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Maxiprocesso: le persone e le storie. Totò Riina, il Capo dei capi

È stato il più sanguinario boss di Cosa Nostra, corleonese doc, condannato in contumacia nel 1987 ed a capo dell’organizzazione mafiosa fino all’incarcerazione. La sua egemonia culturale, però, è durata fino alla morte.

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Ventisei ergastoli, ventiquattro anni di latitanza, altrettanti di carcere. Prima, decine di omicidi e diverse stragi. Quando è morto nel 2017, Totò Riina stava scontando la sua pena: aveva 87 anni ed era ancora lo stesso uomo di mafia di sempre. 

Un metro e cinquantotto di efferatezza, Totò u curtu, la Belva, il Capo dei capi i suoi soprannomi se li era guadagnati sulla pelle di vittime innocenti, sul rumore delle esplosioni di tritolo: l’auto-narrazione mafiosa era così, soprattutto nei confronti del boss più feroce di tutti. L’auto-narrazione mafiosa è ancora così, grottesca e spaventosa. 

Capo dei capi

Salvatore Riina detto Totò era nato a Corleone nel 1930, il posto più adatto per diventare un mafioso professionista. Ed infatti l’influenza ambientale fece la sua parte: da contadino orfano di padre a nuova recluta del boss Michele Navarra il passo fu breve. Furti di bestiame ed incendi di masserie lo fecero diventare, giovanissimo ed impunito, parte dell’élite criminale corleonese insieme a Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e Luciano Leggio («in arte Liggio», che anni dopo di Riina dirà «persona educatissima, conosciuta in cella»: entrambe verità alternative). Aveva probabilmente già partecipato all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto quando, nel 1949, gli bastarono futili motivi per ammazzare il coetaneo Domenico Di Matteo e ricevere così la prima condanna a dodici anni di carcere. Ne scontò solo sei ed una volta in libertà si dedicò all’attività che l’avrebbe portato anni dopo al vertice della Cupola di Cosa Nostra: stringere le giuste alleanze ed uccidere i rivali, uccidere gli oppositori, uccidere tutti. A cominciare da Navarra ed i suoi sostenitori, nel 1958. Epurata Corleone, Riina insieme a Leggio, Provenzano e Bagarella si diede alla latitanza palermitana, presentandosi con il proprio bagaglio di violenza ai boss cittadini. 

Erano gli anni ’60, dovevano ancora combattersi la prima e la seconda guerra di mafia, questi viddani di provincia, grazie all’intercedere dei fratelli La Barbera, iniziarono a misurarsi con le dinamiche della politica e della città, in cui stava andando in scena il Sacco di Palermo: le villette Liberty furono sostituite da abomini di un’architettura dissennata e speculativa promossa da Vito Ciancimino, anche lui di origini corleonesi, democristiano fanfaniano e poi andreottiano, prima assessore ai lavori pubblici sotto la giunta di Salvo Lima e poi sindaco di Palermo. Ciancimino, grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, sarà imputato al Maxiprocesso e condannato in via definitiva nel 1992 per associazione a delinquere di stampo mafioso. 

Capo dei capi

Tornando a Totò Riina: si adattò al potere della città, riuscendo inizialmente a conquistarlo in un modo che poi diventerà prassi, ovvero dal carcere. Come dirà vent’anni dopo Giovanni Falcone intervistato nel programma televisivo Samarcanda da Michele Santoro «la mafia è capace di adattarsi alle molteplici esigenze del momento apparendo sempre immutabile, in realtà non c’è nulla di più mutevole di Cosa Nostra». Insomma tutto cambi perché nulla cambi, soprattutto l’egemonia mafiosa. U curtu, già ricercato per diversi omicidi, venne fermato fortuitamente nel 1963 tra Palermo ed Agrigento con documenti falsi. Fu incarcerato all’Ucciardone, dove utilizzò tutto il suo carisma per impressionare gli altri detenuti: in quel periodo le celle palermitane erano colme di uomini di mafia senza che ci fosse ancora un reato, di mafia. Ed infatti prima degli anni ’90, fino all’arrivo del Pool antimafia a Palermo, gli affiliati a Cosa Nostra erano stati spesso – quasi sempre – assolti. Così successe anche a Totò Riina, che tornò in libertà nel 1969 e vi rimase fino al 1993. Cosa fece in quei 24 anni di libertà e latitanza è purtroppo cosa nota. 

Nel 1974 si sposò con Ninetta Bagarella, cognome di mafia, fecero quattro figli nati nella più esclusiva clinica di Palermo: Maria Concetta, Giovanni Francesco, Giuseppe Salvatore e Lucia Riina vissero in città con il padre e la madre. Scortati dai picciotti, protetti dalla Mercedes bianca di quello che di lì a poco sarebbe diventato il Capo dei capi, andavano al mare a Mondello ed al ristorante a Monreale. Nel frattempo Totò Riina, stanco di dividere il potere con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, scatenò la seconda guerra di mafia, la vinse e fece terra bruciata tra le altre famiglie mafiose, sterminandone i capi. All’inizio degli anni ’80 il boss dei Corleonesi era diventato il capo indiscusso di Cosa Nostra, gestiva appalti, droga, denaro: e mentre ammazzava i suoi simili, aveva iniziato anche con i diversi. La Belva fu infatti il mandante di molti omicidi eccellenti, quelli degli uomini di Stato che potevano ostacolare gli interessi dei Corleonesi: tra il 1979 ed il 1983 Cosa Nostra uccise Michele Reina, Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici. Poliziotti, magistrati, autisti, politici puliti. 

Capo dei capi

Ma l’indole sanguinaria di Totò Riina fu anche quella che, l’anno successivo, convinse Tommaso Buscetta a parlare con Giovanni Falcone. A nulla servì continuare ad uccidere mogli, figli, parenti dei collaboratori di giustizia: il Pool antimafia non si fermò, la giustizia, almeno in quegli anni, non si fermò. Nel 1986 cominciò il Maxiprocesso di Palermo, nel dicembre 1987 il Capo dei capi fu condannato all’ergastolo in contumacia, nel gennaio 1992 la condanna divenne definitiva in Cassazione. Fu allora che la sua furia violenta si scatenò, travolgendo lo Stato e dando avvio al periodo stragista, uno dei più neri della storia italiana. Il capo della Cupola fece uccidere politici collusi, Salvo Lima prima di tutti, per inviare un avvertimento a Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio uscente e candidato alla Presidenza della Repubblica. Vennero organizzate le stragi di Capaci e di via D’Amelio, uccisi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, tutti gli uomini e le donne delle loro scorte.

Lo Stato mandò l’esercito in Sicilia, settemila uomini a presidiare gli obiettivi sensibili. Questo alla luce del sole. Nell’ombra, nel frattempo, aveva avviato una trattativa con Cosa Nostra per porre fine alla violenza, trattativa che «indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia», come hanno scritto i giudici della Corte d’Assise di Firenze nel 2012. Le richieste di Cosa Nostra, arrivate a Roma tramite il democristiano Vito Ciancimino, portatore del famoso Papello firmato da Totò Riina, andavano dalla revisione della sentenza del Maxiprocesso e della legge Rognoni-La Torre all’abolizione del 41bis. E poi?

Capo dei capi

E poi all’apice di questo crescendo di violenza e ricatto Totò Riina venne catturato: era il 15 gennaio 1993, lui si trovava a Palermo, davanti alla sua villa. Dopo l’incarcerazione ci furono altre stragi, come quella di via Palestro. Ci furono altri ergastoli per il Capo dei capi fino ad arrivare a 26: la prima condanna in presenza fu nell’ottobre dello stesso anno per l’omicidio di Vincenzo Puccio. Ci furono tanti passaggi di testimone dentro Cosa Nostra, altri arresti come quello di Bernardo Provenzano, tante condanne di uomini di mafia e di politici della Prima Repubblica e non solo. A quasi trent’anni di distanza dal Papello, la legge Rognoni-La Torre è ancora al suo posto, l’art. 416bis è ancora nel nostro codice penale. Ma la mafia è ancora forte. Ne parleremo. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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