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Ambiente

Ottana: dal miracolo economico all’incubo dell’amianto Killer

Oggi viviamo anche le conseguenze lasciate dall’inquinamento delle fabbriche nel territorio circostante, sicché la popolazione spesso si chiede se determinate patologie possono essere correlate alla malsana situazione in cui si trova l’ambiente in cui vivono.

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La Politica del Popolo si è arricchita di un’importantissima rubrica dedicata all’ambiente e non potevo non essere fiera del fatto che i giovani hanno sempre più interesse e consapevolezza della rilevanza che la natura riveste sulle nostre vite. Nel congratularmi con i miei colleghi e, in particolare, con Ursula Bassi e Maria Serena Ferriani, ne approfitto per riportarvi un tema molto interessante. Negli anni 70 venne costruita una imponente fabbrica nel cuore della Sardegna, precisamente nel territorio di Ottana, un piccolo paesino nella provincia di Nuoro che oggi conta circa 2300 anime.

Storia

Come sappiamo negli anni 50/60 del secolo scorso l’Italia conobbe un periodo di boom economico senza precedenti. Nel giro di pochissimi anni, infatti, il nostro paese riuscì a rialzarsi dalle rovine causate dal secondo conflitto mondiale e divenne una tra le maggiori potenze industriali del pianeta. L’Italia era un paese caratterizzato da una forte cultura contadina e agricola ma in seguito, e in modo abbastanza rapido, si sviluppò una modernità industriale che prese il nome di “miracolo economico”.

Tale incredibile sviluppo ebbe, però, anche degli aspetti negativi come:

  • lo spopolamento delle campagne;
  • il divario tra Nord e Sud

Tutto ciò ebbe delle conseguenze che portarono il Mezzogiorno ad essere sempre più afflitto da gravissimi fenomeni di disoccupazione e spopolamento che finivano per originare condizioni sociali di forte disagio e per alimentare le attività criminali. In particolare, nella regione Sardegna dilagava il fenomeno del banditismo che, secondo la Commissione Parlamentare di Inchiesta, si sviluppava proprio a causa delle precarie condizioni economiche venutesi a creare nel territorio.

Così il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno e del Ministero delle Partecipazioni Statali, decise di realizzare una serie di insediamenti industriali come l’agglomerato di Ottana e, successivamente, anche quelli del Sologo e del Sarcidano da parte delle aziende del gruppo ENI (per Ottana), del gruppo SIR (per tutti gli agglomerati) e dei Fratelli Orsenigo (ancora per Ottana). La Cassa per il Mezzogiorno assunse l’impegno di finanziare la realizzazione delle infrastrutture di base.

Nel 1973 si insediarono ad Ottana L’Enichem e la Metallurgica del Tirso e, successivamente, l’ENI eseguì un piano industriale che faceva sorgere ad Ottana impianti per la produzione di fibre tessili, acriliche e polimeri. Il sito si dotò di una centrale termoelettrica (Ottana Energia) e di una manifattura chimica, suddivisa in due sezioni:

  1. una relativa alla lavorazione delle materie prime (PTA)
  2. l’altra responsabile della polimerizzazione e dunque della produzione di PET.

Possiamo immaginare quanto quest’imponente progetto industriale avesse cambiato le vite degli abitanti della zona, con un incremento economico immediatamente percepibile.

Benessere economico e sociale fino al 1978 quando, la Metallurgica del Tirso entrò in una spirale di crisi senza fine, trascinando nella medesima sorte anche l’Enichem, nel 1998. Oggi, all’interno dello stabilimento ex Enichem, sono rimaste in produzione solo due aziende: la centrale elettrica ad olio vegetale della Biopower Sardegna e la fabbrica di pannelli in polistirolo della Corstyrene con un totale di 50 unità lavorative; oltre a 12 dipendenti di piccole aziende di manutenzione e 8 dell’impianto di depurazione consortile.

Ripercussioni non solo economiche

Oltre alla scia di disoccupazione, le conseguenze si ripercuotono sulla salute di quei lavoratori che hanno lavorato per anni con l’amianto. Gli “ex esposti” e le vedove dei lavoratori deceduti a causa dell’amianto, hanno cominciato a raccogliere la documentazione che attestava una correlazione tra questa fibra mortale e le patologie come l’asbestosi, il carcinoma polmonare e il mesiotelioma pleurico.

La L. n 257 del 1992 vietava l’uso dell’amianto nell’industria e ha stabilito la pensione anticipata per coloro che erano esposti all’amianto. Ebbene, questo diritto non viene riconosciuto agli operai dell’isola perché la Sardegna è stata esclusa dagli atti di indirizzo ministeriale del 1998 predisposti al fine di certificare la presenza dell’amianto nelle industrie. Questo ha consentito all’Inail di negare le richieste di malattia professionale presentate dagli ex lavoratori di Ottana che nel frattempo continuano ad ammalarsi dato che è stato provato che queste patologie hanno una latenza di circa trent’anni.

Sicché questa vicenda è approdata, nel 2017, ai massimi vertici della Camera quando una delegazione della Sardegna, composta da rappresentanti dell’AIEA (Associazione italiana esposti all’amianto) e dai sindaci dei comuni limitrofi, presenta un dossier contenente la descrizione della fattispecie suddetta all’allora presidente della Camera Laura Boldrini. Successivamente arrivarono i primi riconoscimenti, da parte dell’Inail, a tre ex lavoratori dell’Enichem di Ottana per le malattie professionali causate dall’amianto.

Nel 2017 i lavoratori deceduti per queste gravi patologie erano 121 e il numero è destinato a crescere.

La strada è ancora in salita e si presta tutt’oggi poca attenzione ad una tematica così strettamente connessa con la nostra salute, per questo vi riporto la voce di due abitanti di Ottana che vivono da vicino la tragedia dell’amianto, la prima è la vedova di un lavoratore ucciso dall’esposizione continua a queste fibre tossiche e il secondo è un giovane barista che ha visto da vicino quali sono le conseguenze nel vivere in un territorio altamente inquinato.

  • Lei è vedova a causa dell’amianto; mi dica, le istituzioni hanno ascoltato il vostro grido di protesta e di allarme per queste innumerevoli patologie che rapidamente si diffondono nella popolazione?

Noi abbiamo collaborato con l’AIEA per riportare questa tragica tematica all’attenzione nazionale e sensibilizzare i vertici nazionali sul fatto che gli operai di Ottana restavano esclusi dai diritti previsti dalla legge n.257/92. Quando il dossier arrivò sul tavolo della Boldrini molte famiglie hanno ottenuto le risposte che meritavano nonché il liquidamento di queste morti causate dall’amianto.

Il problema è che l’Inail non riconosce questo diritto a tutte le famiglie colpite, e continua a mandare delle notifiche in cui afferma che le famiglie degli operai deceduti non hanno diritto a questo tipo di risarcimento precisando la “non validità” della correlazione amianto/patologia. Ma le fibre dell’amianto attaccano l’apparato respiratorio e questo genera determinati tumori che sono molto frequenti nel territorio di Ottana.

“Così ho perso mio marito, lavorava con dignità per portare a casa il sostentamento necessario per la sua famiglia e nel mentre inalava una polverina che col tempo lo ha fatto ammalare!”

Certo, rispetto a 15 anni fa stiamo ottenendo maggiori risposte, ma rimangono ancora dei riconoscimenti isolati, sporadici che non attestano una volta per tutte questa correlazione e nel mentre i nostri cari continuano a morire per il fatto di aver lavorato senza alcuna sicurezza per la propria salute, a contatto con queste fibre tossiche.

  • Salvatore, sei un giovane ragazzo che vive in questo paese che un tempo era l’emblema di un boom economico straordinario che conferiva lavoro a numerose famiglie e che oggi, invece, dimezza gran parte delle stesse a cui prima attribuiva sostentamento. Quali sono le tue considerazioni in merito a questa tematica?

Ho iniziato a lavorare nel bar storico di Ottana che è nato insieme all’industria accogliendo, dunque, al suo interno gli operai che ogni giorno si recavano a lavoro. L’ascesa della fabbrica ha dato un senso alla vita del centro Sardegna e ha contribuito a eliminare una piaga sociale come il banditismo.

La prospettiva di un posto di lavoro che dava uno stipendio mensile fisso e sicuro ha sicuramente spinto molti piccoli agricoltori e pastori del tempo ad abbandonare il loro lavoro, sicché molti terreni limitrofi sono stati acquistati da persone provenienti da altri paesi. La fabbrica ha diffuso benessere generale nelle famiglie di Ottana, un sogno però, ahimè, perduto per diversi fattori come, per esempio, le eccessive spese e il mancato sviluppo della rete ferroviaria.

Oggi il problema non è solo economico ma riguarda anche, e soprattutto, la nostra salute.

“ A mio padre venne un tumore alle vie aeree, si sottopose a un intervento per eliminare le corde vocali, dopodiché si diffuse nei polmoni aggravandosi a tal punto da causargli la morte. Non abbiamo la certezza di una correlazione della patologia con l’inquinamento circostante ma, di sicuro, non ha aiutato vivere qui.”

Vedere mio padre in questa situazione ha suscitato in me tanta stima per chi lotta tutti i giorni con questa terribile malattia e, soprattutto, mi ha dato maggiore necessità di avere delle risposte alle molteplici domande che inevitabilmente nascono di fronte al diffondersi di questa patologia.

Questi disturbi non colpiscono solo persone anziane o che hanno lavorato direttamente con l’amianto, ma le conseguenze ricadono su tutta la popolazione. Sicuramente non è facile nascere in questo territorio perché c’è il costante pericolo di sviluppare malformazioni. Questo ti fa capire che all’interno delle nostre comunità c’è bisogno di prendere in considerazione quei fattori fin troppo trascurati: come per esempio le bonifiche.

La domanda che ci poniamo è questa: dove sono andati a finire i rifiuti tossici? Perché non si è mai tutelato il nostro territorio? Per questo è necessario fare delle bonifiche in modo da riqualificare l’ambiente e iniziare così ad intervenire per il bene della popolazione.

Le aziende locali fanno di tutto per avere dei prodotti validi e sani anche se situati in questa zona della Sardegna ma ci sentiamo completamente abbandonati dalla politica che promette ma non concretizza niente di buono; siamo arrivati al punto che per sollecitare un intervento dobbiamo alzare i toni e suscitare clamore mediatico.

Insomma, questa fabbrica ci ha dato molti introiti ma al tempo stesso ci ha tolto il bene più prezioso: la salute! Dobbiamo avere il coraggio di ripartire intervenendo nel nostro territorio perché solo così possiamo prenderci cura di noi stessi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

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