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Società

Italia: un Paese non tanto unito

Riprendendo una vecchia intervista all’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si può ritornare a discutere sull’unità del Bel Paese, un problema che da anni attira l’attenzione di centinaia di intellettuali. Ciampi pensava che l’Italia fosse un paese unito grazie alla sua grandissima tradizione letteraria. Ma è davvero così?

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Nel 2010 Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica dal 1999 al 2006, pubblica un colloquio con Alberto Orioli dal titolo “Non è il paese che sognavo”. In questo colloquio Ciampi, oltre che a parlare della sua visione dell’Italia, si sofferma anche sulla lingua italiana, riflettendo sulla sua importanza, origine e specificità. Una lingua che a detta di Ciampi ha ricoperto un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità nazionale. L’ex presidente si abbandona poi a spassionati aneddoti del suo passato, dove racconta come l’italiano sia capace di ammaliare, grazie alla sua musicalità, anche gli stranieri da lui incontrati.

In seguito, riprendendo Primo Levi, Ciampi prosegue nel suo elogio citando Dante, e affermando come il gran poeta fiorentino sia il fondatore dell’italiano grazie alla sua Divina Commedia, opera che perfino tra gli orrori di Auschwitz seppe dare un po’ di sollievo a Levi e compagni. Per non dimenticare poi che l’italiano porta con sé le opere di centinaia di grandi scrittori e poeti di caricatura internazionale come Petrarca, Boccaccio, Foscolo, Pascoli, Carducci, Manzoni e tanti altri.

Ma se l’italiano, oltre che ad essere una lingua ben riconosciuta in tutto il mondo, si avvale di un passato così glorioso, certo questo non si può dire per la nostra penisola. In occasione dell’Unità d’Italia lo studioso Luca Serianni fa notare come l’Italia rappresenti l’unico caso al mondo in cui la lingua nazionale sia nata prima della nazione. Ciampi non nega assolutamente questo punto, ma anzi lo usa per rafforzare la sua tesi. Secondo l’ex presidente della Repubblica “non c’è esempio più lampante di una lingua che dura da otto secoli (pur cambiando e modernizzandosi) per dimostrare il senso profondo dell’unità di un popolo che ha solo tardato a farsi unità di Stato”. Aggrappandosi alla nobile e antica storia della lingua italiana, Ciampi dà per scontato che il popolo italiano porti con sé un’altrettanta antica e nobile unità.

Ma il fatto che lo Stato sia nato soltanto secoli dopo non si può ignorare. Dalla caduta dell’impero romano infatti l’Italia ha vissuto interi secoli di divisione e lotte interne. L’occupazione straniera è stata una costante nella storia del Bel Paese, e tutto ciò non può certo aver creato un’unità nazionale. Inoltre, nonostante Dante abbia contribuito a dare un’unità linguistica al panorama delle lingue volgari del tempo, il suo “italiano” non divenne la lingua del popolo, ma solo della classe intellettuale. Il popolo italiano rimase così diviso e ostile all’idea di un’unione. Le identità e tradizioni locali ebbero la meglio sul racconto dei padri della patria. Neanche Petrarca e Manzoni riuscirono a impiantare la lingua italiana come vera e prima lingua del popolo italiano.

D’altronde quello era un compito dello Stato, un’istituzione che ai tempi non c’era ancora. E di certo non si poteva dare questo compito ai capi delle dominazioni straniere, dato che una possibile unione culturale del popolo italiano andava contro i loro stessi interessi. Ma nonostante tutte queste difficoltà il percorso dell’Unità d’Italia venne intrapreso lo stesso e di conseguenza si venne a formare uno Stato non veramente unito, ma completamente frammentato al suo interno. La classe politica del tempo dinanzi a questo enorme problema provvide a diffondere la lingua attraverso l’educazione scolastica, la TV e la radio. In questo modo l’italiano divenne la lingua più parlata in tutta Italia, e i dialetti cominciarono ad assumere un ruolo sempre più marginale.

Ma è sbagliato credere che l’Italia di oggi sia finalmente un paese unito. L’unione linguistica non basta. Il peso di secoli di divisioni non può scomparire da un giorno all’altro. È un processo lungo e difficile. L’unico modo per unire il Paese sotto un’unica identità è quello di fare un investimento massiccio e continuo sulla scuola, perché è sull’unione delle future generazioni che si deve puntare. Oggi per la politica la scuola ricopre solo un ruolo marginale, ma è da lì che il Paese può e deve ripartire.

Dall’insegnare ai giovani la cultura e il senso di appartenenza e cooperazione nazionale l’Italia può trovare nuova linfa. Se gli italiani saranno legati da un forte senso di identità nazionale, allora la società potrà funzionare. Perché uno stato si basa su una società forte e unita, una società che collabora in ogni suo ramo per il bene collettivo. Forse è inutile stare a dibattere sul fatto se sia stata una scelta saggia quella di seguire la strada dell’unità o no. Forse l’unica cosa che ci rimane da fare è quella di andare avanti, perché non possiamo cambiare il passato, ma possiamo plasmare il presente, così da scegliere il nostro futuro.

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Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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