riflesso sono riuscita a percepire i miei limiti, le mie possibilità in modo nitido. Insomma, il mio riflesso mi ha mostrato la mia essenza”.

Ho deciso di partire in Erasmus anche perché ho sempre avuto voglia di viaggiare, di scoprire una nuova cultura come quella portoghese. Sono stata fortunata perché sono partita a Settembre e ho avuto il modo e il tempo di visitare il Nord del Portogallo. Nel secondo semestre mi sarebbe piaciuto visitare anche il Sud, ma questo non l’ho potuto fare a causa della pandemia. Comunque sono felicissima dell’esperienza che ho vissuto, e soprattutto mi ritengo fortunata perché i sei mesi di Erasmus li ho portati a termine.

  • Quando a Marzo è scoppiata l’emergenza, come ti sei sentita? Ti sei sentita abbandonata dalle istituzioni? E dall’Università?

Quando lo spettro della malattia iniziava a circolare indisturbato nelle nostre città, alla fine di Gennaio, la situazione in Portogallo era totalmente diversa rispetto a quella presente in Italia.

Mentre in Italia era già stato dichiarato lo stato di emergenza, noi in Portogallo eravamo tranquilli e spensierati, con l’unica preoccupazione di viaggiare e di goderci il nostro Erasmus come se non stesse accadendo nulla di così terribile. Certo, avevamo il pensiero comune verso i nostri cari e amici e verso il nostro Paese, ma percepivamo questa malattia come un nemico ancora troppo lontano per meritare da noi una maggiore considerazione.

In Portogallo la quarantena è stata attivata due giorni dopo dall’Italia e, quando abbiamo ricevuto la mail della nostra Università che ci annunciava la chiusura dell’Ateneo, abbiamo iniziato a comprendere la gravità della situazione. Non avevamo idea di quali sarebbero stati gli sviluppi seguenti, che cosa avrebbe comportato questa chiusura, e puoi benissimo immaginare tutte le preoccupazioni che ci hanno assalito in quel frangente, dato che la maggior parte di noi stava frequentando lezioni e aveva in corso lo svolgimento degli esami.

Lo sconforto ha iniziato a farsi sentire, per questo molti studenti sono partiti immediatamente, anche se dovevano ancora pagare l’affitto delle loro case. Anzi, ti dirò di più, alcuni ragazzi tutt’ora stanno pagando l’affitto.

Personalmente, ho deciso di rimanere in Portogallo perché non avevo fatto i giorni di quarantena, quindi avevo paura di essere positiva al Coronavirus e contagiare così i miei familiari che erano in quarantena da molto più tempo di noi. Così decisi di non prendere il volo del 23 Marzo organizzato dall’Ambasciata Italiana per salvaguardare me, ma sopratutto la mia famiglia.

Parlando a nome di tutti gli studenti che insieme a me hanno vissuto questa esperienza, posso dirti che prima di tutto ci siamo sentiti smarriti. Un po’ come quando arrivai a Settembre in Portogallo in un Paese del tutto nuovo per me, solo che stavolta non c’era alcun tipo di entusiasmo.

Le istituzioni rispondevano tempestivamente alle mail che mandavamo su eventuali chiarimenti riguardo il rimpatrio, ma la comunicazione era ad un’unico senso di marcia dal momento che eravamo unicamente noi studenti a cercare un contatto. Infatti, il primo volo che era stato organizzato per il 23 Marzo a noi non era stato comunicato, nel senso che la mail che avvertiva della possibilità di questo volo di rimpatrio è arrivata solo ad alcuni studenti. Io ricevetti la mail il giorno prima della partenza!

In sostanza, non ci arrivavano informazioni oppure non ci pervenivano tempestivamente.”

L’Università di Milano, invece, mi mandò una mail per chiedermi se fossi rientrata in Italia e solo una volta rientrata – quindi la scorsa settimana – mi ha informata sulle misure che avevano preso per quanto riguardava noi studenti all’estero, con varie possibilità per le lezioni, gli esami e assicurandoci la borsa di studio. Importanti nozioni queste ma anche abbastanza tardive!

Volevo sottolineare che abbiamo avuto molto appoggio dall’Università ospitante di Lisbona che ci mandava continuamente delle mail in cui ci invitava a contattarli in caso avessimo necessità.

Al di là di tutto, però, mi aspettavo un supporto maggiore dall’ambasciata piuttosto che dall’Università.

Dopo i quindici giorni di quarantena che ho fatto in Portogallo decisi di tornare a casa, sia per motivazioni economiche – perché stando in un Paese estero hai diverse spese che devi sostenere – sia per motivi familiari, dal momento che la preoccupazione dei miei genitori aumentava di giorno in giorno. Così, io e altre cento persone circa, tramite i canali social, contattammo l’ambasciata con un file excel che conteneva le nostre generalità. Dopo vari rumori, causati da alcuni studenti che avevano effettuato interviste nei giornali delle loro regioni, è stato organizzato un volo commerciale dall’ambasciata per il 15 Aprile.

  • Ma dimmi: com’era organizzato il volo di rimpatrio?

Ti dico subito che questo volo aveva il prezzo di 440 euro, a differenza del primo, che invece veniva a costare 260 euro. A questo punto, ci siamo trovati ancora una volta davanti a un bivio, perché la spesa stava diventando eccessiva.

Non abbiamo preso il primo volo per un discorso ragionato di sicurezza nostra e dei nostri famigliari e, invece, ci siamo sentiti penalizzati per la scelta che abbiamo fatto.”

Per quanto riguarda l’organizzazione del volo, dovevamo partire da Lisbona per fare scalo a Porto, in modo tale da incontrare tutti i ragazzi che si trovavano nel Nord del Portogallo – dove tra l’altro era presente un focolaio -; da lì saremmo dovuti partire per Roma e infine ci sarebbe stato un volo per Milano.

Durante il viaggio sono state rispettate tutte le norme di sicurezza, sono state fornite le mascherine ed eravamo seduti su posti alternati. Tuttavia, è stato un viaggio colmo di angoscia, perché avevo la paura di stare vicino alle persone.

Ma una volta arrivati a Roma, molti studenti dovevano arrivare nella loro Regione. Una mia amica di Bari ha preso un aereo Roma-Bari che poi è stato cancellato, e siccome noi provenienti dall’estero non potevamo prendere mezzi pubblici, l’unica soluzione per tornare a casa era prendere un aereo oppure un taxi. Puoi immaginare il costo di un taxi da Roma a Bari!

Anche io sono rientrata in Puglia, ma in macchina con mio padre. Abbiamo fatto in tutto 12 ore di viaggio! Una fatica che non tutti i genitori, per età o abitudini di guida, si possono permettere di fare.

Insomma, è stata una possibilità di rimpatrio a metà, perché una volta arrivati in Italia ci siamo dovuti arrangiare“.

Quindi, a causa dell’oneroso viaggio di rientro, molte persone hanno deciso di rimanere in Portogallo. Anche perché l’alternativa era una triangolazione, cioè fai scalo in un Paese che non ha chiuso i confini con l’Italia. Questo aveva delle conseguenze, dal momento che non potevamo portaci dietro tutte le valigie, ma dovevamo fare dei pacchi. Oltretutto, saremmo dovuti partire non avendo la certezza che questi voli rimanessero o fossero cancellati all’ultimo momento.

  • Dunque ci sono stati dei risvolti economici a questo problema?

Per me non più di tanto, se non le spese che rimanevano, come l’affitto della casa e le bollette. Ti faccio presente, comunque, che in altre situazioni più sfortunate alcuni studenti si trovano a pagare l’affitto per una casa che non usano. Se poi aggiungiamo l’onerosità del rimpatrio, direi che sicuramente questa emergenza ha pesato anche dal punto di vista economico.

  • Comunicavi spesso con la tua famiglia? Com’era la situazione di emergenza a Lisbona prima della tua partenza?

Sì, certo, comunicavo tantissimo, anche perché ho una sorella gemella e siamo molto legate. I primi giorni della pandemia c’è stata una maratona di videochiamate con amici e parenti. Penso fosse un modo per ingannare l’eccezionalità della situazione e sentirci vicini. Insomma, non è mai mancata la comunicazione con la mia famiglia, che mi ha sempre dimostrato tutto il suo calore e il suo affetto.

Per quanto riguarda la situazione di emergenza, a Lisbona non ci sono stati tanti casi. Anche loro hanno fatto la quarantena, ma non come la nostra, nel senso che le persone potevano uscire anche senza autocertificazione. Le regole venivano rispettate, anche se nel periodo pasquale nel mio quartiere ho visto molta gente per strada.

Tutto sommato, però, hanno vissuto questa emergenza molto tranquillamente.

  • Alessia, dimmi un po’ quali sono le tue considerazioni personali su questa pandemia che tutto il mondo sta vivendo. Soprattutto in ragione della tua provenienza, Masate, che si trova per l’appunto tra Bergamo e Milano. Col senno di poi rifaresti questa esperienza?

Sicuramente rifarei questa esperienza perché mi ha dato modo di crescere come persona potendo affrontare situazioni del tutto nuove.

Fortunatamente non ho avuto modo di vivere a pieno la situazione di emergenza italiana, inoltre sono arrivata nel mio paese di notte e, quindi, non ho avuto quella sensazione di stranezza, di solitudine che ti lasciano le strade vuote.

Mia mamma lavora al San Raffaele di Milano e posso dirti che i primi periodi sono stati davvero brutti, con il rischio di collasso della sanità. Era straziante sentirla preoccupata per i suoi pazienti, ma anche per se stessa, perché aveva paura di portare il virus a casa. Credo che il loro peso non sia solo fisico, ma anche psicologico, data la responsabilità che grava sulle loro spalle.

Sicuramente è una situazione molto difficile da gestire, tutti noi abbiamo avuto quella sensazione di fragilità, di debolezza e di impotenza generale. Io, per esempio, avevo paura del prossimo, uscivo e guardavo le persone in maniera diversa e nel mentre pensavo: “è infetto oppure no?”.

Insomma, vedevo tutti come probabili untori e questa cosa mi provocava un profondo senso di colpa.

Questa situazione ci ha fatto capire quanto siamo fragile e quanto la nostra vita sia importante e che quello che facciamo tutti i giorni nella nostra quotidianità non sia poi così scontato.

In altre parole:

la quarantena ci ha fatto capire che le cose della vita non devono essere rimandate al domani, perché “il domani” è incerto, misterioso e vulnerabile”.

Dobbiamo fermarci a pensare e trarre il poco di positivo che questa situazione ci ha dato. Siamo tutti posti nella stessa situazione e l’uguaglianza che tanto predicavamo ora si è realizzata: ci troviamo tutti nella stessa situazione, non c’è una persona più forte di un’altra.

Vorrei che da questa esperienza si prendessero le cose positive: la consapevolezza di ciò che siamo e dell’importanza che abbiamo gli uni per gli altri.

Grazie Alessia per averci raccontato la tua intensa esperienza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

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