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Diritto Pubblico

D.P.C.M. nel mirino dei costituzionalisti: qual è la natura dell’atto con cui il governo ha fronteggiato la pandemia?

Cos’è il D.P.C.M., strumento utilizzato da Giuseppe Conte per fronteggiare la pandemia? I costituzionalisti (ed ora la politica) ne discutono la legittimità.

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Cos’è il D.P.C.M.? Letteralmente decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il D.P.C.M. è un atto amministrativo, nientemeno. Ed essendo tale, non è una legge o un atto avente forza di legge capace, di per sé, di limitare le libertà fondamentali dei cittadini. Nel pieno di un’emergenza sanitaria senza precedenti, che ha colto di sorpresa tutta la comunità internazionale, la speranza di ognuno è quella di lavorare coesi e superare la crisi, diventata rapidamente economica e sociale, il prima possibile. Tuttavia, poiché è proprio in situazioni di emergenza che i testi costituzionali prevedono una maggior compressione dei diritti, lasciando ampio spazio di manovra ai governi ed ai parlamenti, è opportuno ed ancora più rilevante interrogarsi sull’adeguatezza giuridica degli atti che limitano la nostra libertà.

Il D.P.C.M., strumento usato (ed abusato) dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte da inizio pandemia, ha fatto sorgere diversi interrogativi in dottrina, aprendo un nutrito dibattito tra i costituzionalisti sulla legittimità di tale atto. Dibattito che negli ultimi giorni è arrivato alla politica, che come di consueto ha fatto da eco al tema, in modo forse un po’ tardivo.

Come ha avuto avvio questa emergenza giuridica?

L’avvio a questa stortura giuridica l’ha dato un atto, questo sì, avente forza di legge. Il 23 febbraio infatti il Parlamento ha approvato il decreto legge n. 6/2020, convertito poi con modificazioni dalla legge n. 13/2020. Questo testo ha conferito al Presidente del Consiglio il potere di “legiferare” in tema di contenimento del contagio da coronavirus utilizzando proprio il D.P.C.M., ovvero un atto amministrativo per sua natura non sottoposto al vaglio del Presidente della Repubblica o del Parlamento. Ed il premier Conte ha fatto indubbiamente suo questo potere, delegatogli legittimamente dalle Camere, andando a limitare molteplici diritti costituzionalmente garantiti. Il problema è sorto proprio a questo punto: alcune di queste libertà infatti, prima fra tutte la libertà di circolazione (art. 16 Cost.), sono coperte da riserva di legge. Ciò significa che possono essere limitate unicamente da quanto disposto da una legge o, almeno, da un atto avente forza equivalente. I decreti del Presidente del Consiglio non rientrano in questo gruppo.

Art. 16 Costituzione: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.”

Un ritorno del governo sulla retta via

Probabilmente consce di tali distorsioni contenute nel decreto di febbraio, a cui bisogna aggiungere il fatto che fossero rivolte alla sola “zona rossa” di Codogno e pertanto inadeguate una volta ampliata la “zona rossa” a tutto il territorio della penisola, il 25 marzo le Camere hanno approvato un secondo decreto legge, il n. 19/2020, recante “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19”. Provvedimento che pare aver riportato sulla retta via l’operato del governo. Quanto previsto da Conte con i precedenti D.P.C.M. è infatti rientrato nel corpo del decreto legge, che ne ha validato gli effetti (che saranno poi sottoposti al Parlamento seguendo il normale iter di conversione di tale atto in legge, entro 60 giorni dalla pubblicazione dello stesso in Gazzetta Ufficiale). I D.P.C.M. successivi al 25 marzo sono stati presentati alle Camere il giorno seguente alla loro pubblicazione, garantendo un maggiore rispetto del ruolo dell’Assemblea. In questo senso il comma 5 dell’art. 2 del decreto n. 19/2020 ha previsto anche che il Presidente del Consiglio o un Ministro da lui delegato riferisca ogni quindici giorni alle Camere sulle misure adottate in contrasto all’epidemia.

Ed ecco rispolverato lo Stato di diritto. Che, bisogna chiarirlo, non era stato abbandonato. Quanto accaduto in Italia non è nemmeno lontanamente associabile a quel che sta accadendo in altri Paesi, primo fra tutti la Turchia, in cui la pandemia è servita da pretesto per sovvertire le regole democratiche.

La situazione attuale prevista da decreto

Anche dopo il decreto del 25 marzo è rimasto in uso lo strumento del D.P.C.M., comunque legittimo, a cui sono tuttora demandate le misure in ambiti specifici: la libertà di circolazione, di riunione, di educazione, di impresa, di attività politica, sindacale, culturale, la libertà di culto (con sommo disappunto della CEI) sono tra queste. Il presidente Conte non ha più il potere di adottare misure in modo indeterminato, ed i suoi atti hanno una validità di soli trenta giorni reiterabili fino al 31 luglio. Ovvero la fine dell’emergenza, speriamo.

Merito del dibattito dottrinale?

Sarà servito il dibattito mosso dalle perplessità di alcuni costituzionalisti, Sabino Cassese e Francesco Clementi fra tutti, prima che arrivasse la politica ad intitolarsi (anche a ragion veduta, nel caso di Matteo Renzi) la battaglia? Dibattito il cui il tema, chiaramente, non è mai stato ostacolare l’azione di governo nella lotta alla pandemia. Piuttosto salvaguardare l’esercizio della democrazia anche in casi di emergenza. Come ha dichiarato la presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia «la piena attuazione della Costituzione richiede un impegno corale, con l’attiva, leale collaborazione di tutte le Istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni, Giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l’emergenza. La Costituzione, infatti, non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, e ciò per una scelta consapevole, ma offre la bussola anche per navigare per l’alto mare aperto nei tempi di crisi, a cominciare proprio dalla leale collaborazione fra le istituzioni, che è la proiezione istituzionale della solidarietà tra i cittadini».

La risposta di Conte in Senato sull’uso dei D.P.C.M.

È chiaro che si possa e si debba legiferare in situazioni di particolare necessità ed urgenza senza venir meno al dettato costituzionale, prendendolo ancora una volta come la base da cui ripartire, ricostruire, far ricrescere il Paese. Speriamo se ne ricordi anche il Presidente del Consiglio, che nell’informativa di ieri pomeriggio in Senato, consapevole del dibattito in corso e duramente criticato dalle opposizioni, ha risposto con toni aspri agli attacchi sul tema del D.P.C.M.«Da giurista, ritengo profondamente ingiusta l’accusa di aver compresso i diritti fondamentali», sostenendo di aver agito nel solo interesse dei cittadini. Bene, meglio così. E buon lavoro, nel rispetto della Costituzione.

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Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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