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Società

Le drammatiche conseguenze dell’arm effect sulla società americana

Leonard Berkowitz dimostrò come la presenza di un’arma legittimi una risposta violenta. Oggi la situazione americana dimostra che aveva ragione.

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Negli Stati Uniti il problema del controllo delle armi è perennemente al centro dell’opinione pubblica. Tra le schiere repubblicane le posizioni sono sempre favorevoli. Citando alla lettera il secondo emendamento della costituzione americana, Trump e predecessori hanno sempre rassicurato i propri elettori che non gli sarebbe mai stato negato il diritto di possedere armi

Nel tavolo dei democratici invece si discute su come contrastare il problema del gun control: c’è chi si oppone come Bernie Sanders, che ha sempre ribadito di non voler perdere tempo sulla questione e di voler negare in maniera netta e definitiva la distribuzione di armi d’assalto, e chi invece cerca una soluzione più moderata, come Joe Biden.

Quest’ultimo, candidato democratico che sfiderà l’attuale presidente Trump a novembre, propone di impedire la vendita online e di porre maggiori controlli con regole più stringenti. Nella sua decennale carriera politica, Biden si è scontrato più volte con la NRA (National Rifle Association), l’organizzazione che agisce in favore dei detentori di armi da fuoco. Nel 1993, con il “Brady hundgun violence prevention act”, ha stabilito che gli acquirenti vengano sottoposti a rigidi controlli al fine di verificare che siano idonei al possesso di un’arma, e nel 1994 ha garantito l’approvazione di un divieto di dieci anni sui fucili d’assalto e sui caricatori ad alta capacità. 

Fonte: https://www.ilgiornaledivicenza.it/home/italia-mondo-old/1.868056?ot=it.athesis.mobile.pagelayout.generic.ot&layoutvm=common%2Finc%2Fmedia_objects%2Ffotodelgiorno.vm

Il dibattito sul gun control è tornato centrale durante il lockdown poiché è stata registrata una impennata di 2 milioni di armi acquistate. Il mito del self-made man americano porta i cittadini a sentirsi in dovere di proteggersi da soli, l’egoismo intrinseco nella società a stelle e strisce porta una purtroppo enorme fetta di popolazione a imbracciare fucili e aprirsi con la forza la strada verso il raggiungimento dei propri obiettivi. In un momento di crisi, se lo stato è impegnato a fronteggiare una imminente crisi economica, ognuno fa giustizia da sé.

Ciò che viene spesso tralasciato e non discusso a sufficienza nei dibattiti sul tema, è l’ingente effetto psicologico che il possesso di un’arma produce. Per spiegarlo meglio analizziamo l’esperimento di Leonard Berkowitz, psicologo sociale americano, che nel 1967 mette per primo in luce quello che verrà poi chiamato “the arm effect”. 

Lo sperimentatore induceva nei soggetti sperimentali un senso di frustrazione e spiegava loro che avrebbero dovuto somministrare delle scosse elettriche ad un altro individuo (complice di Berkowitz) nel caso in cui questo sbagliasse la risposta ad un quesito. Le condizioni erano due: nella prima vicino alla vittima vi era una racchetta da tennis mentre nella seconda vi era un’arma. 

I risultati dimostrarono come nella condizione di presenza dell’arma le scosse elettriche inflitte al complice aumentavano in modo vertiginoso rispetto a quando vi era la racchetta, nonostante il compito fosse il medesimo. 

Berkowitz dimostrò così come la sola e semplice presenza di un oggetto violento legittimi la risposta aggressiva ad uno stato emotivo di frustrazione. 

Il rapporto diretto tra arma e aggressività scoperto dallo psicologo può essere applicato alle società contemporanee e il parallelismo con la situazione degli Stati Uniti viene da sé. 

Ogni anno nel paese dell’American Dream si registrano circa 40mila morti per arma da fuoco a cui vanno aggiunte le migliaia di feriti. Una considerevole percentuale di questi sono morti accidentali. Possiamo ricordare i tremendi fatti di cronaca nera che vedono protagonisti i più piccoli: nel 2019 a Burkesville, in Kentucy, un bambino americano di 5 anni ha ucciso la sorellina di 2 anni con un fucile calibro 22 progettato per bambini che gli era stato regalato dalla famiglia, la quale ha dichiarato durante le indagini di non sapere che ci fosse ancora un proiettile all’interno.  

Secondo un’indagine del Washington Post dal 1999, anno della strage di Columbine, al 2018, i massacri scolastici sono stati più di 200 e hanno causato circa 150 vittime. La maggior parte degli aggressori erano ex studenti e le motivazioni tutte deboli, ma il loro comune intento era quello di vendicarsi di qualche ingiustizia subita nella scuola.

NYC – March For Our Lives. Student led rally for gun control in the US. New York City, 2018 | wasikphoto.com

Se in un paese che vieta la vendita di armi a scopo personale questa frustrazione viene espulsa con discussioni verbali, negli USA questo sfocia in atti dalla inaudita violenza e la dimostrazione risiede proprio dell’esperimento sopra citato di Berkowitz.

Nel 2016 il tasso di omicidio negli USA è stato di 5,4 persone ogni 100mila abitanti mentre in un paese come l’Italia, in cui la vendita libera di armi da fuoco è ilegale, è stato di appena 0,7.

La componente psicologica di tematiche così importanti e influenti non andrebbe mai sottovalutata. In momenti difficili come questo, in cui la frustrazione raggiunge picchi elevatissimi, il dibattito sul possesso libero di armi deve essere riacceso e l’opposizione deve farsi avanti più dura che mai citando dati e avvenimenti spaventosi di cronaca. 

La storia dimostra come non ci siano ragioni legittime per non porre fine a questo continuo massacro.

“We’re not anti-gun, We’re pro-life”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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