Connect with us

Cittadini

Monica, infermiera: “Leggevo negli occhi dei miei pazienti il terrore di stare in un ospedale che dovrebbe salvare loro la vita, ma che potrebbe anche infettarli”

La popolazione sta vivendo sulla propria pelle le conseguenze legate a questa emergenza che come sappiamo non ha precedenti. Non potevamo non riportare la voce di chi sta combattendo in prima linea contro questa malefica e distruttiva pandemia. Per questo motivo abbiamo parlato con Monica, un’infermiera di un ospedale di Milano.

Published

on

Il popolo sta vivendo sulla propria pelle le conseguenze legate a questa emergenza che come sappiamo non ha precedenti. Una crisi sanitaria che ha colpito diversi ambiti della vita umana: la salute, l’economia, le relazioni sociali, gli studenti. Non potevamo non riportare la voce di chi sta combattendo in prima linea contro questa malefica e distruttiva pandemia; non potevamo non scrivere le parole di chi ogni giorno cura e salva delle vite. Per questo motivo oggi daremo voce a Monica, un’infermiera di un ospedale di Milano.

  • Monica, mi dica in cosa consiste la sua professione? In quale reparto svolge il suo servizio?

Sono Monica ho 48 anni e sono un’infermiera professionale. Lavoro presso un ospedale di Milano da 28 anni e, durante la mia carriera, ho fatto molteplici esperienze in diversi settori. Oggi lavoro in un ambulatorio di cardiologia molto vasto dove sussistono, oltre i problemi cardiologici e cardiovascolari, anche broncoscopie, piccole salette di interventi e un ambulatorio di cardiologia pediatrica.

  • Quando è iniziata la vera emergenza nell’ospedale? Prima di Febbraio c’erano già stati casi sospetti?

Si, effettivamente i medici parlavano di broncopolmoniti alquanto sospette ma ancora non si poteva affermare con certezza di essere di fronte al caso specifico Covid-19. Dopo poco tempo si è scoperto che si trattava del virus Covid-19 e, dunque, il sistema ospedaliero ha dovuto adattarsi a questa situazione particolare di emergenza. In ogni caso, noi prendiamo già delle precauzioni quando dobbiamo fare delle procedure particolari oppure molto invasive.

  • Arrivati a questo punto, l’ospedale ha dovuto riorganizzare i reparti per affrontare questa emergenza?

Certo! L’ospedale ha preso un’altra forma e poco alla volta è stato completamente adattato alla nuova patologia. Molti reparti di medicina sono diventati reparti Covid, la rianimazione generale, l’emodinamica e l’unità coronaria hanno occupato i posti per poter far fronte a questa malattia.

Gli ambulatori sono stati bloccati e usati solo per le emergenze, ma la situazione era ingestibile e nel personale si poteva notare la preoccupazione, la paura nel rapportarsi col paziente che spesso arrivava senza mascherina, senza guanti. Insomma, i pazienti si recavano in ospedale come hanno sempre fatto, senza badare ai dispositivi di protezione.

Anche se noi siamo stati dotati dei presidi, questi ultimi all’inizio erano insufficienti.

Spesso mi capitava di interagire con i miei colleghi – O.S.S o figure di supporto -, che esprimevano il loro disagio per l’inadeguatezza degli strumenti di protezione – come le mascherine – e chiedevano delle attrezzature più adatte, specialmente nel trasportare i pazienti. “Anche se non erano dichiarati positivi al virus, per noi dovevano essere trattati come se in realtà fossero infetti”

Solo in questo modo, cioè con la massima attenzione nel contatto con il paziente, potevamo tutelarci e svolgere in modo professionale il nostro lavoro. Sicché, il personale degli ambulatori, volontariamente o su richiesta, ha dovuto spostarsi in altri reparti e lavorare in altre realtà dove il personale era più carente. Personalmente – avendo una lunga esperienza nel settore – ho ricevuto la richiesta di trasferimento nel reparto di oncologia, perché alcune colleghe di quel reparto avevano deciso di andare a lavorare in rianimazione.

Ci siamo trovati a vivere una situazione e un’atmosfera di grande disagio, perché sono cambiate le abitudini nel nostro ambiente lavorativo: abbiamo cambiato colleghi, il modo di rapportarci tra di noi e con i nostri pazienti, abbiamo cambiato reparti e, dunque, anche il lavoro. A tutto questo poi si deve aggiungere la paura di tornare a casa e di contagiare i nostri famigliari di una malattia ancora per lo più sconosciuta.

  • Le andrebbe di raccontami una giornata tipo di lavoro che avete condotto in questi mesi? Con sentimenti e emozioni annesse.

Le racconto il particolare caso del paziente oncologico. Come le dicevo, sono andata nel reparto Day Hospital oncologico che conoscevo molto bene perché ho avuto modo di lavorarci per ben tredici anni. Insomma, conosco bene il paziente oncologico con le sue angosce sulle nuove cure e l’incertezza del loro risultato e della possibilità di guarigione.

In quest’ultimo mese ho avuto modo di constatare come questi pazienti abbiamo triplicato le loro paure. Oltre all’angoscia legata alla malattia, hanno dovuto fare i conti anche con l’elevato rischio di contrarre il virus in ospedale durante la somministrazione del trattamento chemioterapico. Ecco, proviamo per qualche istante a porci nei loro panni: oltre alla certezza del tumore si aggiunge l’incertezza del virus!

Si leggeva nei loro occhi il terrore nello stare all’interno dell’Ospedale che in pratica dovrebbe salvare loro la vita ma che in realtà potrebbe anche infettarli di un altro male privo di pietà”

La domanda più frequente era la seguente: “ma è più rischioso venire all’ospedale a fare la terapia per curarci da un male che abbiamo già, oppure rimandare la terapia a un secondo momento per non rischiare di essere infetti da un altro male altrettanto spregiudicato?“. Queste sono domande che ti fanno capire che il paziente non mette più in primo piano la chemioterapia, ma ha messo in dubbio le sue priorità: cosa è diventato più importante?

La routine era sempre la stessa giorno dopo giorno. Arrivavo tutte le mattine in ospedale, andavo a timbrare già munita di mascherina per poi rilevare la temperatura con delle persone che sono state messe li di proposito per svolgere questo importante compito. Successivamente arrivavo in reparto e cercavo di non toccare le porte – che si aprivano con i gomiti – e prendevo la mia postazione munita di Amuchina. Dopodiché facevo entrare questi pazienti, già muniti di mascherina e guanti, nella sala prelievi, medicazioni e di lavaggio dei dispositivi venosi, prendevo il paziente in carico e cercavo di distrarlo ma comunque loro continuavano a guardarsi intorno, cercavano di non poggiare le mani da nessuna parte e esternavano continuamente le loro domande frutto di una notte insonne e di preoccupazioni profonde.

Il nostro obiettivo oltre che somministrare loro la cura è tranquillizzarli anche se, inevitabilmente, quando ti volti, incontri lo sguardo del tuo collega. Uno sguardo che ti fa capire in un istante la preoccupazione che assale tutti noi. Quando, invece, si ha la possibilità di confrontarci a parole, queste sono cariche di speranza, di forza e di fiducia.

“Gli occhi che sono lo specchio della nostra anima comunicano l’angoscia che sta nel profondo del nostro cuore. Ma le parole! Beh, le parole servono per essere ascoltate e alleviare le nostre anime. Quindi cadono nell’aria per alleggerire quel sentore di profonda preoccupazione e tristezza”

Comunque sia le abitudini sociali sono cambiate. Non si va più a bere un caffè in compagnia del nostro collega per distrarci cinque minuti; non si pranza più insieme, anche se la nostra mensa è stata predisposta rispettando le norme di sicurezza e il metro di distanza. Ripeto, è tutto a norma nel nostro ospedale! Tutti gli operatori hanno ricevuto una mail aziendale dove troviamo tutti i protocolli che dobbiamo rispettare e adottare durante il nostro servizio.

Quando poi, però, finisce il turno e incontri i tuoi colleghi nel parcheggio, vedi le facce provate, la stanchezza non solo fisica, ma anche psicologica. Non stiamo lavorando in serenità perché i pensieri e le preoccupazioni si accavallano continuamente nelle nostre menti e, dunque, questo ci porta ad assimilare uno stress anche emotivo oltre che fisico.

Il conforto e la forza di andare avanti la troviamo nell’amore che proviamo per il nostro lavoro, conosciamo la professionalità nostra e dei nostri colleghi e tutto questo ci aiuta ad affrontare le paure e i continui disagi. Noi siamo li per questo, perché amiamo il nostro lavoro!

  • Ora come procede la situazione? I pazienti hanno capito il pericolo e rispettano le norme di sicurezza?

Noi abbiamo dei protocolli a cui dobbiamo attenerci: un percorso specifico per i pazienti Covid e per il personale che lavora a contatto con questi pazienti e un altro percorso che deve essere applicato da tutto il personale che, invece, non è strettamente a contatto con i positivi. Inoltre, abbiamo delle procedure anche per la gestione delle dimissioni dei pazienti e per l’effettuazione dei tamponi.

Ora l’ospedale si sta riorganizzando per capire se qualche area ambulatoriale può essere riaperta cercando di adottare dei sistemi di sicurezza per i pazienti. Infatti, questi ultimi ora non possono più sostare negli anditi della struttura ma appena arrivano devono fare la visita e, successivamente, lasciare il reparto immediatamente per lasciare il posto al successivo paziente.

Ma ancora siamo lontani ad una fase che possa anche solo preludere una parvenza di normalità! Naturalmente gli utenti hanno compreso il pericolo e la gravità della malattia ed essendo già pazienti sentono l’esigenza di tutelarsi ancora di più. Dobbiamo anche pensare che ci sono tante persone che hanno bisogno di fare una visita medica e che hanno dovuto sospendere degli interventi importanti, dunque, questo porta ad un’unica speranza: il ritorno alla normalità per riavere un diritto fondamentale, le cure mediche!

Per esempio, mio marito ha una malattia cardiaca degenerativa e aveva la necessità di fare un piccolo intervento che serviva per allungare la sopravvivenza, ma a causa dell’emergenza Covid, non lo ha potuto fare. Dunque, siamo in attesa che tutto ritorni alla normalità per poter avere la possibilità di fare questo intervento.

  • Lei crede che possiamo aspettarci miglioramenti nei prossimi mesi? Cioè maggiori possibilità per le persone di ottenere le cure necessarie?

Sicuramente si, perché l’ospedale si sta organizzando per poter tornare alla normalità e dare la possibilità agli utenti di essere curati. Il fatto è che all’inizio il virus si è trasmesso in modo troppo rapido e quindi automaticamente si sono intasati gli ospedali e, di conseguenza, i medici si sono trovati di fronte a una moltitudine di pazienti da curare. Senza contare che questi ultimi erano ancora sprovvisti di informazioni che potessero essere utili per conoscere meglio questa infezione. Adesso anche se la trasmissione ci sarà ancora, essa avviene più lentamente e questo può permettere a tanti medici di riprendere in carico i propri pazienti e di somministrali le cure necessarie.

Non dobbiamo sottovalutare anche l’importanza delle nostre azioni. Noi abbiamo fretta di tornare alla normalità, ma non dobbiamo ancora abbassare la guardia, poiché occorre cautela e gradualità.

  • Voi che lavoravate in prima linea a contatto con questa infezione avevate costantemente il timore di portare il virus a casa. Come avete gestito questa situazione di emergenza tra casa e lavoro?

Partiamo dal presupposto che ho un marito che ha bisogno di cure e quindi il lavoro gli ha permesso di stare a casa all’inizio della pandemia e ho tre figlie, tra cui una bambina che aveva bisogno di una figura adulta durante la mia assenza. Mia figlia più grande e mio marito mi hanno aiutata in questa impresa, affinché io potessi recarmi a lavoro tranquillamente. Questo è diventato un peso a lungo andare perché mia figlia, studentessa universitaria, doveva studiare e seguire le lezioni on-line e, quindi, non era giusto caricarla di un’ulteriore responsabilità. Inoltre, le baby sitter si sono rifiutate di venire in casa perché, giustamente, si dovevano rispettare le norme di sicurezza e di distanza.

Alla fine ci hanno concesso dei giorni di ferie e abbiamo usufruito dei 15 giorni di congedo Covid. Il mio obiettivo era trasmettere tranquillità a tutta la mia famiglia e non caricare anche sugli altri i miei stati d’ansia e preoccupazioni.

Il mio pensiero andava anche a mia madre, a mio fratello e ai miei nipoti, perché la lontananza iniziava a farsi sentire. Ogni giorno ricevevo un messaggio da mio fratello che mi intimava di stare attenta e di proteggermi sul lavoro e questo mi ha fatto capire che la lontananza stava diventando un peso. Mi sentivo più sola e più lontana dai miei affetti. Comunque anche se ho avuto delle mancanze affettive e un periodo molto difficile, ritornerei a scegliere il mio lavoro.

Noi non dobbiamo rincorrere la felicità, ma semplicemente dobbiamo fare quello che ci fa stare bene con noi stessi. Seguire le nostre vocazioni!”

All’inizio ho avuto il timore di portare il virus a casa, poi però con il passare dei giorni questa paura è scomparsa e ho pensato che avrei potuto contrarre il virus in qualsiasi luogo della vita quotidiana. Insomma, potevo essere contagiata anche in un supermercato mentre mi apprestavo a fare la spesa.

  • Cosa si augura per questa seconda fase? Quali sono le sue considerazioni in merito?

Mi auguro che le persone abbiano il buon senso di capire quanto sia fondamentale rispettare le norme di sicurezza per se stessi e per gli altri. Per quanto riguarda, invece, il mio lavoro, spero che presto si potrà tornare alla normalità e riuscire a convivere con questo virus che purtroppo rimarrà ancora per qualche tempo tra noi. Spero che la situazione migliori anche dal punto di vista economico perché capisco perfettamente che questa emergenza ha avuto dei pesanti risvolti negativi anche in tal senso. Mi auguro che le attività colpite possano ripartire e recuperare.

Non dimentichiamoci mai che dove c’è vita c’è sempre un briciolo di speranza ed è proprio lei, la speranza, che ci farà andare avanti e ci aiuterà a rialzarci più forti di prima.

Grazie Monica non solo per avermi dato modo di tradurre in parole la sua esperienza e le sue emozioni ma anche, e soprattutto, per l’immenso e straordinario lavoro che ogni giorno lei e tutti i suoi colleghi svolgono incessantemente. Grazie per aver salvato molte delle nostre vite.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

Trending