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Cultura

Tommaso Ebhardt: “Marchionne era una persona molto interessante con una visione ampissima”

Tommaso Ebhardt, direttore della redazione di Bloomberg News di Milano é anche autore del libro “Sergio Marchionne”, dedicato al CEO che ha segnato la storia di Fiat.

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Il difficile momento che sta attraversando il nostro Paese ma anche il resto del mondo a causa di questa pandemia, ci fa subito pensare a quali potrebbero essere state le figure che avrebbero potuto dare una mano alla ripartenza nel settore industriale. Non possiamo dimenticare Sergio Marchionne, scomparso prematuramente nel 2018. Tommaso Ebhardt, autore del libro a lui dedicato, lo ha seguito per il mondo e conosciuto da vicino. Gli abbiamo chiesto alcune curiosità sul suo rapporto con l’uomo che si definiva “the fixer” e che era diventato anche la sua “ossessione”.

  • Ha dichiarato che Marchionne era la sua ossessione, da dove e come è nata questa ossessione?

Faccio una piccola premessa: non mi sono mai interessato di auto in vita mia, né di Formula Uno. Guido la stessa Toyota Auris dal 2008 che ha quasi 200.000 km. Sono arrivato a seguire Marchionne sostanzialmente per caso, facevo il giornalista televisivo per Bloomberg Tv Italia e intervistavo un po’ tutti. Con la crisi del 2008 Bloomberg decide di chiudere la sua televisione in lingua italiana e io sono stato uno dei pochissimi che è stato passato dalla tv italiana a scrivere per l’agenzia di stampa e per il sito americano di Bloomberg. Prima scrivevo in italiano, di colpo sono diventato un giornalista in lingua inglese e ho iniziato a lavorare per Bloomberg News e qualche mese dopo cercavano una persona da inserire nella redazione “Transport auto e aerei“, in particolare per seguire Fiat che aveva iniziato la propria campagna per comprare Chrysler.

Mi viene data questa possibilità a fine 2009, tra l’altro ero appena diventato padre della mia prima figlia e volevo continuare a fare il giornalista a tutti i costi e mi chiesero se volevo seguire Sergio Marchionne e io dissi di sì. Due giorni dopo ero al Salone dell’Auto a Parigi al mio primo assalto per iniziare a seguirlo, all’epoca era all’apice della popolarità. Sono arrivato come giornalista del settore auto senza sapere niente del settore, poco di Fiat, poco della famiglia Agnelli e ho studiato tantissimo, ho letto tutto quello che c’era da leggere, mi sono studiato tutti i bilanci, i report degli analisti e ho iniziato a seguire Marchionne.

Per Bloomberg News era in quel momento un filone molto importante perché Fiat italiana comprava Chrysler società americana, quindi la redazione era molto interessata ad arrivare per prima con le notizie. Mi viene data questa possibilità e ho la fortuna lavorando per un media internazionale di seguirlo veramente dappertutto non avendo problemi di budget. Ho cosi’ iniziato a seguire Marchionne che non conoscevo, se non per averlo intervistato qualche volta di sfuggita.

  • Come riusciva a seguirlo e da dove riusciva a scoprire i suoi vari appuntamenti in giro per il mondo?

All’epoca era facile, studiavo e scoprivo su Google dove andava a parlare, a cene a porte chiuse, incontri e mi facevo trovare di sotto e facevo la posta per ore o per giorni. Alcune volte portando a casa le notizie, altre volte no. Mi sono così appassionato al settore auto che per l’economia è un settore estremamente importante, uno dei settori trainanti dell’industria del ‘900. Inizio a interessarmi al settore e alle conseguenze del prodotto e mi appassiono alla figura di Sergio Marchionne.

  • Qual è stata la prima occasione in cui è riuscito a incontrarlo?

La prima volta che l’ho intervistato per Bloomberg Tv è stato nel 2005 alla presentazione della Punto a Torino, non lo conoscevo ancora e mi aveva abbastanza impressionato perché non era ancora il Marchionne “salvatore della patria” ma era molto sicuro, nonostante fosse un uomo molto timido, introverso ma quando gli chiedevi: “Cosa farà della Fiat?“, già da allora lui ti diceva: “Sono molto convinto di farcela, tagliamo tutto quello che non ha funzionato“.

Dopo l’ho iniziato a seguire al Salone di Parigi nel 2010 e da li’ non ho mai smesso di seguirlo. Negli anni mi ha anche offerto di andare a lavorare con lui durante una cena a Torino, ma gli ho detto di no, facevo il giornalista e voglio continuare a farlo.

  • Cosa la attirava del Marchionne personaggio?

Faccio questo mestiere perché sono curioso e mi interessano le storie e le persone. Marchionne era una persona molto interessante , con una personalità forte, estremamente intelligente, con una visione ampissima. Uno di quelli con cui confrontarsi è una grande fortuna. Lui odiava le domande stupide, mal poste e scontate e io studiando tanto riuscivo a farne alcune che lui trovava anche stimolanti intellettualmente.

Tra noi è nato un rapporto intellettuale, anche dialettico. Lui era appassionato di musica, di libri, aveva iniziato studiando filosofia e fisica. Aveva una cultura immensa, era una persona che a 360 gradi aveva visioni molto interessanti. Ho cercato di capire cosa ci fosse dietro quest’uomo dalla scorza molto dura, ma anche un uomo molto semplice, un vero self-made man che si è fatto totalmente da solo, avulso all’alta società, ai giochi di potere italiani, a certe ritualità del nostro Paese.

  • Secondo lei cosa ha rappresentato Sergio Marchionne per l’industria dell’auto e non solo?

Sono convinto che Marchionne per il nostro paese sia stato una figura rivoluzionaria: da un lato ha messo di fronte la Fiat ai suoi veri problemi e non li ha mai nascosti e dall’altro ha cercato di cambiare il modo di fare industria in Italia scontrandosi anche in maniera violenta con una parte del sindacato. Lui quando ha comprato Chrysler la sua teoria era che le relazioni industriali dovessero essere abbastanza simili in tutto il mondo e che l’Italia dovesse essere competitiva con gli altri stabilimenti nel resto del mondo.

Marchionne è l’uomo che ha portato la Jeep, simbolo dell’America, a essere prodotta in Basilicata a Melfi e poi rivenduta agli americani.

E’ vero che ha spostato il baricentro dell’azienda fuori dall’Italia, però ha anche riportato la centralità della produzione italiana della macchina più americana che c’é.

  • Quanto c’é in comune tra il Marchionne amministratore delegato e il Marchionne uomo?

Io sono sempre stato interessato a questa figura di uomo, mi facevano impressione i suoi ritmi di lavoro pazzeschi, il fatto che lui non staccasse veramente mai, era veramente impressionante. Lo faceva perché per lui era giusto farlo, in fondo però traspariva una profonda solitudine dell’uomo. Uno che per raggiungere i propri obiettivi, salvare la Fiat, salvare la Chrysler, dimostrare di essere il migliore CEO al mondo, era però un uomo molto solo. Viveva con la sua compagna Manuela in questa bellissima e grande casa in Michigan, un po’ isolato.

La triste conclusione della sua parabola è quella di un uomo che all’apice del successo, dopo aver salvato due aziende dal fallimento, con in tasca un miliardo di euro, ville e auto muore da solo in una clinica svizzera nel silenzio generale nascondendo a tutti la sua malattia.

  • Quando e come ha deciso che con tutte le informazioni raccolte potevi farci un libro?

Il libro l’ho scritto perché avevo bisogno di scriverlo, è stato un modo per chiudere anche un periodo importante della mia vita, non è un libro che ho scritto per strategia o per speculare sul rapporto che avevo con lui, negli anni avevamo costruito un legame vero, ci sentivamo spesso. E’ un libro partito per necessità e per raccontare quello che ho conosciuto e quel Marchionne che ho avuto io la fortuna di conoscere e che è diverso da quello che il pubblico da fuori vedeva. E’ stato un libro anche di autoanalisi, un modo per elaborare un lutto. Mi sono riletto e devo dire che mi sono messo molto in piazza, racconto fondamentalmente anche me stesso.

Non volevo dare giudizi o risposte definitive sull’uomo imprenditore, racconto quello che ho visto e mi pongo le mie domande. Quando mi ha invitato a cena a casa sua in Michigan a Gennaio 2018, gli ho detto che andavo ma chiedevo un’intervista, lui accettò ma con grandi resistenze di tutta l’azienda, nessuno voleva che Marchionne parlasse con me due giorni prima della conferenza stampa del Salone di Detroit.

Siamo stati a casa sua io, lui, la sua compagna Manuela, il suo capo americano delle relazioni esterne, si è veramente aperto in cui abbiamo parlato bevendo grappa e uscendo mi ha detto: “Stasera le ho detto cosi’ tante cose che potrebbe scrivere un libro“.

  • Un aneddoto legato a Marchionne che ricorda con piacere e vuole condividere?

Giugno 2012 è stata la volta in cui ho rotto il ghiaccio con lui. Prendo un volo per Madrid, arrivo davanti a questo albergo dove spero ci sia lui, scopro che c’è e ci sono tutti gli amministratori delegati dell’industria dell’auto e il n.1 di Mercedes fino a pochi mesi fa Dieter Zetsche, appena mi vede mi dice che il mio amico è fuori a fumare. Esco e vedo Marchionne insieme ad Altavilla, dall’altra parte ci sono decine di fotoreporter che scattano all’impazzata e pensavo invece di essere da solo.

Esce dall’hotel questa bionda bellissima che mi passa davanti con un tubino viola, tutti scattano foto, sale su una limousine, parte e rimaniamo io, Altavilla e Marchionne che mi dice: “Spero sia venuto per Sharon Stone“. E io gli dico: “No veramente sono venuto per lei”. E io per anni ho creduto mi avesse preso in giro, non pensavo fosse veramente lei. Quando sono andato a scrivere il libro sono andato a cercare e ho trovato le foto di Sharon Stone proprio di quel giorno a Madrid e ho capito che era veramente lei.

  • Cosa pensa sia stato quel “qualcosa in più” che l’ha fatta risultare ai suoi occhi più credibile rispetto ad altri giornalisti?

Sicuramente tre cose: la prima la mia onestà intellettuale e forse in questo mi ha aiutato il fatto che sono italiano ma lavoro per un’agenzia di stampa internazionale, quindi non ho nessuna delle pressioni che hanno i miei colleghi italiani da editori, direttori, ecc. La seconda il fatto che non vengo da fuori, un po’ come lui quando è arrivato in Fiat ed è arrivato dalla Svizzera, io sono arrivato a seguire Marchionne senza mai essere un appassionato di auto, il fatto che non avessi nessun secondo fine, se non arrivare per primo con le notizie.

Poi credo una certa affinità intellettuale, non mi posso paragonare a lui, ma ho studiato moltissimo. Studiavo tutto quello che scrivevano su di lui nel settore per poter fare le domande giuste. E credo che lui abbia riconosciuto questa cosa. Gli facevo delle domande che magari lo facevano anche arrabbiare perché toccavano dei nervi scoperti però che toccavano delle cose che erano anche per lui cruciali.

Negli ultimi anni si era creato un rapporto per cui io delle volte potevo scrivere gli articoli senza avere da lui nessun input, perché avevo già capito un po’ cosa voleva fare, capivo qual era il suo progetto e dove voleva arrivare. Ero tra quelli che erano entrati nel suo inner circle, persone con cui lui si confrontava spesso. Ti whatsappava a qualsiasi ora del giorno e della notte, ti rispondeva entro dieci secondi.

  • Come é stato vivere la sua assenza dell’ultimo mese fino alla sua scomparsa non riuscendo ad avere nessuna notizia?

E’ stato molto difficile, è stato difficile essere giornalista ed essere anche emotivamente coinvolto. Sono stato uno dei primi a capire che le cose non andavano bene. Ero in vacanza in Grecia quando lui ha iniziato a stare male e il 26 Giugno quando lui va a Roma alla sua ultima conferenza pubblica, mi chiamano alcuni colleghi dicendomi che sta male.

Io gli scrivo qualche giorno dopo chiedendogli se andava tutto bene e stranamente lui non risponde mai a quel mio whatsapp e normalmente lui mi rispondeva sempre. Allora inizio a preoccuparmi, sto in vacanza e dico dai non ci penso, avrà altro da fare fino a che la settimana dopo filtra la notizia che lui è in Svizzera per un’operazione alla spalla.

Io gli scrivo e anche quella volta non mi risponde, inizio a sentire la sua compagna che mi dice di stare tranquillo e di godermi le vacanze ma non mi da nessuna risposta, non poteva. Io un po’ mi angoscio, ero preoccupato. Dall’altro lato il mio essere giornalista voleva sapere e capire cosa stava succedendo.

Torno a Milano e c’era il Gran Premio di Formula Uno di Silverstone. La Ferrari vince e scriviamo tutti a Marchionne ma non risponde. Quella volta capisco che sta veramente male, scoprirò poi scrivendo il libro che John Elkann aveva le mie stesse informazioni. Sono quei giorni davvero difficili: da un lato le mie sensazioni sono negative e dall’altro non ho prove per scrivere fino a che in un drammatico venerdì sera parlando con le mie fonti capisco che non c’è più niente da fare e che il giorno dopo un consiglio di Fiat avrebbe nominato il successore definitivo di Marchionne.

Quella notte a mezzanotte sono il primo a scrivere con le lacrime agli occhi che Marchionne sarebbe stato sostituito, è stato molto duro e difficile.

Il giorno dopo scrivo questo articolo diventato virale dove scrivo di alcuni dei nostri aneddoti che esce dai nostri canoni di Bloomberg su consiglio della nostra direttrice E. Harris. E lì inizio a capire che forse ho qualcosa da raccontare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata a Bologna il 10/06/1990. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Universitá di Bologna. Appassionata di musica, cinema, danza, teatro, arte e sostenitrice della cultura in generale come valore aggiunto.

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