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Maxiprocesso: le persone e le storie. Il Pool antimafia di Chinnici e Caponnetto

La centralizzazione delle indagini sulla mafia siciliana che portò allo storico processo.

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Il magistrato Antonino Caponnetto arrivò a Palermo il 9 novembre 1983, mandato in città per succedere a Rocco Chinnici, ucciso da Cosa Nostra il 29 luglio dello stesso anno. Fu lui, Chinnici, all’epoca capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, il primo ad immaginare un modo diverso di fare indagini sulla mafia, dopo aver visto cadere molti colleghi innocenti, da ultimo Cesare Terranova. Fu sempre lui a saltare in aria per mano di Antonino Madonia detto Nino, figlio del boss Francesco Madonia ed adepto di Totò Riina, già esecutore degli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, e successivamente di quello di Ninni Cassarà e del fallito attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone. 

Ho scritto “saltare in aria”, perché questo è quello che ha fatto Cosa Nostra in particolare tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso. Faceva saltare in aria, deliberatamente e con una certa frequenza, chi la combatteva, chi si opponeva o semplicemente chi passava di lì. Ho scritto poche righe, al loro interno i nomi di tanti morti. Tutti collegati da una lotta comune, uniti dal filo di sangue ed efferatezza che la mafia stava tessendo in Sicilia. Quel filo che Rocco Chinnici aveva intravisto, comprendendo che solo con una centralizzazione delle indagini, un coordinamento tra magistrati del territorio che si occupavano di Cosa Nostra, solo con la stretta collaborazione degli uomini di Stato si sarebbe potuta indebolire e poi combattere un’organizzazione a sua volta così intersecata. 

il Pool antimafia
Rocco Chinnici, alle sue spalle Giovanni Falcone

Il magistrato Rocco Chinnici però non ci riuscì, a lavorare con il suo Pool antimafia, perché venne ucciso da un’esplosione di tritolo davanti alla propria abitazione. I mandanti dell’omicidio, individuati durante il successivo processo dal giudice Antonino Saetta, furono i cugini Nino e Ignazio Salvo.

La strage di via Pipitone Federico, in cui morirono anche il portiere dello stabile e gli uomini della scorta del magistrato siciliano, segnò l’arrivo in città di Antonino Caponnetto, all’epoca Procuratore generale di Firenze, che seguì la strada tracciata dal predecessore iniziando a lavorare con i magistrati Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta. «Un gruppo compatto, attivo e battagliero», era questo il Pool nelle parole del suo ideatore. 

Antonino Caponnetto era di origini siciliane, ma aveva sempre vissuto fuori dall’isola e dalle sue dinamiche mafiose. Tornato nella sua terra dopo un voto quasi unanime del CSM, a cui aveva inviato la candidatura per senso del dovere nonostante l’inesperienza in ambito mafioso, si insediò all’ufficio Istruzione di Palermo ricordando il tributo di sangue che la Sicilia aveva pagato fino a quel momento. Ed auspicando di poter lavorare in pace. 

il Pool antimafia
Antonino Caponnetto con Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

La determinazione di Caponnetto, viso fermo e gentile, espressione discreta, si comprese sin da subito nella sua intenzione non solo di confermare, ma persino di ampliare la linea di Chinnici: il 16 novembre 1983 il Pool antimafia di Palermo diede avvio ai lavori. Era un nutrito gruppo di giudici istruttori che si occupava quotidianamente ed unicamente di indagini di mafia. Erano uomini affiatati, dedicati, uniti da un legame profondo. Si fidavano l’uno dell’altro, facevano circolare tra loro informazioni e metodi di ricerca: per la prima volta, davvero, si pensò di poter riuscire a vincere la mafia. La mole di lavoro aumentava ed insieme cresceva anche il gruppo: dopo qualche mese entrarono a far parte del Pool i magistrati Giuseppe Ayala, Gioacchino Natoli ed Ignazio De Francisci. A fianco di Antonino Caponnetto e dei colleghi arrivarono anche esponenti delle forze dell’ordine, fra gli altri Angiolo Pellegrini, Beppe Montana, Ninni Cassarà e Gianni De Gennaro, ognuno a capo del proprio dipartimento. Fu per mano di questi uomini, delle loro menti, della loro perseveranza, che si riuscì a tessere l’imbastitura del Maxiprocesso, che iniziò tre anni dopo. Con una svolta decisiva nel 1984: il pentimento di Tommaso Buscetta

Il Pool antimafia di Palermo venne sciolto qualche anno dopo, nel 1988, a seguito di diversi tentativi di indebolimento. Questa scelta, senza dubbio, fu anticamera degli avvenimenti che portarono alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lasciati soli, circondati da quel filo di sangue ed efferatezza di Cosa Nostra, indebolita dal Pool e dal Maxiprocesso, ma ancora viva.

Ne parleremo, così come parleremo di Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, il prossimo mercoledì. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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