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Maxiprocesso: le persone e le storie. Ventotto anni dalla strage di Capaci

In ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

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Una rubrica di approfondimento sul Maxiprocesso e la lotta a Cosa Nostra. Dal 23 maggio al 19 luglio, ogni mercoledì, per ritrovarci e ricordare, riflettere e discutere. Perché «la mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio ed avrà anche una fine». Ma solo se, uniti, continueremo a combatterla. 

Tra qualche ora, 28 anni fa, qualcuno premeva il pulsante che faceva esplodere il tritolo posizionato nei canali di scolo della A29, l’autostrada che collega ancora oggi l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Su quell’autostrada stavano passando tre Fiat Croma, una marrone, una bianca ed una blu: la scorta del magistrato Giovanni Falcone, che insieme alla moglie Francesca Morvillo era appena rientrato da Roma. Ad azionare quel telecomando, così ci hanno detto le indagini ed i processi, il mafioso Giovanni Brusca, uomo fidatissimo di Totò Riina, il “capo dei capi” ai vertici di Cosa Nostra fino all’arresto. L’attentato era stato preparato minuziosamente da Brusca insieme ad Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella: tutti uomini di mafia, tutti a servizio del boss. Tutti sanguinari, con nomi e cognomi, che hanno portato a termine il loro compito, al netto delle esitazioni, pur sempre umane. Uso la parola “umano” non a caso: ce l’ha insegnato proprio Giovanni Falcone, che la mafia è un fenomeno umano. Ed è su questo terreno che bisogna sconfiggerla.

Quel che è successo dopo si conosce, come tanto di questa storia che ha segnato l’Italia, generazioni di giovani ora adulti che si sono avvicinati alla legge perché avevano visto, nello sguardo di questi servitori dello Stato e dallo Stato traditi, una speranza. Perché volevano credere in un paese diverso. 

strage di Capaci

L’esplosione, potentissima, alle 17:57 di quel 23 maggio del 1992 ha ucciso Vito Schifani, Rocco Dicillo ed Antonio Montinaro, i tre agenti della scorta che viaggiavano sulla prima auto blindata del corteo. Ha ferito altre 23 persone, tra cui l’autista della Croma bianca. Ha ucciso solo qualche ora dopo, in ospedale, il magistrato Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, aprendo una ferita che ancora oggi non si è rimarginata. La stessa esplosione ha provocato grandi festeggiamenti tra i mafiosi nel carcere dell’Ucciardone, istituto penitenziario palermitano che aveva ospitato, grazie al lavoro del pool antimafia di Antonino Caponnetto e di Falcone e Borsellino, il Maxiprocesso, arrivato a sentenza proprio nel gennaio dello stesso anno. Ha, infine, cambiato la storia politica di questo paese, con ogni evidenza connessa a quegli avvenimenti: lo sconvolgimento della società e dei cittadini ha scosso anche il Parlamento, che in quei giorni del 1992 stava votando il nuovo Presidente della Repubblica. Due giorni dopo è stato eletto Oscar Luigi Scalfaro, lasciando il senatore Giulio Andreotti nell’ombra di cui troppo spesso si era abilmente servito. 

Oggi è la Giornata della Legalità, “Il coraggio di ogni giorno”, è l’anniversario della strage di Capaci e della morte di questi uomini di Stato. E tutto, ma proprio tutto si trova nelle parole dell’attuale Presidente della Repubblica, come sempre rivolte ai giovani, come sempre da ascoltare. Precise e luminose, con i toni di chi è garante della istituzioni e dei cittadini, ancor prima che fratello di una vittima di mafia. 

«La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra», ha detto il Presidente Mattarella. E allora riportiamo un po’ di luce, che quest’anno non potrà arrivare a Palermo con la Nave della legalità, ognuno dal proprio balcone, come abbiamo fatto in questi mesi sospesi. Alle 18:00, quante più lenzuola bianche risponderanno al #PalermochiamaItalia, quanto più sarà chiaro che siamo e resteremo qui, insieme, a presidio della legalità. Per noi, per Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e le vittime di tutte le mafie

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Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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