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Il 24 maggio tra passato e presente

Il 24 Maggio 1915 e il 24 Maggio 2020 sembrano confermare la teoria dei corsi e ricorsi storici di G. B. Vico, secondo la quale i cambiamenti storici non mutano il comportamento dell’uomo. Le due date sono legate dalla ripetizione delle forme della cultura umana e sociale dell’Italia, una ripetizione che rende simili due date così lontane tra di loro.

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“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio: l’esercito marciava per raggiungere la frontiera, per far contro il nemico una barriera …”, con questa canzone Ermete Giovanni Gaeta celebrava il trionfo dell’esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale. Dato che non è tutto oro quel che luccica, è lecito domandare cosa nascondano le gesta dei fanti.

Il 24 Maggio 1915 l’Italia entrò in guerra per rivendicare un ruolo di potenza in Europa e le regioni del Trentino Alto-Adige e del Friuli Venezia Giulia in mano all’Austria. Nessuno era pronto per la guerra, in particolare l’esercito. Secondo la relazione del 1914 da parte del generale dell’esercito italiano Alberto Pollio per il ministro della guerra Spingardi, «… se l’esercito italiano dovesse essere portato all’altezza degli eserciti delle altre grandi potenze europee, pur tenendo conto esatto della differenza numerica esistente fra le rispettive popolazioni, occorrerebbe all’Italia compiere uno sforzo grandioso». Con questa relazione egli evidenziava le carenze delle truppe e richiedeva anche un finanziamento di 400 milioni. Il generale Pollio, a causa di motivi di salute, rinunciò al suo incarico e il ministro Spingardi nominò come sostituto il generale Carlo Porro. Questi considerava il finanziamento richiesto da Pollio una condizione inderogabile per l’accettazione della carica. Dato che il Governo stanziò solo 190 milioni, Porro rifiutò l’incarico e, come generale delle truppe, fu designato Luigi Cadorna, che si trovò a capo di un esercito impreparato per la guerra.

Lo scontro con l’esercito austro ungarico sembrava impari, dato che le truppe del nemico erano più organizzate e più rifornite. Questo non intimorì l’esercito italiano, che riuscì a tenere testa al nemico con audacia e coraggio. Dopo le incursioni nell’area del fiume Isonzo e nella zona delle Dolomiti da parte delle truppe di Cadorna, lo scontro diventò una sanguinosa guerra di trincea, che portò pochi successi e numerosi morti per l’esercito italiano. L’Italia era vicina alla resa e la disfatta di Caporetto sembrava il colpo di grazia da parte del nemico, ma l’arrivo del generale Armando Diaz al posto di Luigi Cadorna portò ad una reazione di orgoglio. Le truppe italiane non solo consolidarono il fronte lungo il fiume Piave, ma ribaltarono l’esito della guerra, vincendo la battaglia del Solstizio e di Vittorio Veneto. Dopo questi fallimenti, l’esercito austro ungarico alzò bandiera bianca e consegnò la vittoria all’Italia.

Durante la Grande Guerra sono morti circa 780.000 soldati, di cui 406.000 per cause belliche, 274.000 per malattia e 100.000 in campi prigionia, senza contare i 463.000 invalidi per ferite. I soldati che sono morti o sono rimasti invalidi non devono accusare solo la guerra, ma anche lo Stato. Pensate a quanto sarebbero minori i numeri dei morti o degli invalidi, se il Governo avesse speso quel che serviva per l’esercito. Le gesta dei fanti al fronte di guerra nascondono le carenze di uno Stato, che ha quasi abbandonato l’esercito davanti un nemico più grande di lui.

Vita in trincea (in memoria della Grande Guerra) | School Magazine
Foto dell’esercito italiano in trincea durante la prima guerra mondiale

Il 24 Maggio 2020 l’Italia vive la fase due dell’emergenza sanitaria da nuovo coronavirus SARS CoV2. Dopo mesi di tenebre, oggi si vede un po’ di luce, anche se il COVID-19 incute ancora timore. L’assenza di una cura non dà sicurezza al Paese, dato che alcune persone non sono tornate a vivere, ma continuano ad esistere. La paura è lecita, perché il pericolo di contagio c’è. Serve attenzione, perché il ritorno alla fase uno non è utopia. In questo momento il virus è più debole, ma può tornare forte come prima. Un nuovo aumento dei contagi non comporta solo una crisi socio-economica, ma anche una crisi sanitaria. Il COVID-19 ha evidenziato le carenze del Sistema Sanitario Nazionale, ovvero l’assenza del personale sanitario e dei posti di terapia intensiva. Questo è dovuto ad una riduzione della spesa sanitaria dal 2011 ad oggi, come riporta la tabella sotto.

Il taglio della spesa sanitaria ha causato anche la chiusura di 395 reparti e piccoli ospedali, più una riduzione di circa 70.000 unità dei posti di letto per degenza ordinaria. I posti letto in terapia intensiva, reparto fondamentale in questo momento, sono circa 5.090 in totale, ovvero il 30% rispetto a quelli del 2001. La riduzione della spesa sanitaria riduce anche l’assunzione del personale, tanto che i sindacati delle professioni sanitarie denunciano la carenza di 30.000 infermieri. Questo determina un rapporto tra infermiere e numero di pazienti che può variare da 1:9 negli ospedali del Nord Italia a 1:17 negli ospedali del Sud Italia.

A causa dei tagli alla spesa sanitaria, in ospedale hanno lavorato senza sosta e senza DPI (dispositivi di protezione individuali) e creato nuovi posti di terapia intensiva per cercare di ospitare e curare più pazienti possibili. Per la mancanza di DPI sono morti anche 163 medici, per cui sono state spese parole belle quanto forti da parte di Filippo Anelli, presidente del FNOMCeO (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri): “I morti non fanno rumore, non fanno più rumore del crescere dell’erba, scriveva Ungaretti. Eppure, i nomi dei nostri amici, dei nostri colleghi, messi qui, nero su bianco, fanno un rumore assordante. Così come fa rumore il numero degli operatori sanitari contagiati, che costituiscono ormai il 10% del totale. Non possiamo più permettere che i nostri medici, i nostri operatori sanitari, siano mandati a combattere a mani nude contro il virus. È una lotta impari, che fa male a noi, fa male ai cittadini, fa male al paese”.

Foto di reparto in terapia intensiva durante l’attuale emergenza sanitaria

Sia i soldati, che il 24 Maggio del 1915 sono entrati in guerra, che il personale sanitario, che il 24 Maggio 2020 ha quasi vinto il COVID-19, hanno avuto risultati lodevoli, pur non ricevendo grandi aiuti da parte dello Stato. Invece sia il Governo del 1914-15, che non ha investito nell’esercito, e i Governi, che dal 2011 al 2019 non hanno investito nella sanità, sono stati poco accorti, il primo nei riguardi della guerra ed i secondi nei riguardi della sanità. Il modus operandi dei Governi citati è la ripetizione delle forme della cultura umana e sociale dell’Italia, che conferma la teoria dei corsi e ricorsi storici di G. B. Vico e che lega il 24 Maggio 1915 al 24 Maggio 2020.

Io non credo alla teoria dei corsi e ricorsi storici, ma dato che lo Stato la rende realtà, spero che esistano sempre eroi, come il soldati della Grande Guerra o il personale sanitario dell’attuale emergenza, in grado di salvare questo Paese.

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Studente di professioni sanitarie, ma con un occhio di riguardo verso tutto ciò che mi circonda. Durante il mio percorso ho notato che, secondo molti, pochi cittadini impegnati non sono in grado di poter cambiare qualcosa all'interno della società. Sono qui, in collaborazione con la Politica del Popolo, per far capire che vive non chi resta in silenzio, ma solo chi lotta per far sentire la propria voce.

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