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Politica

Recovery fund, il destino dell’Europa tra politica, economia e diritto

Il Tema “Recovery fund” divide i 27 paesi membri della UE. Momento storico e decisioni importanti che non possono non guardare al futuro della Comunità Europea. È tempo di guardare al rilancio dell’economia europea e non a interessi nazionali filo-egoistici e contro lo spirito europeo.

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Il coronavirus e il lockdown ad esso conseguente hanno causato un vero e proprio trauma economico mondiale. 

Basti pensare a qualche dato: nel primo trimestre il PIL americano si è contratto del 4,8%, con una previsione traumatica per il secondo trimestre pari a – 38% e una situazione drastica sul fronte occupazionale, con 39 milioni di posti di lavoro persi in poco più di 9 settimane; la Cina ha registrato il record storico di disoccupazione giovanile, pari al 13,8%  e un crollo del PIL a – 6,8%, mai così basso dal 1992; Il PIL dell’Eurozona ha perso il 3,8% rispetto all’ultimo trimestre del 2019, tra i 27 la Francia registra un calo del 5,8%, la Spagna del 5,2% e l’Italia del 4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Questi sono solo alcuni dei dati che insieme a tanti altri, anch’essi rilevanti, ci dimostrano come il mondo, stravolto da un virus insidioso, rischi ora un collasso economico senza precedenti. Dopo l’imponente intervento economico americano, con un piano da 2.000 miliardi, messo a punto dall’amministrazione Trump e approvato dal Senato mediante un ampio e storico accordo tra democratici e repubblicani, ecco che finalmente è suonato anche il campanellino di allarme per la giovane Europa, un po’ in ritardo e un po’ divisa al suo interno.

Cosa sta succedendo in Europa? Che strumenti ha messo in campo per far fronte ai danni economici post covid? 

Nell’ultimo  consiglio europeo, tenutosi il 23 aprile scorso, i 27 Paesi dell’UE hanno appoggiato pienamente gli strumenti indicati dalla precedente riunione dell’Eurogruppo, ovvero le linee di credito del MES per le spese sanitarie e senza condizioni, i finanziamenti della BEI e il piano SURE per la disoccupazione. Non possiamo non ricordare inoltre, la sospensione del patto di stabilità, le nuove regole dettate in materia di aiuti di Stato e il piano economico da 750 miliardi attivato dalla Bce per l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi membri, risorse che probabilmente andranno incontro ad un futuro ampliamento. 

Il pacchetto di aiuti venuto fuori dal Consiglio europeo dello scorso 23 aprile vale circa 540 mld di euro.  La domanda che oggi sorge spontanea è la seguente: si può fare di più? Si può finalmente mettere in atto una strategia solida e più efficace? 

Stando ai recenti riscontri, sì. 

Da qualche mese l’asse Conte/Macron si era battuto per ottenere un ampio  fondo europeo per la ripresa economica, in grado di sostenere i Paesi con sovvenzioni a fondo perduto e prestiti a basso tasso d’interesse, permettendo alla Commissione Europea di indebitarsi sui mercati per conto dell’Unione per poterlo  finanziare, nel rispetto dei Trattati e delle prerogative dei Parlamenti nazionali.  L’idea ha visto un forte appoggio da parte degli Stati  del “Sud Europa” e una notevole opposizione da parte dei “Falchi del Nord”. 

Tutti oggi ci rendiamo conto che le linee di credito messe a disposizione dalla UE, senza un fondo europeo così fatto non sono sufficienti e adeguate. Bene i 100 mld del piano SURE per far fronte alla crisi occupazionale europea, bene il piano Bei per le imprese e resta ancora qualche perplessità per il Mes “senza condizionalità”, che non riesce a convincere nessuno in Europa stando alle sue caratteristiche ancora oggi  “non chiare “. 

La soluzione ideale a detta del Premier italiano Giuseppe Conte è quella di un “RECOVERY FUND”  ben strutturato. 

In realtà questa impostazione è quella appoggiata e approvata anche dal Parlamento Europeo nell’ultima risoluzione sul tema, prevedendo un Recovery Fund con risorse fino  a 2000 mld di euro, da destinare ai Paesi membri principalmente con il metodo “a fondo perduto”.  Secondo la risoluzione, questo fondo potrebbe essere finanziato “attraverso l’emissione di obbligazioni a lungo termine” e le garanzie dovrebbero originare dal bilancio dell’Unione europea. 

Un segnale forte e importante quello del Parlamento Europeo “quasi tutto concorde” allo strumento, tanto da approvare la risoluzione con 505 voti favorevoli, 119 contrari e 69 astensioni (tra cui i sovranisti italiani di lega e fdi). Una situazione ancora in fase di mutamento, come testimonia il cambio di passo della “scettica” Germania, la quale, per bocca della Cancelliera  Merkel ha aperto alla possibilità di costituire un fondo europeo da almeno 500 miliardi, con finanziamenti esclusivamente a fondo perduto ai Paesi membri. 

In realtà questa nuova posizione tedesca scaturisce da un bilaterale con il presidente francese Emmanuel Macron e da frequenti contatti telefonici con il premier italiano Giuseppe Conte, con il quale la cancelliera intrattiene un ottimo rapporto personale.  Non c’è solo diritto, c’è anche politica ed interessi nazionali ed è chiaro che la Germania non può permettersi, così come tutta l’Europa, di perdere il motore produttivo franco – italico. 

Restano, tuttavia, ancora divisioni sul tema Recovery fund così strutturato. 

Il cancelliere austriaco Kurz, appoggiato da Danimarca, Paesi bassi e Svezia ha subito bocciato la proposta Merkel- Macron-Conte, opponendosi ad un allargamento del budget 2021-2027, necessario per aumentare la garanzia ai fini dell’emissione di obbligazioni europee a lungo termine. 

In attesa della proposta della Commissione UE che verrà presentata il giorno 27 maggio, non ci resta che sperare in un buon accordo che miri ad un serio e solido rilancio dell’economia Europea, con iniezioni di liquidità ai singoli Stati membri, molti dei quali rischiano molto sul piano economico/occupazionale. 

Tutti siamo consci del fatto che dalla natura, dalla tipologia e dalla rapidità delle risorse che l’Unione sarà in grado di mettere in campo, dipenderà il futuro dell’Unione stessa. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Mi chiamo Paolo ganci, classe 98, nato a Ragusa e residente a Ferla (SR). Appassionato di politica e studioso di diritto. Diploma classico indirizzo linguistico, studio attualmente presso la facoltà di Giurisprudenza di Catania.

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