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Cultura

Quel 10 Giugno del 1924

Quel 10 Giugno del 1924, Giacomo Matteotti, parlamentare e segretario del Partito Socialista Unitario, sarebbe dovuto intervenire alla Camera dei Deputati, rilevando alcune informazioni riguardanti uno scandalo finanziario che avrebbe coinvolto anche Arnaldo Mussolini, il fratello minore del Duce.

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Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”

Quel 10 Giugno del 1924, Giacomo Matteotti, parlamentare e segretario del Partito Socialista Unitario, sarebbe dovuto intervenire alla Camera dei Deputati, rilevando alcune informazioni riguardanti uno scandalo finanziario che avrebbe coinvolto anche Arnaldo Mussolini, il fratello minore del Duce.

Cenni di vita

Giacomo era il secondo di sette fratelli, di cui quattro morirono giovanissimi a causa della tisi. Seguì le orme del padre e si impegnò presto in politica nelle fila del Partito Socialista, insieme ai fratelli. Frequentò a Rovigo il ginnasio “Celio” e fu compagno di classe di Umberto Merlin, futuro avversario politico cattolico. Si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bologna nel 1907 ed è lì che entrò in contatto con i movimenti socialisti. Fu un convinto sostenitore della neutralità italiana durante la Prima Guerra Mondiale e le sue posizioni antimilitariste gli costarono l’allontanamento per tre anni dal Polesine e il confino in montagna vicino a Messina. Dopo essersi sposato con la poetessa romana Velia Titta con rito civile, diventò padre nel 1918 ed anche il primogenito Giancarlo seguì le sue orme nella politica.

Attività politica

Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nella circoscrizione Ferrara-Rovigo. Fu rieletto nel 1921 e nel 1924. Il suo soprannome era “Tempesta”, così i suoi compagni di partito lo avevano battezzato, dato il suo carattere battagliero. Intervenne ben 106 volte in Aula: i suoi discorsi vengono ricordati come lunghe relazioni, spesso in campo tecnico, amministrativo e finanziario, non mancavano al tempo stesso numerosi disegni di legge.

Dopo l’eccidio del Castello Estense del 20 Dicembre 1920, dove persero la vita sei persone, Giacomo divenne il nuovo segretario della camera del Lavoro cittadina e continuò senza freni la lotta al fascismo, denunciando tutte le violenze che venivano messe in atto. Nel 1921 pubblicò in merito l'”Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia“, dove portò alla luce le violenze perpetrate dalle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale del 1921. Nell’ottobre del 1922 Matteotti fu espulso dal Partito Socialista Italiano con la corrente riformista legata a Filippo Turati e nacque il Partito Socialista Unitario, di cui Giacomo divenne segretario.

Il 30 maggio 1924 Matteotti prese la parola alla Camera per contestare i risultati delle elezioni del 6 Aprile e, tra i rumori e le contestazioni, denunciò gli abusi commessi dai fascisti per vincere le elezioni: «[…] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.»

Terminato il discorso disse ai suoi compagni di partito: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.»

La proposta di Matteotti, che prevedeva di far invalidare l’elezione almeno di un gruppo di deputati, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli, venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.

Rapimento e omicidio

Il 10 giugno 1924, Matteotti alle 16,15 uscì per dirigersi a piedi verso Montecitorio, dopo aver trascorso la mattina nella Biblioteca della Camera. Decise di percorrere il lungotevere Arnaldo da Brescia. Secondo la testimonianza due bambini, sulla strada era ferma un’automobile con a bordo alcune persone, successivamente identificate con Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, membri della polizia politica. Due degli aggressori balzarono addosso al parlamentare, ma Matteotti riuscì inizialmente a divincolarsi. Il terzo però lo colpì al volto e venne caricato in auto.

I due giovani testimoni cercarono di avvicinarsi al veicolo, ma furono bruscamente allontanati e successivamente riuscirono a riconoscere il modello del veicolo, una Lancia Kappa nera. Matteotti riuscì a gettare dall’automobile il suo tesserino da parlamentare, ritrovato da due contadini presso il Ponte del Risorgimento, fu poi colpito con un coltello sotto l’ascella e sul torace, morì dopo diverse ore di agonia. Si sbarazzarono del corpo, seppellendolo in un bosco nel comune di Riano, a 25 km da Roma.

La notizia del rapimento

L’assenza di Matteotti in Parlamento inizialmente passò quasi inosservata, ma dal giorno dopo la notizia della scomparsa era sui giornali. Benito Mussolini sostenne di aver appreso della morte di Matteotti soltanto la sera dell’11 Giugno e di esserne, fino ad allora, ignaro.

«Credo che la Camera sia ansiosa di avere notizie sulla sorte dell’onorevole Matteotti, scomparso improvvisamente nel pomeriggio di martedì scorso in circostanze di tempo e di luogo non ancora ben precisate, ma comunque tali da legittimare l’ipotesi di un delitto, che, se compiuto, non potrebbe non suscitare lo sdegno e la commozione del governo e del parlamento» Mussolini in risposta all’interrogazione del deputato Enrico Gonzales

Indagini

Due giorni dopo il rapimento fu individuata la vettura che risultò proprietà del direttore del Corriere Italiano Filippo Filippelli. Iniziarono così le prime indagini portate aventi dal magistrato Mauro del Giudice che, insieme al giudice Umberto Guglielmo Tancredi, individuò fin dall’inizio in Dumini la mano dell’assassino. Presto tutti i rapitori furono identificati e arrestati. Tuttavia, poco dopo, su diretta volontà del Duce, gli venne tolta l’indagine. Il 17 giugno Mussolini impose le dimissioni a Cesare Rossi e ad Aldo Finzi, identificati come i più coinvolti a causa delle frequentazioni con gli uomini di Dumini. Venne dimissionato anche il capo della polizia Emilio De Bono e lo stesso Mussolini rinunciò alla guida del Ministero dell’Interno che affidò a Luigi Federzoni.

«L’autorità politica assicura solerti indagini per consegnare alla giustizia i colpevoli, ma la sua azione appare totalmente investita dal sospetto di non volere, né potere colpire le radici profonde del delitto, né svelare l’ambiente da cui i delinquenti emersero.» Comunicato del Partito Socialista Unitario.

Da subito, e ancor di più dopo la scoperta che il rapimento era degenerato in omicidio, l’opinione pubblica si convinse che Mussolini fosse il responsabile ultimo dei fatti. Si ricordano in merito le parole del Duce del 31 Maggio 1924 scritte sul “Popolo d’Italia“, giorno seguente al discorso del deputato socialista alla Camera di denuncia dei brogli elettorali, dove ammetteva che la maggioranza era stata troppo paziente e che la mostruosa provocazione di Matteotti meritava qualcosa di più concreto di una risposta verbale.

Ritrovamento

Nonostante le ricerche senza sosta, il corpo di Matteotti fu ritrovato solo il 16 agosto, tra le 7:30 e le 8 del mattino, dal cane di un brigadiere dei Carabinieri in licenza, Ovidio Caratelli, nella macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata a Roma il 21/04/1992, attualmente vivo ad Anguillara Sabazia. Laureanda in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Attivista politica fin da giovanissima, a soli 14 anni, ad oggi dirigente. Appassionata di Diritti Umani, delle politiche femminili e delle tematiche sociali. Viaggiatrice, amante dell'Europa dell'Est, e già redattrice per alcune testate del territorio.

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