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Questione scuola

Tra didattica a distanza ed uguaglianza sociale, cosa è cambiato e cosa dovrà cambiare per garantire a tutti, ma proprio a tutti, il diritto fondamentale all’istruzione.

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Va ripensato tanto, quasi tutto del paese che conoscevamo prima della pandemia. Il blocco generalizzato di ogni attività ha svelato problemi che erano in realtà diffusi, ma godevano del privilegio di non sembrare urgenti e se ne stavano nascosti tra tutti gli altri. Un affollato gruppo di questioni complesse e non discusse, fra queste la scuola, perché c’era da strillare sui migranti, sull’Europa, sull’onestà. In una società in cui spesso pare più semplice (ed elettoralmente più efficace) avanzare per capri espiatori piuttosto che affrontare temi centrali come l’uguaglianza, l’equità, l’istruzione, l’innovazione

Poi è arrivata l’emergenza, grande catalizzatore di ogni guaio. Alcune libertà fondamentali, prima esercitate in modo disattento, sono diventate diritti da difendere e custodire. In Italia la Costituzione è tornata ad essere il campo su cui si gioca la partita di ciò che è presente e di ciò che sarà futuro. E parlando di futuro, di cittadini del domani, il “tema dei temi” non può che essere la scuola. Sarebbe impossibile (e molto sbagliato) non pensare ai milioni di studenti che a causa della pandemia, ma anche di un sistema scolastico che arrancava, hanno visto vacillare la tutela del loro diritto allo studio. E, soprattutto, all’uguaglianza. 

Art. 34 Costituzione: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”

La sospensione delle attività scolastiche

La chiusura è iniziata a febbraio, quando il Ministro Speranza, in accordo con i presidenti di Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte ed Emilia-Romagna, ha firmato le prime ordinanze in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica. Dal 24 febbraio i giovani che vivevano e studiavano in queste regioni sono rimasti nelle proprie case. Sembrava una cosa di qualche giorno, un problema da “recuperiamo la verifica appena rientriamo”. Invece il virus si è diffuso sempre di più, è arrivato marzo e con lui il blocco delle attività scolastiche in tutto il territorio nazionale. Da una settimana ad un mese, poi due, tre, fino a fine anno scolastico, fino a settembre prossimo. Per limitare il contagio, per salvaguardare i più piccoli, per garantire alle famiglie il diritto alla salute. È andata così in quasi tutti i paesi del mondo, ed è stata una decisione necessaria e sofferta.

Il governo si è trovato a dover gestire una collisione mai vista prima: quella tra diritto alla salute e diritto all’istruzione. Ed ha fatto probabilmente del suo meglio, date le condizioni di partenza. Le difficoltà, meno evidenti a livello universitario, si sono riscontrate soprattutto per le scuole primarie e secondarie. L’inizio è stato un po’ caotico, lasciato all’autodeterminazione dei docenti e dei dirigenti scolastici: un alternarsi di esempi virtuosi, con insegnanti che si prodigavano per raggiungere i propri studenti almeno telefonicamente, ed altri di parziale abbandono scolastico agevolato dalle condizioni, in un paese poco digitalizzato, tremendamente poco innovativo.

Un paese in cui, secondo l’Ocse, il 59% degli insegnanti ha più di cinquant’anni (i più anziani del mondo): e non è un problema di età, ci mancherebbe, quanto di visione di un mestiere nobile, al di là della retorica, che ha smesso di essere interessante. Spesso denigrato da chi lo giudica e da chi lo fa. Si è capito quanto possano essere democratiche carta e penna, sempre nello stesso paese in cui si spende per ogni studente meno di quanto si faccia in tutto il resto d’Europa. Ma si è capito anche che le diseguaglianze, assottigliate all’interno delle classi, sono in realtà enormi, ed accompagnano i ragazzi fino all’età adulta. 

scuola
Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina

Le misure adottate dal governo

In questo contesto, dopo qualche settimana di didattica a distanza in anarchia, con il decreto legge n. 18/2020 il governo ha stanziato 85 milioni di euro per le scuole, che grazie ad un accordo del Ministero dell’Istruzione con Banca d’Italia sono arrivati in pochi giorni nella disponibilità dei dirigenti scolastici. Quella didattica a distanza resa obbligatoria dalla decretazione d’urgenza, unica possibilità di insegnamento durante la pandemia, si era infatti subito scontrata con la realtà. Mancanza di strumentazione adeguata, nessun computer in famiglia, scarsa connessione ad internet, entroterra italiani non raggiunti dalla banda larga: problemi trascurati quando i bambini, zaino in spalla, si incamminavano verso la propria classe, tra l’altro non sempre accogliente a livello infrastrutturale, ma centrale nell’evoluzione e nella crescita dei più giovani. 

Risorse, è questo il tema, che sono state spesso tagliate alla scuola e all’università (così come alla sanità). Il Ministero dell’Istruzione ha prontamente compreso la portata della questione, ha diffuso indicazioni operative (e di controllo) per docenti e dirigenti ed ha investito queste risorse facendole arrivare con inconsueta velocità agli istituti scolastici sotto forma di devices, tablet, chiavette per la navigazione internet. Strumenti distribuiti tra gli studenti con necessità, con lo scopo di non accentuare il divario che c’è tra le famiglie che possono permettersi di sostenere la didattica a distanza e quelle che invece proprio non ce la fanno.

Non è stato un intervento risolutivo, sarebbe stato un po’ come dire “abbiamo abolito la povertà”. Ma è stato pur sempre un punto di partenza. Una risposta d’emergenza in un contesto altrettanto emergenziale che ha forzato la digitalizzazione dell’insegnamento, trovandoci evidentemente impreparati: sulla strumentazione, per ciò che riguarda gli alunni (che sono tra l’altro nativi digitali); sulle capacità di adattamento, per ciò che riguarda i docenti. 

I modelli formativi e la formazione degli insegnanti

E qui si apre tutto un altro tema, quello dei modelli formativi desueti che hanno ancora la meglio nelle nostre scuole. Una modalità frontale di fare docenza che stride in modo particolare ora, con una didattica a distanza che, soprattutto per i più piccoli, pretende coinvolgimento, interattività, partecipazione. In questo caso non è tutta colpa delle istituzioni.

Prendendo in considerazione ancora una volta i risultati Ocse nell’analisi dei modelli formativi di diversi paesi membri, si nota che l’Italia è agli ultimi posti per la formazione obbligatoria degli insegnanti. Questo non significa che non abbiano competenze approfondite sulle materie di insegnamento, e nemmeno che siano assenti le esperienze virtuose già citate in precedenza. Spesso però c’è una carenza nell’aggiornamento dei docenti, ad esempio sull’utilizzo della tecnologia a servizio della pedagogia e dell’apprendimento; manca una formazione obbligatoria che era stata introdotta dalla legge n. 107/2015, La Buona Scuola, ma è stata messa in pratica da pochissimi. L’insegnante è sempre di più un maestro che forma i suoi studenti e contemporaneamente gli consegna strumenti per rielaborare le nozioni, infinite, che arrivano dall’esterno. Per farlo, questi strumenti deve conoscerli. 

Ripartire dopo l’emergenza

Bisogna ripensare ad un’idea di scuola che sia inclusiva e partecipata, facendo dell’emergenza un’opportunità. Ma bisogna agire efficacemente e con rapidità anche sulla riapertura in sicurezza: al centro il tema dell’edilizia scolastica, la divisione dei tempi e degli spazi, la ricostruzione delle classi che erano piccole già prima della pandemia. E quindi di nuovo: risorse ed investimenti, alcuni dei quali previsti dal Decreto Rilancio, da poco illustrato in conferenza stampa dal Presidente Conte.

Perché non conta che durante la prima settimana lontani da scuola i ragazzi si siano sentiti sollevati, senza compiti ed interrogazioni. Non conta che abbiano percepito o meno la compressione di un loro diritto fondamentale: questo dipende dall’età, dalla sensibilità, dai mezzi a loro disposizione. Conta di più tirare le somme, in questi casi, non dimenticando le differenze sociali che si ritrovano nel tessuto di una classe, come fosse un piccolo stato. Prestando attenzione a non acuirle. Conterà valutare quanti si siano persi sulla strada, una strada che la didattica a distanza ha faticato a raggiungere. Quanti si siano sentiti più soli, o più tristi, in case non accoglienti. Quanti ragazzi con bisogni speciali abbiano sofferto l’allontanamento dai propri compagni e dal rapporto che, grazie agli insegnanti, avevano difficilmente costruito con loro.

Si dovrà analizzare cosa si è perso e cosa si è imparato. Iniziando a ricostruire da subito, non appena si vedrà un po’ di luce. Perché il tetto si ripara quando c’è il sole, non quando piove (l’ha detto Enrico Letta di recente, ed io gli credo). 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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