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Caffè Voltaire, tra politica e opinioni: il nuovo romanzo di Laura Campiglio

La politica è un tema complesso, spesso difficile da seguire: ce ne parla Laura Campiglio, giornalista e autrice del romanzo “Caffè Voltaire”, da poco disponibile in libreria. Attraverso la narrazione leggera e incalzante, le vicende di Anna ci sveleranno un mondo complesso dal quale si può attingere a riflessioni profonde e attuali.

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La politica è un tema complesso, spesso difficile da seguire: ce ne parla Laura Campiglio, giornalista e autrice del romanzo “Caffè Voltaire”, da poco disponibile in libreria. Attraverso la narrazione leggera e incalzante, le vicende di Anna, giornalista precaria dalla vita frenetica e dedita agli otto lavori che svolge per riuscire ad avere uno stipendio consistente a fine mese, ci sveleranno un mondo complesso dal quale si può attingere a riflessioni profonde e attuali. Con le sue parole, la scrittrice è stata capace di approcciarsi in modo semplice e divertente a quello che è il mondo del lavoro precario, che da anni rappresenta il primo problema dei giovani e non solo: una lettura piacevole e adatta a tutti, che non avrà problemi a farsi apprezzare da persone di ogni età, specialmente dai giovani.

  • Come ti è venuta in mente l’idea di scrivere questo libro?

L’idea di scrivere questo libro parte da quasi 20 anni fa quando, subito dopo la maturità, ero andata a scrivere nel quotidiano della mia città, La Prealpina. Il mattino cominciavamo sempre con la rassegna stampa (cartacea, non c’erano ancora i giornali online) e distribuivamo questi quotidiani sul tavolo della redazione, dove ci veniva spontaneo ordinarli da sinistra a destra in base all’orientamento della testata. Noi ragazzi prendevamo i quotidiani dagli orientamenti più estremisti, quello più a sinistra con quello più a destra, ed era divertente confrontare i titoli nelle prime pagine perché sembravano riferiti a paesi ed epoche diverse, invece raccontavano la stessa cosa da due punti di vista opposti. Quando ho iniziato a scrivere il mio romanzo mi sono detta che sarebbe stata una buona idea partire proprio da lì: con piacevole sorpresa ho notato che, anche ha distanza di 20 anni, è un’idea che non ha perso la sua attualità.

  • Uno dei temi centrali del romanzo è la situazione precaria del lavoro dei giovani: per quale motivo hai scelto di affrontare questo argomento?

La ragione è che il precariato culturale (cioè di coloro i quali lavorano nella cosiddetta “industria culturale”) della generazione 30-40 è una realtà che, ahimè, ho avuto modo di conoscere bene anch’io, essendo nata negli anni ‘80; infatti sono una di quelle che un contratto a tempo indeterminato non l’ha mai visto. In questo libro mi sono quindi focalizzata su questa generazione, perché il mio personaggio ha appunto 35 anni, ma ci tengo a sottolineare che la condizione strutturale del precariato riguarda tutte le generazioni: mentre all’inizio si pensava che potesse essere una condizione provvisoria, in una fase post lauream nella quale uno era ben disposto ad accettare anche lavoretti part-time, con il passare degli anni ci si è resi conto che non era destinata a rimanere una fase transitoria, bensì strutturale: ci sono dei quarantenni che sono tutt’oggi precari. Ma l’amara condizioni riguarda tutti, specialmente dopo la situazione di questa pandemia; ma è una situazione a cui, purtroppo, non vedo soluzioni: questo libro è nato per porre una domanda e far riflettere sulla questione.

  • Nella tua storia hai scelto di trattare, oltre al tema del precariato dei giovani, anche diverse altre tematiche molto attuali, spesso al centro del dibattito pubblico. Uno di questi temi è quello dell’immigrazione. Secondo te la politica si occupa in modo adeguato di questo aspetto?

Sull’immigrazione non credo che ci sia un approccio serio, neanche da parte dei detrattori. Perfino l’estrema destra si limita a parlare per slogan populisti, e anche questo sottende il non volersi occupare del tema. Per quanto riguarda la sinistra, invece, sono profondamente delusa dalla compagine governativa, perché mi aspettavo che sui Decreti Sicurezza ci fosse un netto cambio di direzione rispetto alle strategie adottate da Matteo Salvini, e invece non sono stati abrogati, ma al massimo edulcorati. Se c’è continuità tra la destra radicale e la sinistra c’è qualcosa che non va: perché non riusciamo a vedere comportamenti diversi in schieramenti così lontani? Credo ci siano dei timidi passi, ma la questione non viene trattata come merita: non dimentichiamoci che si tratta di una grandissima risorsa sia economica ma anche culturale, bisogna garantire quindi alle persone che vengono qui una permanenza dignitosa, me lo auspico fortemente. Credo ad esempio che lo Ius Soli sia un diritto che andrebbe garantito a tutti, ma viene lasciato indietro perché è un tema difficile e divisivo.

  • Sempre riguardo all’immigrazione, cosa pensi della recente proposta della ministra Teresa Bellanova riguardo alla regolarizzazione dei migranti? Pensi che il suo sia stato un intervento adeguato?

Vedo in quello che ha fatto Teresa Bellanova un passo verso quella che potrebbe essere una soluzione. Sappiamo che la Ministra ha una posizione molto specchiata su quella che è la regolarizzazione del lavoro, avendo lei stessa una storia personale che l’ha portata a vivere la condizione di bracciante, oltre a degli anni di impegno sindacale. Criticare teresa Bellanova in un ambito che è così suo non me la sentirei mai, ma vero è- e qui cito un’altra voce che si è opposta alla sua posizione, rivelandone le contraddizioni- anche ciò che afferma Aboubakar Soumahoro, che vive attualmente la situazione che Teresa viveva anni fa e conosce ancora meglio la situazione dei braccianti. E quando lui disse che regolarizzare le braccia non basta, ma è necessario regolarizzare le persone dice una cosa molto giusta anche dal punto di vista del principio. Non abbiamo bisogno solo di regolarizzare il lavoro, sembra una cosa troppo utilitaristica se si limita al tempo in cui il lavoro è immediatamente utile, e invece si dovrebbe abbracciare una concezione più ampia di regolarizzazione.

  • Ma passiamo a un altro tema intorno al quale ruota buona parte del tuo romanzo: quello dell’interpretazione che i giornali danno di una vicenda quando la raccontano. Come dicevi anche prima, spesso le questioni ci vengono poste in modo così diverso che sembrano riferite ad accaduti diversi. Ritieni che questo sia dovuto ad una fase negativa dell’evoluzione della finalità dei quotidiani, che non puntano più ad informare, ma a far notizia?

Io credo che questo problema ci sia sempre stato, non credo sia un problema di corruzione degli ultimi 10 anni, i giornali danno una loro lettura della verità che necessariamente è diversa da quella assoluta, che è inconoscibile. Come sono andate veramente le cose riusciamo a capirlo solo anni dopo, a faccenda conclusa e attraverso il lavoro degli storici. A caldo è difficile fornire la verità assoluta priva di lettura personale. Nel mio romanzo ho voluto sottolineare come questo gioco possa diventare addirittura grottesco, e ho cercato di renderlo attraverso due situazioni limite, ossia un giornale di estrema destra e uno di estrema sinistra. La verità, a quel punto, credo non importi a nessuno: chi compra dei giornali dichiaratamente schierati non va alla ricerca della verità, ma di una conferma della propria visione pregiudizievole della realtà. E credo che questo sia un gioco reale, di cui dobbiamo prendere atto. La cosa importate è che i lettori siano consapevoli di ciò. Ho solo paura che talvolta le persone si informino si informino unicamente mediante un sito di informazione partitico, e questo non va bene.

“Se sei tutti i giorni d’accordo con il tuo giornale ti sta fregando, perché ti sta privando del tuo senso critico”.

  • Ma passiamo ora allo stile: nel tuo romanzo fai ampio uso delle frasi palindrome: questo simpatico espediente narrativo ha dietro un significato?

Per cominciare, le frasi palindrome sono riferite al personaggio della mamma, che non compare mai davvero nel libro: mi interessava un modo per mettere in luce un personaggio nell’assenza dal punto di vista narrativo e mi è sembrato che questa mania della mamma di Anna sui palindromi potesse essere un tratto che il lettore si sarebbe ricordato. Ma non ho una particolare passione per i palindromi, ma sono molto divertenti.

  • Ultima domanda: il personaggio di Anna sembra aver molti tratti in comune con quella che potrebbe essere la figura di una giornalista come te. Ha in parte inciso la tua vota personale e lavorativa nella creazione di questo personaggio?

Sicuramente sì, a partire proprio dalla mia esperienza nella redazione. La storia di Anna non è autobiografica, per fortuna non mi sono mai trovata in una condizione così difficile, però tanti elementi che ricorrono nel romanzo sono presi dalla mia vita, come l’ambientazione provinciale, la melomania del nonno e negli altri personaggi che ruotano intorno alla protagonista ci sono delle caratteristiche che ho rubato dai miei amici.

C’è un mio amico e scrittore che si chiama G. Pinketts, che purtroppo non c’è più e a cui ho dedicato un libro, che diceva che più che autobiografismo c’era vampirismo, nel senso che “succhiava” alle sue situazioni di vita reale alcuni elementi e la rimetteva nei suoi romanzi. Anche qui si può dire che po’ di vampirismo ci sia stato.

Grazie Laura per il tuo tempo e la tua disponibilità!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata nel 2001, ho frequentato il liceo scientifico a Viterbo e ora studio Lettere moderne a Bologna. Ho iniziato a lavorare per La Politica del Popolo come correttrice di bozze e ora gestisco la rubrica di filosofia del martedì.

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