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Non siete Stato voi

Le pesanti accuse della scorsa settimana contro il Ministro Bonafede sembrano essere confutate dall’ultimo decreto legge. E ora chi è che ha ragione?

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di Maria Cristina Frosali

Se mi avessero raccontato che un membro togato del C.S.M. in diretta televisiva da Giletti avrebbe accusato il Ministro della Giustizia di aver preso ordini dalla mafia, avrei pensato ad una barzelletta. Ma se mi avessero detto che in conseguenza di questa telefonata il Governo avrebbe emanato due decreti-legge nell’intento di riportare in carcere persone non evase, bensì temporaneamente scarcerate da legittimi provvedimenti dei Magistrati di sorveglianza… avrei pensato ad un vero e proprio incubo.

Eppure, questo è proprio ciò che è accaduto. Tentare di ricostruire le vicende degli ultimi giorni per trovarci un qualche senso logico è pressoché impossibile, proprio perché non c’è niente di razionale e sensato in quello che è successo.

Ma andiamo per ordine.

Scoppiata la pandemia, il Governo ha adottato misure insufficienti per ridurre i numeri del sovraffollamento carcerario, delegando di fatto agli organi di sorveglianza il compito di prevenire il rischio di una tragica esplosione dell’epidemia all’interno delle carceri. Il virus, infatti, al contrario del Governo, non ha tergiversato, contagiando e mietendo vittime anche tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria.

I Magistrati di sorveglianza, con grande senso di responsabilità e servendosi degli strumenti messi a disposizione dalla legge (misure alternative, differimento della pena) hanno allora tentato di decongestionare il sistema carcerario, per scongiurare una tragedia annunciata.

È in questo contesto in cui devono essere letti i provvedimenti di scarcerazione di cui tanto si è sentito parlare, decisioni legittime e argomentate in modo ineccepibile, con cui i giudici di sorveglianza non hanno fatto nient’altro, se non il loro dovere: tutelare il diritto alla salute di persone gravemente malate per le quali rimanere in carcere avrebbe significato rischiare la vita.

In un Paese civile questi provvedimenti sarebbero stati accolti senza particolare clamore… in Italia no. In Italia si è gridato allo scandalo.

È bastata la scarcerazione di tre persone gravemente malate detenute in regime di 41-bis affinché il Dio Complotto accorresse in nostro soccorso, rischiarandoci la ragione e gettando finalmente luce sugli avvenimenti che hanno coinvolto le carceri negli ultimi mesi: le rivolte scoppiate il 7 marzo avrebbero avuto una regia mafiosa e sarebbero servite proprio per fare pressione sul Governo al fine di ottenere la scarcerazione dei boss detenuti in regime di 41 bis.

Magicamente spunta fuori una lista lunga, infinita, solennemente declamata da Giletti, di pericolosissimi boss mafiosi che sarebbero stati scarcerati dal regime di alta sicurezza. Poco importa che i detenuti al 41-bis effettivamente usciti dal carcere non siano centinaia ma solo tre, e peraltro in età molto avanzata e in fin di vita. A nessuno interessano i fatti. Ormai la narrazione complottista si è insinuata nella mente del popolo, diventando essa stessa verità.

Basentini, capo del Dipartimento di Amministrazione penitenziaria, si dimette. Subito dopo il Magistrato membro del Consiglio Superiore della Magistratura Nino di Matteo, forse deluso dalla mancata nomina in sostituzione di Basentini, telefona in diretta televisiva a Giletti, rievocando fatti di due anni prima, quando gli venne offerta da Bonafede l’opportunità di ricoprire il ruolo di dirigente del DAP, insinuando la tesi che la sua mancata nomina trovasse causa in un veto dei capi mafia. A questa surreale telefonata ne segue un’altra, non meno surreale, dove un esterrefatto Bonafede, di fronte al tronfio e integerrimo tribuno di Non è l’Arena, nega ogni addebito, giurando di essere un indiscusso paladino della lotta contro la mafia.

Ma nel mondo dei manettari, lo stesso mondo in cui i detenuti devono marcire in galera, non esistono presunti innocenti. E anche Bonafede per riaccreditarsi come Ministro dell’Onestà, ha bisogno di intestarsi un provvedimento da prima pagina: un decreto salva faccia per riportare in carcere i mafiosi.

E così accade. Con i decreti-legge n. 28 del 30 aprile e n. 29 del 10 maggio si sottopone ad una pletora di pareri e periodiche rivisitazioni la decisione dei Magistrati competenti in tema di scarcerazione dei detenuti per motivi di salute.

Un lavoro raffazzonato utile solo a ingessare l’attività dei già oberati Uffici di Sorveglianza, ma che è servito a Bonafede per potersi sedere nei banchi del Governo e gridare a chi lo tacciava di collusione con i poteri mafiosi:

“Non sono stato io!”.

È davvero troppo forte la tentazione di rispondergli, come direbbe Caparezza:

Non siete Stato voi.

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