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Il grido disperato di Hong Kong sta cadendo nell’oblio del silenzio internazionale

I manifestanti di Hong Kong stanno per soccombere sotto la morsa autoritaria della Cina, e il panorama internazionale li ha finora abbandonati.

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Dall’inizio di maggio a Hong Kong, sono ricominciate le proteste dei manifestanti che chiedono più democrazia e indipendenza dalla Cina. Ciò è stato possibile anche grazie a un rallentamento significativo della diffusione del virus, emergenza che la governatrice Carrie Lam ha gestito molto bene, rafforzando la sua posizione.

Lo scorso 10 maggio c’era stata una nuova manifestazione, composta da diverse centinaia di persone che si sono radunate in decine di centri commerciali della città. La manifestazione è stata molto dura e aveva comportato diversi scontri tra manifestanti e poliziotti in tenuta antisommossa.

Nelle strade del distretto dello shopping di Mong Kok, la protesta è stata talmente dura che la polizia è intervenuta utilizzando spray urticanti e manganelli. In tutto sono state arrestate 250 persone.

Data la situazione, il governo di Pechino ha deciso di puntare sul rafforzamento del controllo su Hong Kong, che attualmente è una regione semi-autonoma dal governo centrale, e dunque è soggetta a meno vincoli.

Pechino ha quindi proposto delle nuove leggi sulla sicurezza che consentirebbero di prendere di mira le proteste dei manifestanti della città semiautonoma, che hanno posto una sfida diretta al Partito comunista e al suo leader, Xi Jinping. Sebbene i dettagli della proposta non siano stati ancora resi noti, le regole potrebbero essere più severe di qualsiasi cosa il governo filo-Pechino di Hong Kong abbia fatto finora per tentare di frenare l’ondata di proteste.

Secondo il governo cinese, le proteste di Hong Kong sono istigate da potenze straniere e le nuove leggi serviranno a proteggere la Cina da questo tipo di influenza esterna. Per gli attivisti per la democrazia, invece, le nuove leggi sono un tentativo del governo cinese di mettere fine alle proteste, violando così i diritti riconosciuti dalla Legge Fondamentale di Hong Kong, la specie di costituzione in vigore nella regione semi-autonoma.

Secondo alcune fonti della BBC, le nuove leggi avranno lo scopo di bloccare le attività terroristiche a Hong Kong, e vieteranno atti di “sedizione, sovversione e secessione” oltre alle “interferenze straniere negli affari locali”. Leggi simili sono usate in Cina per mettere a tacere l’opposizione nei confronti del Partito Comunista.

Inoltre nei giorni scorsi il capo della divisione locale dell’esercito cinese si è detto pronto ad usare la forza pur di “salvaguardare” la sovranità cinese su Hong Kong. Poche ore dopo, Xi Jinping ha auspicato che l’esercito cinese potenzi la sua capacità di compiere operazioni militari anche durante la pandemia (senza citare esplicitamente la situazione a Hong Kong).

Il New York Times ha scritto che a Hong Kong l’esercito dispone di almeno 19 strutture e 10.000 soldati. Tuttavia potrebbero anche essere molti di più, dato che durante le proteste dei mesi scorsi il governo centrale aveva annunciato una turnazione delle truppe presenti sul territorio e molti soldati probabilmente non se ne sono mai andati, garantendo al governo cinese una riserva di forze da utilizzare nel caso la situazione diventi fuori controllo.

L’assemblea di Hong Kong ha poi iniziato a discutere di un’altra controversa legge, che se approvata punirebbe le persone che “insultano” l’inno nazionale cinese. Il Guardian ha notato che di recente il governo centrale è stato messo molto in imbarazzo dai “buuu” cantati da alcuni tifosi durante l’esecuzione dell’inno nazionale cinese prima delle partite della nazionale di calcio. Il voto finale sulla nuova legge è previsto per il 4 giugno: un’altra data dall’alto valore simbolico, dato che ricorre l’anniversario del massacro dei manifestanti anti-governativi in piazza Tienanmen, a Pechino.

Le libertà che hanno fin qui distinto Hong Kong dalla Cina continentale, hanno aiutato l’ex colonia britannica a elevare il suo status di centro finanziario, rendendolo uno tra i più importanti al mondo. Ma la proposta del governo centrale potrebbe danneggiare l’economia di Hong Kong, privandola del suo status privilegiato agli occhi del mondo.

Proprio per evitare problemi di questo tipo, il ministero degli Esteri cinese ha inviato una lettera agli ambasciatori esteri, esortandoli a sostenere le nuove leggi e ad appoggiare la posizione del governo. Tuttavia la proposta aveva immediatamente attirato le critiche di Morgan Ortagus, portavoce del Dipartimento di Stato a Washington: “Qualsiasi tentativo di imporre una legislazione sulla sicurezza nazionale che non rifletta la volontà del popolo di Hong Kong, sarebbe altamente destabilizzante e verrebbe accolto con una forte condanna da parte degli Stati Uniti e dalla comunità internazionale“, ha affermato.

Hong Kong è servita a lungo per incanalare denaro tra la Cina e il resto del mondo. Ma una più ampia repressione delle libertà da parte di Pechino, potrebbe indurre un maggior numero di investitori a preoccuparsi che Hong Kong non sia più al di fuori della portata autoritaria della Cina.

Questa è la fine di Hong Kong“, ha dichiarato Dennis Kwok, un politico dell’opposizione. “Prevedo che lo status internazionale di Hong Kong scomparirà molto presto.”

Proprio per questo, quando giovedì la Cina ha approvato il controverso disegno di legge, si sono sollevati diversi malumori sulla scena internazionale. Ad una prima condanna del segretario di Stato USA Mike Pompeo, è seguita la risposta del Presidente Trump, che ha deciso di cancellare i trattati che rendevano più facili commercio e viaggi con la regione, affermando che Hong Kong è ormai soggetta all’influenza cinese e per questo non può più godere dei vantaggi statunitensi.

Dopo un anno di proteste quindi, la Cina sembra più forte che mai, e molti manifestanti hanno già perso le speranze. Tantissime persone che negli ultimi mesi avevano partecipato alle manifestazioni, hanno cominciato a cancellare i loro profili sui social network e sulle app usate per organizzare le proteste, per evitare ripercussioni governative. Altri, specialmente quelli che partecipavano nelle occasioni più pacifiche, si sono fatti intimorire dalle nuove e più vigorose tattiche dalla polizia, che ora usa idranti e gas lacrimogeni anche per disperdere le manifestazioni più piccole.

Inoltre, a rendere ancora tutto più complicato, c’è stata l’epidemia da coronavirus. Non solo ha dato alla polizia un’ottima scusa per disperdere anche i più piccoli assembramenti, ma ha fatto crescere la disoccupazione, e ora pochi sono disposti a scioperare e rischiare di perdere il proprio posto di lavoro. 

È difficile pensare a cosa succederà, ma il sentimento più diffuso tra i manifestanti sembra essere la rassegnazione. Alcuni di loro ripongono le proprie speranze nell’intervento di paesi stranieri e nella pressione che potranno esercitare sulla Cina per difendere Hong Kong. La decisione degli Stati Uniti di sospendere il trattamento speciale con la regione è stata accolta come un buon segnale, anche se essa potrebbe danneggiare gravemente l’economia locale. Secondo il New York Times, altri sembrano aver deciso di alzare ancora di più l’asticella delle richieste, cominciando a parlare con maggiore insistenza di indipendenza dalla Cina, ma questo scenario sembra alquanto irrealistico.

L’unica cosa certa, è che i manifestanti di Hong Kong, durante tutto questo anno, hanno lanciato un disperato grido di speranza e di amore verso la democrazia, un grido che è stato fin qui ignorato da tutti i paesi, soprattutto da coloro che fanno di quei valori la propria bandiera.

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Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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