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Bonafede è salvo ma con Caiazza dentro, è l’ora del garantismo

Si è detto molto sul voto di ieri, e del prezzo a cui Iv avrebbe sostenuto il giustizialista Bonafede. La trattativa nella maggioranza però sembra chiara

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Pietro Nenni, ex socialista, lo aveva detto circa una cinquantina di anni fa.

In politica ci sono sempre due categorie di persone: quelli che la fanno e quelli che ne approfittano.

pietro nenni

Stavolta Matteo Renzi ne ha approfittato, a dire il vero, per l’ennesima volta ne ha approfittato. Quando sei terza gamba di un governo così gramo di contenuti, non è poi difficile guardare la luna solo un pochino oltre il dito.

Il colpo alla giustizia ingiusta è arrivato, e forse è stato ferale. Da domani è probabile che a poter dire la sua ci sarà anche Caiazza, notizia tutt’altro che piacevole per il guardasigilli. Un colpo che è arrivato nello stile che contraddistingue gli uomini delle istituzioni però, dagli scranni del Senato e con un discorso in cui sotto i baffi del fondatore di Italia Viva si poteva scorgere un leggero sorrisino. Lì per difendere l’uomo che più di ogni altro lo ha combattuto, lì a sostenere il partito che ha portato la sua famiglia sulle prime pagine dei giornali. Ma in fin dei conti lo ha detto lui, la politica non è vendetta e ieri il governo non doveva cadere. Non era il momento.

Il punto, come per altro detto da più parti nel corso degli interventi, è stato sostanzialmente declinato con una lettura meramente politica. Al voto di ieri si è arrivati con la ferma volontà di non procedere ad un rimpasto di governo. Nei giorni precedenti lo aveva detto il Premier Conte che, senza mezzi termini, aveva annunciato come una eventuale sfiducia del Ministro Bonafede avrebbe portato inevitabilmente il paese al voto. Un bluff? Non lo sapremo mai. Certo è che portare l’Italia al voto in questo delicatissimo periodo storico, non avrebbe fatto il bene di un paese con numeri da dopoguerra e probabilmente avrebbe diviso l’atlante della politica italiana in buoni e cattivi. Cosa che i potenziali cattivi non si sarebbero mai potuti permettere.

Allora oggi ci troviamo nel dayafter della trattiva Stato-Renzi, mutuando una formula che non riconduce a virtuosi trascorsi. Il dibattito si è articolato attorno agli esponenti di Italia Viva, che con i suoi 17 senatori si è rivelata ancora una volta alleata determinante. Sebbene sia difficile dialogare con questo esecutivo di cui, a voler dire il vero, ancora ansiosamente attendiamo di leggere un’agenda che detti la strategia fino al 2023. Dato che perché l’esecutivo arrivi a fine mandato, è necessario che oltre a dirlo qualcuno faccia qualcosa. Oggi più che mai.

Iv a seguito del colloquio avvenuto lo scorso giovedì a Palazzo Chigi tra il Premier Conte ed alcuni esponenti del partito avrebbe ottenuto delle cariche, o almeno così pare dalle indiscrezioni rilanciate ieri su molti accreditati organi di informazione. Renzi avrebbe strappato la nomina di uno dei due presidenti della commissione che sarà costituita per ridiscutere la riforma della prescrizione di Bonafede, ruolo che lo stesso ex premier ha lasciato intendere che vorrebbero offrire a Gian Domenico Caiazza. Capo dei penalisti e voce autorevole tra i garantisti.

Ha poi ottenuto, e già inserito nel Dl Rilancio, la cancellazione del saldo Irap per l’anno 2019 e dell’acconto relativo al 2020 oltre alla già nota legge per la regolarizzazione dei braccianti, ed infine sembra che anche l’esecutivo abbia avallato il progetto Shock che vuole la riapertura dei cantieri. Sebbene su quest’ultimo punto il premier abbia un po’ nicchiato negli annunci, forse per non dare ulteriore credito alla teoria complottista della trattativa.

L’operato di Bonafede rimane uno dei disastri annunciati degli ultimi anni per la politica italiana, ed è legittimo domandarsi se per spirito istituzionale fosse stato giusto sfiduciare un ministro e dunque far cadere l’attuale governo. L’importante in certi momenti è però non cadere dalle nuvole, perché il DAP e l’operato di Basentini non erano certo immuni da critiche anche prima della chiamata del Magistrato Di Matteo nel corso della trasmissione di Giletti. Sulle colonne de La Politica del Popolo, con l’Onorevole Giachetti avevamo già affrontato il tema delle carceri.

E in quell’occasione fu proprio Giachetti a condannare l’operato insufficiente dell’ormai dimissionario capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penintenziaria. Ma d’altro canto coerenza è coerenza, e la lotta al giustizialismo che i vivaci hanno sempre portato fieramente sulle spalle passava da uno snodo cruciale: sfiduciare Bonafede, senza prove per quel che gli si imputava, o andare avanti con un ministro inefficiente? Il dardo è tratto, ai posteri l’ardua sentenza.

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