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L’immortalità da Parmenide a Platone

Che relazione c’è tra Parmenide, l’ideatore del non essere, e Platone, il padre delle idee? E in che modo intendono il concetto di immortalità?

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Prima di iniziare vorrei aprire una parentesi sulla differenza tra “forma” e “anima”. La Forma viene intesa nel pensiero Platonico e moderno come l’oggetto, il reale, quello che Russell chiama oggetto sensibile. L’oggetto sensibile in quanto, secondo Platone, non perfetto si presta alla nostra interpretazione empirica e viene inteso come la rappresentazione dell’oggetto ideale. L’oggetto ideale è l’oggetto che si presenta come l’idea, o meglio, l’esempio da cui un essere identifica l’oggetto sensibile.

Esempio: prendiamo un tavolo. Un tavolo ideale è una placca di legno appoggiata su quattro gambe. Adesso, anche se Platone si dimostra nelle sue teorie opposto al pensiero di mutevolezza e di interpretazione empirica, egli sostiene, quasi rassegandosi, che gli oggetti cambiano sia secondo dei processi fisici, sia secondo dei processi mentali. Riassumendo, esiste l’oggetto ideale e l’oggetto fisico e Platone si dice d’accordo nel sostenere che i primi sono immutabili e i secondi cambiano a seconda della nostra interpretazione.

La questione dell’immortalità ci aiuta a capire quella che definisco l’immortalità dell’idea e dell’anima e quella che Platone definisce separazione tra anima e corpo. Quando Socrate fu condannato alla pena capitale con l’accusa di empietà e corruzione dei giovani ateniesi gli fu dato il permesso, com’era allora di consuetudine, di cercare un’altra pena. Socrate propose una ammenda di trenta mine, non tanto per cercare di pagare un multa di poco valore, ma semmai per mostrare alla giuria che la morte non va temuta ma accolta -dato che arrivati al cielo le domande irrisolte avranno una loro risposta, perché ogni grande uomo sarà presente e ci risponderà-.

La questione della vita dopo la morte, o meglio, la questione di una vita separata dal corpo, può essere spiegata dalle teorie di Parmenide -citate qui sopra- che ci permettono di avere uno sguardo diverso in rapporto agli oggetti e con la nostra anima. Quando Platone come Socrate afferma un’immortalità dell’anima ma non del corpo, dato che il corpo è solo un involucro che ci custodisce nella vita e le sue passioni come i suoi bisogni sono ritenuti futili ma non da evitare, ci dice esplicitamente di fare la distinzione tra materia e anima. Mettendo insieme le teorie Platoniche con quelle di Parmenide si arriva alla deduzione che per forza Platone abbia posto le basi della sua metafisica grazie ad una reinterpretazione delle teorie di Parmenide.

Vi è un altro fatto interessante da analizzare, anche se penso sia di minore importanza, ed è il rapporto di Pitagora con la metafisica. Russell scrive che Pitagora aveva sviluppato una teoria rivoluzionaria, e cioè la teoria della trasmigrazione dell’anima. La trasmigrazione dell’anima è il concetto che l’anima, in quanto potremmo definire non legata al corpo, è immortale e si trasferisce dopo la morte in corpi esterni al suo precedente “involucro”. Questa teoria, probabilmente, influenzò Parmenide come quest’ultimo influenzò Platone.

Quindi potremmo concludere che l’uomo non è alla base di tutto, e che per le concezioni Platoniche e Parmenidee non solo la separazione tra corpo e anima è essenziale per lo sviluppo della “relazione” con Dio, ma anche la differente interpretazione della vita è essenziale, e quindi la vita che potremmo definire futile è da gestire in maniera distaccata e senza un vero rapporto con gli oggetti. Se volete approfondire la cosa vi consiglio di leggere il mio articolo su Seneca. Il secondo punto è che le teorie citate qui sopra, restano comunque per la loro -così le avrebbe definite Russell- inventiva un grande spunto di riflessione, anche se si arriva sicuramente alla conclusione logica che una parte di loro sia irreale e sia forse di maggiore affidabilità la teoria di Eraclito del fluire.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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