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I veggenti esistono davvero: l’analisi di Seneca della società odierna nel “De Brevitate Vitae”

Chi l’avrebbe detto che esistessero persone in grado di prevedere l’andamento delle cose a distanza di 2000 anni? Ah, non era quello l’intento di Seneca?

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Ho sempre amato parlare di filosofia. L’inconsistenza dell’anima, l’infinità dell’Universo e il fine ultimo di tutte le cose sono temi che sento di voler indagare fino in fondo da sempre. Così, presa dalla brama di ignoto che ci circonda e nella quale siamo inevitabilmente immersi, ho iniziato a scrivere. E tra la manciata di ricordi sparsi, tra esperienze ormai concluse la mia mente è tornata sulle parole di Seneca, filosofo romano del I secolo dopo Cristo: avrò l’onore di inaugurare questa rubrica parlando di lui.

Seneca scrisse tante cose. Fu oratore, politico e scrittore, ma soprattutto filosofo. Appartenente alla corrente degli stoici, che credevano che si dovesse rinunciare alla vita per vivere al meglio (o per meglio dire, rinunciare alle passioni e alla sensibilità verso il modo esterno), è senza dubbio uno dei più grandi autori latini che la storia ci abbia offerto.

Per gli scettici odierni (specifico, nonostante non ce ne sia bisogno, i filosofi scettici prima di dubitare delle mie affermazioni hanno già dubitato della mia stessa esistenza, quindi il problema non si pone), che stanno leggendo solo per capire quanto ci sia di falso in quello strano titolo, rispondo così: Seneca riassume in una ventina di pagine in pdf (che trovate qui) il fenomeno dell’avvento della società capitalista e dei social media. Non ci credete? Ci rivediamo a fine articolo…

Introduzione

Tanto per cominciare, sto parlando di una riflessione sulla fugacità e sull’impiego della vita, chiamata, appunto, “De brevitate vitae”.

L’analisi della società prende come riferimento modelli del suo tempo, ma può essere attualizzata e adattata ad ogni situazione: perché la nostra vita è così breve? E chi ci dice che lo sia davvero? La vita è lunga ciò che basta a fare ciò che siamo destinati a fare. La presenza del Fato nello stoicismo, infatti, assume una grande importanza, ma di questo parleremo in un altro episodio.

Gran parte della sua riflessione si concentra quindi sugli sprechi di tempo, frammenti di vita che ci illudiamo di spendere al meglio, in preda ai vizi e al piacere momentaneo, o addirittura al lavoro; dedichiamo la nostra vita ad accumulare occasioni, a fare sacrifici in attesa di una vita futura in cui poter utilizzare le risorse faticosamente riservate per il piacere finale, ma chi ci assicura che avremo tempo, alla fine, per goderci ciò che ci siamo privati quando avevamo la certezza di poterlo avere?

Spesso capita di pensare che con il passare del tempo si possa arrivare ad un momento migliore e più adatto per determinate azioni. Quante volte ci è stato ricordato che “prima il dovere, poi il piacere”? Fa parte della mentalità della nostra società, e lo stesso Hegel rifletteva su tale affermazione, e sosteneva che fosse il lavoro a renderci liberi. Ma in una situazione tanto instabile come la nostra, nella quale basta un istante per vederci privare di ciò che abbiamo di più caro, vale davvero la pena aspettare per un tempo migliore? Secondo Seneca, il tempo migliore è quello in cui stiamo vivendo.

Analisi dei vizi

In primo luogo, vi è un’analisi delle tante categorie di azioni che secondo il filosofo impiegano il nostro tempo in maniera non ottimale: dopo una rassegna di alcuni dei vizi capitali, afferma che il peggior modo di vivere è assecondando la gola e la lussuria tipiche di una società abbandonata all’eccesso. Il consumo smodato di alimenti, l’abbandono al piacere istantaneo della fisicità, l’investimento di decine di euro per una serata destinata a non essere nemmeno ricordata sono temi attuali, segno di una società consumistica figlia di una cultura in cui ogni necessità è prevista e soddisfatta ancor prima della sua nascita. L’uomo che ha bisogno di dimenticare, di estraniarsi dal proprio corpo per sfuggire alla banalità della vita è descritto da Seneca con precisione, tanto da non percepire nemmeno la lontananza dell’epoca descritta: passerebbe per una riflessione attuale e risalente a solo alcuni anni fa, se non fosse per la lingua un tantino… desueta.

Allo stesso modo, chi si impegna nell’accumulare risorse in attesa di tempi migliori in cui poterle utilizzare perde tempo, perché si affida a certezze inconsistenti, accumulando risorse per un’età che non ci appartiene. L’accumulo infinito in attesa di un tempo che potrebbe essere destinato a non arrivare è una chiara anticipazione dei modelli che sono alla base dell’ideale capitalista, nel quale il possesso di denaro, idealmente funzionale al bene da acquistare per rendere la nostra vita migliore, perde il suo scopo e rimane solo fine a se stesso. Ed è lì che ci si rende conto, per quanto il nostro sforzo di impiegare al meglio la nostra vita sia stato grande, di quanto in realtà sia vuota e priva di felicità.

Allo stesso modo, l’accidia porta l’uomo a pensare di essersi liberato dalle occupazioni inutili della vita, non capendo che il far nulla è esso stesso un’occupazione che ci priva del nostro tempo.

A questo proposito, Seneca afferma che solo chi si affida alla saggezza vive davvero. La filosofia, l’indagine di ciò che c’è di davvero intenso e profondo nella vita la rende degna di essere vissuta. Senza eccessi, senza privazioni e rinunce. Il nostro non è un mondo fatto per la vita vera, ma si può rimediare e occorre farlo subito: la filosofia si propone proprio questo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata a Viterbo, studio e approfondisco le questioni linguistiche più dibattute. Appassionata di letteratura e filosofia, cerco di rendere la cultura semplice, divertente e alla portata di tutti.

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