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Cronaca

Francesco Costa:” Nella storia degli Usa vi è stato un razzismo legalizzato, queste le conseguenze “

Gli Stati Uniti vivono giorni particolari. Le proteste per la morte di George Floyd non sembrano cessare mentre tutta l’America, lottando ancora con il Covid19, si avvicina alle elezioni di novembre. Riuscirà Trump a recuperare il vantaggio che i sondaggi assegnano a Joe Biden?

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Questi giorni hanno visto gli USA diventare teatro di un orribile episodio: la morte di George Floyd, avvenuta conseguenzialmente al suo arresto e per mano di un poliziotto americano. Da questo tragico evento sono scaturite proteste feroci, scontri fra forze dell’ordine e manifestanti, i quali hanno messo sotto assedio anche la Casa Bianca. In America però, come in tutto il mondo d’altronde, si combatte ancora con il Coronavirus, per il quale Trump ha accusato più volte la Cina di avere pesanti responsabilità a riguardo.

Ma il Tycoon deve fare i conti anche con le prossime elezioni che si terranno nel novembre di quest’anno, e secondo i sondaggi deve recuperare al più presto il terreno perso nei confronti di Joe Biden se vorrà essere ancora Presidente degli Stati Uniti. Di tutto questo e di molto altro ancora abbiamo parlato con Francesco Costa, Vicedirettore de “Il Post”, grande esperto di USA e autore del libro “Questa è l’America”.

  • La morte di George Floyd non è un caso isolato. Negli Stati Uniti i casi di persone di colore uccise o divenute vittime dalla prepotenza e dalla violenza delle forze dell’ordine si susseguono perennemente. Negli USA appunto un uomo afroamericano su mille muore ucciso dalla polizia, cioè più di due volte e mezzo di quanto accada agli uomini bianchi. Perché ciò avviene secondo lei?

Ciò avviene perché gli USA hanno una storia di razzismo legalizzato, una storia che è stata segnata per secoli dalla schiavitù, dalla segregazione razziale, in cui poi un “sistema istituzionalizzato” che comprende anche le forze dell’ordine era disegnato nelle sue regole allo scopo di tenere gli afroamericani sottomessi, di trattarli come uomini inferiori. Oggi per fortuna le cose sono cambiate! Tuttavia, dal punto di vista culturale e dei comportamenti della polizia esistono ancora dei fortissimi retaggi di quel periodo, un periodo che è durato molti secoli e concluso formalmente soltanto negli anni ’60 con la fine della segregazione ma che ancora oggi continua a produrre episodi come questo.

  • Quindi dal suo punto di vista potrebbe essere anche un fatto di educazione culturale. Quale potrebbe essere allora una soluzione?

Anche il solo passare del tempo. Le nuove generazioni, man mano che arrivano, sono più attente e meno propense a guardare il prossimo come diverso solamente per il colore della pelle. Tuttavia, contribuiscono anche i cambiamenti economici e demografici che stanno già avvenendo negli Stati Uniti, Paese dove stanno aumentando il peso politico delle cosi dette “minoranze etniche”, divenute ormai neanche tanto “minoranze”. Naturalmente, questi non sono cambiamenti che avvengono con la felicità di tutti, nel senso che ci sono anche moltissimi bianchi che si sentono minacciati da questa consapevolezza crescente degli afroamericani, dal loro numero crescente e per questo chiedono e votano per politiche con misure che confermano invece le divisioni etniche che oggi esistono nella società.

  • Negli USA il prossimo 3 novembre avranno luogo le elezioni presidenziali. Secondo quanto riportano i vari sondaggi, l’attuale presidente americano, Donald Trump, sarebbe dietro di diversi punti rispetto a John Biden. Secondo lei una gestione alquanto discutibile dell’emergenza covid-19 da parte dello stesso Trump penalizzerà in modo cospicuo l’andamento delle prossime elezioni, soprattutto per quanto riguarda l’elettorato più esposto alle conseguenze del virus, cioè quello degli anziani?

È possibile ed è quello che stiamo vedendo nei sondaggi dove, proprio fra gli anziani, Trump sta perdendo terreno. Non bisogna dimenticare però che mancano ancora 5 mesi e possono quindi succedere molte cose proprio rispetto alla stesse epidemia, la quale potrebbe rientrare come sembra stia avvenendo in Italia o potrebbe avere una secondo ondata, ma anche sul piano dell’economia poiché queste epidemia sta avendo conseguenze pesanti non solo sul piano sanitario ma anche, soprattutto per via del lockdown, sul piano economico. È quindi ancora presto per farsi un’idea definitiva di quelle che saranno le conseguenze elettorali dell’epidemia negli USA.

  • Uno degli stati chiave nella corsa alla presidenza degli USA è sicuramente il Minnesota, in questi giorni teatro di proteste e scontri dovute proprio alla morte di George Floyd. Secondo lei un evento così tragicamente importante legato anche alle dichiarazioni in merito di Trump, potranno penalizzare il Tycoon proprio alle prossime elezioni?

È possibile. Se si va a vedere perché Hilary Clinton perse le elezioni del 2016, una delle principali ragioni un calo dell’affluenza tra gli afroamericani, che rispetto ad Obama non trovavano la sua candidatura altrettanto attraente. Joe Biden ha dei rapporti più consolidati con la stessa comunità afroamericana e le violenze, le proteste e le rivolte di questi giorni, probabilmente, provocheranno un aumento della partecipazione al voto degli afroamericana. Tuttavia, il rovescio della medaglia vede, qualora il caos di questi giorni continui con proteste che diventano saccheggi e violenze, una parte degli americani scegliere invece un Presidente più “legge e ordine” e premiare quindi un Trump, molto duro da sempre con chi ha manifestato.

  • Quali sono le sue considerazioni in merito al “litigio” fra Donald Trump e Twitter, dopo che il social network ha indicato alcuni post del Presidente americano come fonte di fake news?

Trump è entrato con il suo solito stile non particolarmente cauto in un dibattito che però esiste da moltissimi anni e cioè se i social network sono responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti. Lui si è mosso per vendetta evidentemente, dopo che Twitter ha segnalato questo twit ha chiesto alla commissione competente di cambiare le regole che oggi proteggono i social network da questo tipo di responsabilità legale. Dall’altra parte però, al di là delle sue intenzioni che sicuramente sono vendicative, il tema esiste da molto tempo.

Già oggi i social network decidono quali post mostrare e quali no, in che rilevanza, con i loro algoritmi attuano una sorta gerarchia delle notizie, possono cancellare dei contenuti che reputano non conformi alle loro forme. E quindi è chiaro che se si prendono queste responsabilità probabilmente è anche il caso di considerarli responsabili di ciò che decidono di ospitare sulle loro pagine. Certo, Trump rischia di essere penalizzato da una decisione del genere visto che lui, proprio in nome della libertà con cui oggi i social permettono di esprimersi, ha utilizzato Twitter per esempio, per dire cose che su altri mezzi di comunicazione non sarebbero state tollerate.

  • Durante queste proteste abbiamo visto diversi giornalisti essere “attaccati” dalle forze dell’ordine. Possiamo dire che in casi come quello di George Floyd l’informazione è in pericolo?

Sicuramente sì: casi come questo, infatti, generano rivolte così rabbiose perché oggi ci sono i video. Non è che prima la polizia non maltrattasse gli afroamericani, ma oggi vediamo le immagini, i video, oggi scopriamo che il rapporto della polizia nel caso di George Floyd era falso, ma in altri momenti storici non l’avremmo mai saputo. L’informazione è molto importante, ma talvolta viene vista come minacciosa da chi è interessato a non far cambiare le cose e a volte sono anche i poliziotti. Più in generale la polizia americana non è abituata a gestire la piazza. Nella storia americana non c’è la nostra frequenza europea di grandi manifestazioni con moltissime persone, a loro invece capita di perdere la bussola ed è quello che io vedo nelle aggressioni della polizia contro i giornalisti che si sono visti in questi giorni.

  • Proteste come queste però diventano occasione per gli estremisti di intrufolarsi nella folla, creando ancora più caos, utilizzando la violenza contro qualunque cose e contro le persone stesse che vanno a manifestare. Come si potrebbe limitare tutto ciò?

È vero che in situazione caotiche si infila chiunque abbia voglia di vedere caos e creare disordine. È già noto che nelle proteste di questi giorni ci siano state infiltrazioni da parte di movimenti violenti, sia di estrema destra che di estrema sinistra, e in questo senso la sorveglianza mi sembra l’unica soluzione possibile e anche, visto lo scopo dei violenti, evitare di fare di tutta l’erba un fascio. Bisogna carpire che queste proteste hanno degli infiltrarsi ma non è giusto “misurarle” considerando solo questo fattore, provare quindi a discernere.

  • Cambiando argomento invece, in che percentuale possiamo dire che le accuse mosse da Trump nei confronti della Cina riguardo la nascita e la diffusione del Covid-19 siano prettamente legate ad interessi economici e commerciali?

Trump ha uno scontro economico e commerciale con la Cina da molto prima che arrivasse il Coronavirus, bisogna dire però come ci siano sicuramente delle responsabilità dei cinesi soprattutto per quanto riguarda il mancato contenimento del contagio. Questo però è un virus del tutto nuovo ed è giusto ricordare come in paesi europei o negli stessi Stati Uniti in un momento nel quale era chiara la pericolosità del virus si è stati molto tardivi nel prendere delle decisioni. Penso che la Cina abbia sì delle responsabilità, ma che Trump stia ingigantendo la questione con la storia del virus nato in laboratorio allo scopo di colpire la Cina nell’ambito di un più ampio scontro che lui ha ingaggiato molti anni fa.

  • Facendo un paragone della gestione dell’epidemia tra Italia e Stati Uniti, quali sono stati i punti di forza e di debolezza di entrambi i paesi?

A me sembra che gli USA, anche grazie al loro apparato industriale ed economico, a non avere quasi nessuna circostanza di quelle avvenute in Italia come, ad esempio, una carenza di posti in ospedale in termini di terapie intensive o una carenza di ventilatori. C’è stato sì qualche episodio in qualche città ma tutto abbastanza marginale, ma non è successo quello che abbiamo visto in Lombardia, soprattutto tra marzo e aprile, quando non venivano a mancare i posti negli ospedali. Dall’altra parte, mi sembra che loro abbiano continuato a tenere aperte delle attività non essenziali, non interpretando il lockdown come abbiamo fatto noi e questo in alcune comunità ha fatto dei danni importanti e ha creato dei focolai che esistono anche ora.

È un libro che io ho scritto raccogliendo il materiale che ho trovato in 5 anni almeno di lavoro, di viaggio, di studio negli Stati Uniti e sugli Stati Uniti e prova a ricostruire e a spiegare come l’America è cambiata negli ultimi anni, soprattutto tutte quelle cose che noi tendiamo a non capire, perché nonostante gli USA siano molto influenti nelle nostre culture e pensiamo di conoscerli bene ci sono tantissime cose del loro rapporto con lo Stato, con le tasse, con la sanità e con le armi che non capiamo. È un tentativo di trovare un senso in quella società.

  • Lei è Vicedirettore del Post. Come giudica le realtà giovanili che si dedicano costantemente all’informazione, ponendosi l’obbiettivo di avvicinare la gente, in particolare modo i ragazzi, ai temi più importanti della nostra quotidianità, quali ad esempio la politica, l’economia, l’attualità?

Io giudico positivamente ogni tentativo di informare le persone, la cittadinanza su quello che succede. Quando si parla poi di progetti rivolti ai giovani il mio giudizio è ancora più positivo perchè una società sana è una società informata e oggi purtroppo, soprattutto tra i giovani, essendosi persa l’abitudine di una volta dell’acquisto del giornale in edicola non sempre essa è stata rimpiazzata adeguatamente. Ogni progetto quindi che va in questa direzione mi trova a fare il tifo.

  • Secondo Lei come si potrebbe incentivare l’interesse dei giovani per queste tematiche così centrali nelle nostre vite?

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Bisognerebbe portare i giovani ad interessarsene spontaneamente, nel senso che non basta fare la predica dicendogli <<Informatevi>>. Occorre trovare invece strumenti, linguaggi, luoghi sia fisici che virtuali che rendano l’informazione fruibile secondo i canoni contemporanei, senza pensare di poter riprodurre i canoni di un’epoca già passata.

  • Per esempio, molti giovani guardano la politica come qualcosa di noioso di molto lontano dalla loro quotidianità: come può fare allora la politica stessa per avvicinarsi ai giovani?

Rappresentandoli, aprendogli le porte, coinvolgendoli nelle attività di partito anche ai più alti livelli, anche e soprattutto quando sono ventenni e trentenni, senza pensare che debbano stare nelle sezioni giovanili fino a quando non arrivino ai 40 anni, bisogna pure dargli incarichi di responsabilità nei comuni. Ci sono infatti temi che li riguardano direttamente, situazioni in cui possono dire la loro! Se si chiede ai giovani di fare vent’anni di gavetta in politica prima di poter contare qualcosa o per potersi candidare a qualcosa si rassegnerà la loro fine. Bisogna rendere i partiti dei “luoghi ospitali”. Questa generazione per quanto appaia disinteressata alla politica e ai grandi temi si rivela invece quella che si è rilevata più propensa a fare volontariato. Questa generazione non è disinteressata verso quello che gli accade attorno ma che non crede che la politica sia utile a risolvere i problemi.

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Fondatore e direttore del sito www.lapoliticadelpopolo.it Coltivo quotidianamente la mia passione per la politica, l'attualità e l'informazione, cercando di coinvolgere sempre più i giovani.

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