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Cultura

Roberto Mercadini:”Il teatro è vivo non cupo, è una cosa biologica che fa parte dell’uomo”

L’amore e la passione per il teatro e la poesia sono delle caratteristiche essenziali della vita di Roberto Mercadini, attore e scrittore italiano che ribadisce: “Il teatro non morirà mai, a morire saranno certe forme di teatro, certe mode teatrali”

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Durante la pandemia uno dei settori che è stato molto penalizzato è anche quello teatrale. Un teatro che come ribadisce Roberto Mercadini, attore e scrittore:” E’ reso vecchio dall’ossessione di renderlo nuovo“. Quando si pensa al teatro ci immaginiamo sempre un grande edificio, con un palco centrale, una platea, tanti palchi laterali ma per fare teatro tutto questo non occorre. Si può fare teatro raccontando per esempio, una barzelletta intorno al fuoco nel Paleolitico o sul palco di un varietà di Paese. Il teatro è vivo, come la Poesia che, ancora oggi, riesce a trasportarci in mondi diversi senza che noi ce ne accorgiamo. Sul Teatro e la Poesia si basano gli spettacoli di Roberto Mercadini.

  • Non tutti sanno che lei è laureato in ingegneria elettronica, cosa hanno di simile l’ingegnere e l’attore?

Quello che c’è di ingegneristico nel mio lavoro più che nella parte attoriale, sta nella parte di autore perché quando narro una storia ho bisogno che tutto il racconto sia consequenziale, che ci sia una catena di cause e effetti chiara. Più le cose sono chiare per me, più è facile ricordarle e memorizzarle, ma soprattutto più è facile seguirmi per il pubblico. Quando devo preparare un monologo studio e tento di affrontare il problema come fanno gli ingegneri. L’ingegnere è uno che pensa che qualsiasi macchina, qualsiasi oggetto per quanto complesso sia in realtà fatto di parti semplici interconnesse tra loro. Io ragiono in questo modo qui: qualsiasi concetto per quanto complesso, è fatto di passaggi semplici.

  • Cosa l’ha spinta nel 2015 a lasciare il suo lavoro e a intraprendere questa nuova avventura?

Non era più sostenibile il ritmo di avere due lavori contemporaneamente perché non ho lasciato il lavoro di informatico per cominciare quest’avventura partendo da zero,ma in realtà stavo conducendo le due carriere parallelamente. Solo che l’accademia teatrale cresceva sempre di più, cresceva l’energia richiesta e ad un certo punto ho dovuto fare una scelta. Ho scelto quello che per me era il mio futuro. Ho capito che da una parte c’era una vocazione intima, profonda e dall’altra c’era un mestiere appassionante che avevo imparato a fare per mantenere la mia famiglia. Credo che non sarei mai diventato un informatico di rilievo.

  • Lei si è avvicinato da ragazzo al teatro, alla poesia. Come è avvenuto quest’incontro?

Io abito in un Paese di campagna e c’è un teatro parrocchiale dove tutti i miei compaesani hanno recitato almeno una commedia dialettale, una scenetta, hanno preso parte a un varietà. Quel tipo di varietà che è organizzato nel mio paesino, Cesenatico, tutti gli anni. Quindi quella è stata una cosa quasi naturale: sono salito su un palco come tanti miei coetanei per raccontare barzellette. Mi sono accorto però che quella era una cosa che mi piaceva molto, che mi dava la possibilità di esprimermi perché io ero un bambino molto timido. Quando si sta sul palco infatti anche senza avere una maschera, si ci può esprimere. Anche se racconti una barzelletta che non hai scritto tu, esprimi la tua simpatia. Questo è un grande antidoto per i timidi come me.

Invece per quanto riguarda la poesia, ho scoperto che mi piaceva in modo particolare, mi piaceva leggere come alcuni coetanei ma in modo particolare mi attraeva la poesia perché era capace di cambiare la mia mente, di portarmi in altri mondi. La poesia è un’esperienza, la poesia è qualcosa che ti esalta come la musica, che ti ubriaca come l’alcool e poi la poesia è un bene inconsumabile che si può consumare ovunque: se tu vai a leggere un romanzo devi avere il momento per guadagnare la concentrazione sufficiente invece una breve poesia la si può leggere anche mentre si va in tram. Una poesia è più veloce di una canzone, insomma è una forma di letteratura che mi è entrata dentro in modo particolare nell’adolescenza…

  • Lei ha scritto e interpretato 23 spettacoli, spaziando su vari argomenti. Come nasce uno spettacolo partendo da zero?

In molti casi ricevo delle commissioni, se vogliamo come gli artisti del rinascimento. Di solito c’è qualche associazione culturale, un ente che mi chiede di occuparmi di un certo tema magari perché vuole sensibilizzare il cittadino su una questione sociale. Uno spettacolo nasce ascoltando: ricevo la commissione e poi chiedo al committente di darmi delle informazioni e di indicarmi dei documenti da leggere. Prima di tutto cerco di capire attraverso paragoni, metafore e allora mentre le cose si fanno più chiare per me, assumono un aspetto narrativo. Poi quasi istintivamente riesco a vedere nelle cose il lato assurdo, comico. Dopo aver capito occorre far capire agli altri e allora ecco che scaturisce una narrazione, un ragionamento con un inizio, un sviluppo e una conclusione.

  • Tra tutti i suoni monologhi ne preferisce qualcuno?

Ce ne sono alcuni a cui sono molto affezionato tipo quello su Shakespeare, “La più strana delle meraviglie“. Ci sono molto affezionato perché quando è nato non era molto soddisfacente in quanto l’avevo preparato in condizioni un po’ proibitive e poi l’ho curato, migliorato e adesso è tra i miei migliori. E poi quello sulla bibbia ebraica, che è il mio primissimo monologo e rimane a distanza di dieci anni il migliore. Quello non l’ho fatto su commissione ma l’ho realizzato dopo aver studiato per mia passione la lingua e la cultura ebraica. Molti monologhi li scrivo dopo aver studiato ma è uno studio propenso a quel fine, in quel caso lì ho scritto il monologo perché avevo studiato. Quattro anni di studio intenso è difficile farli su commissione.

  • Troppi vedono il teatro come qualcosa “di vecchio”, come si possono avvicinare maggiormente i giovani?

Penso che una delle cose che rende il teatro più vecchio è l’ossessione di renderlo nuovo. Ci sono delle forme teatrali d’avanguardia che nell’ossessione di fare cose mai fatte prima, propongono un tipo di teatro incomprensibile per i profani, quindi inaccessibile. Paradossalmente a rendere vecchio il teatro è quindi quest’ossessione a fare cose nuove perché poi le cose più inaccessibili si assomigliano un po’ tutte: ci sono sempre quei grandi silenzi, un’atmosfera cupa… Invece il teatro di per sé è vivo, è una cosa quasi biologica che fa parte dell’uomo.

Il teatro inizia dal momento in cui qualcuno racconta un fatto che va al di là della semplice informazione: se dico che ho cacciato un cervo e l’ho trovato in una determinata zona del bosco, è un’informazione. Se invece faccio un racconto che ha un qualche tipo di patos, assume un significato astratto che va oltre la circostanza della notizia. Questo soprattutto avviene nel momento in cui io mi sforzo di far commuovere o divertire chi mi ascolta. Quello è già teatro anche se stiamo attorno al fuoco nel Paleolitico.

Il teatro non morirà mai, a morire saranno certe forme di teatro, certe mode teatrali, certe fissazioni dei teatranti.

  • La prossima settimana uscirà il suo ultimo libro in cui parla della storia della bomba atomica, perché ha scelto proprio di raccontare questa storia?

Perché è una storia che contiene molte cose diverse e a me piacciono le storie che danno modo di spaziare, di occuparsi di tante cose diverse pur rimanendo all’interno di un’unica narrazione. Nella storia della boma atomica: c’è la guerra, c’è il sangue, c’è la tragedia ma c’è anche la scienza, i progressi dell’intelletto umano, l’intelligenza ma anche la stupidità dell’uomo, il calcolo più raffinato e preciso ma c’è anche una quantità enorme di caso che irrompe dentro gli schemi umani e li sconvolge. Ci sono grandi fatti storici come la guerra mondiale, il conseguimento dei premi Nobel ma anche dei fatti assolutamente privati come le amicizie che si formano, gli amori che durano tutta la vita o che vengono traditi. Cose che hanno un peso nella storia anche se non sono scritte nei libri di storia.

  • C’è qualche parallelismo con la nostra società?

La storia della bomba atomica ci dà occasione di riflettere sul linguaggio, su quanto sia facile fraintendersi. Questo è un tema un po’ eterno che diventa più pressante nei momenti in cui siamo tutti immersi in una comunicazione compulsiva e siamo bombardati da informazioni che spesso non facciamo in tempo a elaborare, su cui non riusciamo a riflettere. Tante persone condividono notizie virali contribuendo a farle diventare ancora più virali senza aver letto l’articolo ma solo avendo letto il titolo, senza aver verificato la fonte…

L’altro tema è quello della compulsività in generale, del correre: corriamo perché abbiamo fretta. A volte quando ti fermi capisci che stavi correndo precipitosamente ma stavi girando a vuoto. Questo è un altro tema forte del fare senza capire cosa stai facendo, il sapersi fermare, il saper rallentare il passo. Un tema che entra prepotentemente nel racconto della bomba atomica: tutti questi scienziati che lavorano ad un certo punto capiscono che stanno facendo qualcosa di terribile e c’è chi si ferma, chi riesce a fermarsi, chi vorrebbe fermarsi ma non può più, chi tenta di fermarsi ma non ci riesce.

  • Ultimamente sta lavorando a qualche altro spettacolo?

Sto lavorando con ex studenti dell’università dell’Insubria su un monologo che riguardi l’ambiente, l’ecologia nel suo complesso. L’ecologia è fatta in realtà di tanti temi diversi: c’è l’inquinamento, il riscaldamento globale, l’alterazione degli ecosistemi… Spesso questi temi che sono collegati ma sono diversi, vengono mescolati insieme e viene fuori una narrazione un po’ confusionaria. Cercheremo di portare un po’ di chiarezza, dire qualcosa sull’ecologia meno sensazionalistico ma più preciso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore e fondatore del sito, scrivo per dare voce a chi non la può fare arrivare lontano. Viaggio ma di confini non ne ho mai visto uno, credo che esistano solamente nella mente di alcune persone.

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