Connect with us

Cronaca

Ezio Mauro, colonna del giornalismo:”Bisogna fare i conti con la storia non con le statue”

Attraverso la voce di Ezio Mauro, giornalista testimone degli anni di piombo e dell’ultima fase dell’Unione Sovietica, proviamo a commentare gli eventi più attuali.

Published

on

Durante questi giorni sono successe davvero molte cose: da un lato il governo si è riunito a Villa Doria Pamphili negli “Stati Generali” per decidere la strada che deve prendere il nostro Paese nell’ardua ricostruzione post Covid, dall’altra sul piano americano continuano le proteste scaturite dalla morte di George Floyd. Durante le proteste molte le statue di “razzisti” che sono state vandalizzate, come la statua di Winston Churchill a Londra. Anche in Italia si è parlato della rimozione della statua a Milano del giornalista italiano Indro Montanelli.

Abbiamo provato a ripercorrere queste tematiche attraverso la voce di un grande giornalista italiano che per ben venti lunghi anni è stato a capo del quotidiano la Repubblica e che ha vissuto gli anni di Piombo ma anche l’ultima fase dell’Unione Sovietica, Ezio Mauro.

  • Lei ha vissuto a pieno la storia del giornalismo italiano: durante gli anni di piombo venne pedinato a lungo dal brigantista rosso Patrizio Peci. Che aria si respirava nell’Italia del terrorismo?

Si potrebbe dire che è stata la guerra della mia generazione, nel senso che era qualcosa a cui non eravamo preparati, qualcosa di estremo e con persone che pensavano di vivere dentro una democrazia, in un Paese civile in mezzo all’Europa, in un dopoguerra di pace e che invece venivano aspettati sotto casa da persone armate che sparando a un feticcio ideologico- in questo trasformavano le persone-le ammazzavano o le invalidavano. Con quel termine terribile, “gambizzazione“, si intendeva proprio questo, cioè sparare alle gambe delle persone per poi sottoporle ad un calvario con conseguenze molto pesanti: sono molte infatti le persone che hanno anche perso la vita.

Torino è stata una delle capitali di questa sfida terroristica e al mattino si ascoltava la radio per sapere dove avevano colpito. Durante la giornata alla Gazzetta del Popolo avevamo un’apparecchiatura con cui ascoltare le radio dei carabinieri, della polizia e appena c’era un allarme queste radio crepitavano tutte insieme e capivamo immediatamente, perché c’eravamo abituati ormai, di che cosa si trattava e correvamo anche noi in quel posto. Quando gli attentati avvenivano in luoghi vicino alla Gazzetta ci è capitato di arrivare prima della Polizia e di trovarci davanti la persona ancora stesa a terra.

Si tornava al giornale e si leggeva che avevano sparato al servo delle multinazionali ma noi avevamo visto soltanto delle persone stese a terra, magari mentre aspettavano un tram, mentre stavano andando a lavorare, mentre aspettavano di andare al sindacato. Ecco questa è stata la vicenda di quelli anni. Il mestiere ha reso chiaro subito cosa stava succedendo, chi erano gli innocenti e chi erano i colpevoli, chi erano i carnefici e chi erano le vittime.

  • Per ben tre anni poi ha viaggiato per le repubbliche dell’Unione Sovietica, proprio nel periodo della sua decadenza. Vi erano già segnali che preannunciavano la fine?

C’era ancora tutto “il presepio” del sistema comunista montato. Ho avuto la fortuna di vedere ancora l’ultima fase, la fase delle convulsioni finali: il momento in cui Gorbaciov tenta una riforma estrema per salvare il sistema perché si rende conto che il gigante sovietico ha i piedi d’argilla. Cerca di riformarlo per poterlo traghettare nella nuova fase che stiamo vivendo e invece il sistema salta per aria perché era refrattario alla riforma , non si lascia riformare. Quindi ho vissuto gli anni del tentativo gorbacioviano della Perestroika und Glasnost e dei tentativi di riprendersi la libertà da parte dei popoli alla periferia dell’impero come i Paesi Baltici: Lettonia, Estonia, Lituania che erano stati annessi al sistema sovietico e che appena hanno potuto hanno cercato di recuperare la libertà perduta.

È stata una fase molto interessante giornalisticamente, anche perché c’era uno scontro interno al Cremlino tra i conservatori e i cosiddetti “riformatori”, per cui c’erano delle partite nell’impero e delle partite dentro al palazzo. C’era un fermento nella società civile,intellettuale, politico, sociale che non si era più verificato dagli anni 70, dal disgelo gruscioviano. Quindi c’era anche una sorta di risveglio di tipo intellettuale, anni davvero molto interessanti.

  • Dopo è ritornato in Italia e per ben 20 anni è stato alla guida del quotidiano La Repubblica, quali sono stati per lei gli aspetti positivi e negativi di questo compito?

Di negativo non ricordo nulla, se non forse che è stato un periodo troppo lungo: vent’anni sono un periodo sterminato per qualunque impresa e anche per dirigere un giornale, ma positivo tutto il resto. Un’esperienza fantastica con una redazione magnifica con cui è rimasto un legame fortissimo, persone con cui ho avuto il piacere non solo di lavorare ma anche di vivere un’avventura, condividendo tutto. La mia porta era sempre aperta tutto il giorno e le persone sapevano che cosa stavamo facendo o anche gli errori che abbiamo fatto, li abbiamo fatti in pubblico. Era rintracciabile il percorso che ci aveva portati magari a fare uno sbaglio, e quindi si capiva che sostanzialmente sbagliavamo alla luce del sole e non per dei fini nascosti.

È stata un’avventura entusiasmante che ci ha portato anche ad avere dei conflitti molto forti con il potere, in particolare con Berlusconi quando ha denunciato le 10 domande di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. È stato il primo caso al mondo in cui un leader politico denunciò delle domande di un giornale, poi però il tribunale ci ha dato ragione. Berlusconi sosteneva che le nostre domande erano calunnie, il tribunale ha risposto che avevamo tutto il diritto di fare le domande perché erano domande giornalistiche. Fra l’altro sono state poi pubblicate da 138 giornali nel mondo, per cui avevamo una plausibilità e un senso giornalistico.

Comunque anche questa prova è stata una prova importante perché il giornale ha partecipato con intensità e con vigore. È stata una bellissima partita, anche se era sproporzionata: Berlusconi era il legittimo capo del governo del Paese, ma era anche l’uomo più potente d’Italia in quel momento, se si univano le sue fortune private, le sue imprese e il potere pubblico che si era legittimamente conquistato.

  • Nel giornalismo odierno spesso si va a caccia di notizie facili, titoli in prima pagina per vendere qualche copia in più. Ha qualche considerazione da fare?

Il giornalismo vive una fase nuova perché i social mettono tutto in pubblico, sono una specie di coro attorno ai giornali e che costringono i giornali a non considerasi, in positivo, l’unico canale dell’informazione, della formazione dell’opinione pubblica. Naturalmente il giornalismo tradizionale ha più tempo per approfondire e più mezzi per indagare, può contare su professionalità sperimentate che hanno esperienza, conoscenza, competenza e che la mettono a frutto nei loro articoli, la trasferiscono ai lettori.

Però l’insieme della nuvola mediatica, potremmo chiamarla “infosfera“, dei social network e del mondo dell’informazione tradizionale su carta e su web arricchisce la possibilità di essere informati, grazie anche alla varietà delle fonti informative. Se c’è più informazione, c’è più pluralismo. Non c’è mai stato così tanto consumo di informazione come nella fase che stiamo vivendo. Naturalmente ci sono anche notizie false, ma questo non dipende dalla pigrizia del giornalismo, dipende piuttosto dal gioco dei centri di potere politici dei governi che trovano comodo fare un’azione di propaganda e di vera e propria guerra fredda, mettendo in circolazione delle false informazioni o influenzando l’opinione pubblica attraverso lo schermo dei social network. Bisogna avere fiducia che il cittadino sia in grado di distinguere perché più informato, in quanto può scegliere tra diverse fonti d’informazione. Bisogna far sì che sia sempre più capace di distinguere e di selezionare le informazioni.

  • Per quanto riguarda il campo politico: cosa ne pensa del ritorno di Di Battista e della “lite” con Beppe Grillo?

Non sono un appassionato di Di Battista e delle sue vicende; credo che Grillo, a differenza dell’apparente neutralità dei 5 stelle tra destra e sinistra, pensa che il movimento deve mettere il timone verso un’alleanza stabile con il Partito Democratico e quindi debba prendere una coloritura di centro sinistra. Coloritura che il movimento non ha mai voluto prendere sostenendo che destra e sinistra sono uguali, una bella menzogna: basta guardare al mondo e non solo al cortile di casa nostra per capire che rifiutare di prendere posizione tra i diversi campi, vuol dire rifiutarsi di capire, vuol dire rifiutare una responsabilità.

Quindi il vero conflitto è tra chi vuole dare una fisionomia ai 5 stelle dopo anni di finta neutralità e attraverso questo vuole dare una fisionomia, una stabilità a questo governo e chi invece persegue la logica del partito pigliatutto, protestatario che può passare nel corso di una notte dall’alleanza con Salvini all’alleanza con Zingaretti senza motivare le regioni profonde di questo cambio di rotta.

  • Nel frattempo si stanno svolgendo gli stati generali dell’economia. “Un ignobile baracconata, organizzata da Casalino per Conte” come la definisce Carlo Calenda o cosa?

Di ignobile non c’è nulla, c’è qualcosa che invece dovrebbe preoccuparci tutti: c’è una fragilità del sistema politico di fronte alla crisi che abbiamo vissuto, nella quale il governo, pur commettendo degli errori come tutti i governi, ha comunque fatto la sua parte tenendo conto che l’Italia era la “cavia occidentale“. Nel senso che abbiamo sperimentato per conto di tutta l’Europa il primo fortissimo impatto della pandemia e abbiamo dovuto sperimentare sul campo le prime misure di contenimento senza un modello di riferimento adeguato.

Il governo in qualche modo ce l’ha fatta e gliene va dato atto. Adesso siamo di fronte a una fase complicata che è quella della ricostruzione, tenendo conto che la crisi non è finita e che il virus ha modificato la sua intensità a causa delle misure di contenimento, ma non ha concluso la sua sfida. Tuttavia, c’è un’occasione straordinaria da non perdere, anche in vista degli aiuti che arriveranno dall’Europa, che è l’occasione di una seconda ricostruzione dell’Italia dopo il dopoguerra e c’è una fragilità del sistema politico. L’opposizione non partecipa a questo sforzo di ricostruzione e se ha abbassato il tono della sua propaganda non è per un gesto di responsabilità, ma per uno stato di necessità, in quanto le paure artificiali della cosiddetta invasione dei migranti non hanno più corso nel Paese e perché le paure reali hanno scacciato le paure fantasmatiche; di conseguenza, l’opposizione si trova senza voce, incapace di entrare nel gioco politico di questa fase.

Il governo è debole, la maggioranza è debole, e mi sembra con questi stati generali, che è una parola passepartout, che non vuole dire nulla, il governo stia cercando di allargare una base sociale, culturale, visto che non può allargare la base politica in parlamento. L’ha fatto con un metodo abbastanza confuso, pasticciato con Conte che è sembrato prepararsi un’occasione tutta sua, con i 5 stelle che non si fidano del presidente del Consiglio, non si fidano dell’alleato PD, non si fidano di se stessi e con il PD che si trova come l’invitato dell’ultimo minuto ad un banchetto altrui, e quindi spaesato e fuori posto. Tuttavia, ripeto, è un’occasione da non perdere, perché avremo finalmente gli aiuti che l’Europa ha promesso e avremo l’occasione di non trasformarli come al solito in cambiali elettorali, in mance a corporazioni o categorie, ma in investimenti che vadano a colmare le carenze che la pandemia ha messo in luce e ha portato a galla.

  • Per quanto riguarda gli Stati Uniti: cosa ne pensa delle proteste degli ultimi giorni e della risposta del presidente Donald Trump?

Penso che Trump si sia dimostrato totalmente inadeguato di fronte, addirittura, non soltanto alla crisi che è emersa all’improvviso con le violenze della polizia, ma anche di fronte alle aspettative del suo stesso elettorato che infatti è sconcertato. Bisogna prendere atto che il razzismo è qualcosa di non risolto negli Stati Uniti. È arrivata prima la presidenza di un candidato di colore come Barack Obama che la risoluzione culturale del problema del razzismo americano. E naturalmente la presidenza di Obama è stato un evento dal valore simbolico molto alto, ma come tutti i simboli non può risolvere il problema, può fare da segnaposto, segnare un punto di arrivo. Ma poi bisogna che sia l’elaborazione culturale spontanea della società ad adeguarsi al risultato simbolico segnato dalla presidenza di Obama, e questo non è ancora avvenuto.

L’America è una terra di libertà e di democrazia, ha degli scompensi fortissimi che stanno venendo in chiaro in questi giorni, ma che si sapevano che esistevano e potrebbe essere l’occasione straordinaria anche con una presidenza diversa da quella di Trump per affrontare questo problema e portare il Paese oltre questo ostacolo della differenza razziale che ancora lo incatena.

  • Durante queste proteste molte le statue che sono state vandalizzate o addirittura rimosse dai manifestanti. Cosa ne pensa della proposta di rimuovere la statua di Indro Montanelli a Milano?

Penso che sia “fare i conti sbagliati con la storia“, nel senso che Montanelli è stato celebrato con quella statua per la testimonianza giornalistica che ha fatto. Ha commesso degli errori nella sua vita e dall’altra parte non è che lui abbia sempre celebrato la sua coerenza. Ha commesso quegli errori che sono frutto anche della mentalità dell’epoca in cui era immerso anche lui. Quegli errori sono stati sottolineati, non li ha nascosti, ha raccontato tutte le sue vicende e le ha in qualche modo storicizzate. Sono degli errori che ci possono anche fare orrore con la mentalità di oggi, ma bisogna fare lo sforzo di giudicarli con la mentalità di oggi e con la mentalità di allora. In ogni caso la statua non vuole celebrare quelle vicende, ma vuole celebrare il giornalismo di Montanelli.

“Bisogna fare i conti con la storia, non con le statue”.

  • Qual è il suo messaggio per i giovani che cercano di interessarsi alle tematiche di attualità?

Io non ho dei messaggi, sono testimone di messaggi altrui. Tocca ai protagonisti della vita politica e sociale lanciare dei messaggi, elaborare dei programmi, noi raccontiamo quello che avviene nella società. I ragazzi hanno in mano il futuro, si sono trovati nella fase- parlo degli adolescenti soprattutto- della grande avventura, della grande esplorazione, della grande autonomia a dover fare i conti con un interdetto che non aveva colpito le generazioni precedenti. Questo li toccherà anche personalmente, saranno quelli che hanno vissuto la pandemia nella loro prima giovinezza, li segnerà per tutta la vita e hanno dovuto fare i conti con i temi della vita e della morte. Hanno dovuto fare i conti con la prudenza, con l’insidia di un male sconosciuto, hanno dovuto accorgersi che in alcuni momenti siamo disponibili a scambiare il bene primario che abbiamo, che è la nostra libertà per quota, con quote di sicurezza.

Ci sono dei momenti in cui la sicurezza diventa il tema prioritario e sconvolge l’agenda pubblica del Paese e questa è un’esperienza importante che formerà questa generazione a cui sta il compito di costruire poi il futuro dell’Italia e la rinascita di questo Paese. Io ho fiducia nei ragazzi di oggi che sono preparati, anche per la facilità di attingere all’informazione nel mercato mondiale, cosa che per la mia generazione non era possibile, sono più preparati, più internazionali, più cosmopoliti di noi. Ho fiducia che costruiscano un futuro migliore di quello che noi prepariamo per loro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Trending