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Cronaca

La compassione si sta estinguendo…

La tua luce si è spenta piano piano, ma hai amato, hai creato pace, hai diffuso un forte messaggio per tutti noi. GRAZIE.

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Odio e ignoranza sono sempre presenti,  come una radice che non si strappa più. Peccato che chi lo subisce è come se una luce si spegnesse dentro. Come è successo in Egitto, con Sarah Hegazi una attivista omosessuale, simbolo del movimento egiziano che si batte per i diritti LGBTQI+ . Sarah ha subito l’odio più violento, per il semplice motivo che al concerto dei “moshrou Leila”, (band libanese molto conosciuta in Medio Oriente e in Nord Africa. Fra l’altro questa band cammina anche lei su un campo minato, dato il loro sostegno al movimento per i diritti degli omosessuali) ha sventolato la bandiera arcobaleno sopra le spalle di un suo amico, gesto al quanto pacifico, volto a rivendicare i diritti per gli omosessuali. I due giovani attivisti vengono arrestati nel 2017, (e la band è stata bandita dall’Egitto),perché secondo il loro regime terroristico ha “propagato ideali immorali”.

Ho provato a sopravvivere e ho fallito” una delle sue ultime frasi scritte, dopo le peggiori violenze: quali lo stupro, la tortura e le botte, la giovane attivista si è suicidata, dopo essere stata rilasciata grazie a una cauzione. Lasciando un altro buco nei nostri cuori, perché quel sorriso lucente intento alla pace non lo vedremo più, è stato strappato via dalla crudeltà umana.

“Ho iniziato a temere tutti. Anche dopo essere stata liberata, avevo ancora terrore di tutti, della mia famiglia, dei miei amici, della gente per strada. La paura ha preso il sopravvento. Sono stata colpita da una grave depressione e da disturbi post-traumatici da stress, ho sofferto di ansia profonda e di attacchi di panico. Per questo sono stata sottoposta a terapia elettroconvulsivante, che mi ha provocato problemi di memoria. A quel punto, ho dovuto lasciare il Paese per paura di essere arrestata di nuovo. In esilio, ho perso mia madre. In seguito, ho dovuto sottopormi a un’altra serie di cure terapeutiche anticonvulsivanti, questa volta a Toronto, e ho tentato il suicidio due volte. Quando aprivo bocca balbettavo, in preda al terrore. Non riuscivo a uscire dalla mia camera. La memoria mi si è venuta meno assai rapidamente. Ho evitato di parlare della mia prigionia, mi sono tenuta alla larga da ogni tipo di assembramento, ho cercato di non comparire nei media, perché temevo di perdere facilmente la concentrazione e di sentirmi perduta, sopraffatta dal desiderio di silenzio. Tutto ciò è accaduto mentre perdevo speranza nelle cure. Perdevo la speranza di poter essere guarita. Questa è la violenza che mi è stata fatta dallo Stato, con la benedizione di una società “religiosa per sua stessa natura”.

Quello che ha vissuto si può solo immaginare. Dopo essere stata rilasciata non c’è stata pace per lei: le continue discriminazioni per il suo orientamento sessuale, sono state una zavorra. La compassione si sta davvero estinguendo. La ferita si è di nuovo aperta. Ricordiamo GIULIO REGENI, picchiato a morte per quello che studiava, la giovane transgender MALAK AL-KASHIF arresta per post critici nei confronti del governo, in carcere anche lei ha subito tanta violenza, come stupri e isolamenti di lunga durata. PATRIK ZAKI, ancora imprigionato in Egitto per i suoi studi.

Abbiamo incarnato così tanto gli ideali nazionalisti che ci siamo dimenticati che questo è un mondo, dove tutti ne facciamo parte insieme e per questo bisogna attivarsi insieme per impedire nuove morti di persone con valori. Più muoiono, vengono torturate e imprigionate queste persone più ci saranno lacune insanabili in questo mondo. Lo sappiamo che il potere è più importante della vita umana, ma il nostro dovere è urlare contro questi regimi.

Le ultime parole della giovano trentenne, sono state scritte in un biglietto prima di morire. “Ai miei fratelli: ho cercato di trovare redenzione ma ho fallito, perdonatemi. Per i miei amici: il viaggio è stato duro e sono tropo debole per resistere, perdonatemi. Per il mondo: eri in gran parte crudele, ma io ti perdono”.

Margherita Hack diceva: “Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata a Verona, il 7/10/2000. La vita mi ha messo davanti degli ostacoli, ma questo non mi ha di certo fermata a essere il cambiamento che voglio vedere nel mondo. Coltivo scrivendo la mia voglia di abbattere le mura di protezione, che le persone si creano per la paura di conoscere.

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