Connect with us

Cittadini

Il Merito e la Meritocrazia

Il merito è un concetto che al giorno d’oggi suscita una comprensibile attrazione per la sua capacità di promettere uguaglianza, opportunità lavorative esclusivamente ai meritevoli indipendentemente dalla loro condizione di partenza. Ma cosa significa esattamente merito?

Published

on

Il merito è un concetto che al giorno d’oggi suscita una comprensibile attrazione per la sua capacità di promettere uguaglianza, opportunità lavorative, posizione di responsabilità e mobilità sociale esclusivamente ai meritevoli indipendentemente dalla loro condizione di partenza. Ma cosa significa esattamente merito? Questo concetto ha sempre avuto un’accezione positiva? A queste domande e ad altri interrogativi cercheremo di dare risposta in questo articolo.

La Meritocrazia: è un sistema sociale in cui il merito o talento è la base per allocare le persone nelle varie posizioni e distribuire a questi le ricompense.

Nelle società democratiche il merito consiste nella sommatoria delle qualità umane, etiche, professionali e culturali in virtù delle quali, pur nella esaltazione delle differenze si realizza la democrazia in una società. L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali e, dunque, si deve dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità. Sicché i mentalmente superiori saranno portati al vertice mentre i mentalmente inferiori verranno calati nel fondo.

Ma nella storia questo termine non ha sempre avuto un significato positivo. Michael Young nella sua opera “l’avvento della meritocrazia” affida la narrazione a un sociologo paladino della meritocrazia, e critico ironico di coloro che volevano una sua decadenza. Così facendo Young insinua dei dubbi nel lettore perché nel mentre che il narratore tesse le lodi di questo sistema sociale al tempo stesso ne mostra le crepe. Il merito veniva calcolato sommando il quoziente intellettivo con lo sforzo personale.

Insomma, il tipo di meritocrazia da cui Young mette in guardia opera sulla base di tre premesse:

  1. ci sono lavori più pregevoli di altri: per esempio, il lavoro manuale ha meno valore di quello intellettuale e, in particolare, chi risulta più utile per la società è lo scienziato;
  2. il livello intellettuale è accertabile dalla scienza che, quindi, si autoriproduce mediante rilevazioni che nessuno pone in discussione perché nessuno ne ha gli strumenti per farlo;
  3. infine, nella società dipinta da Young ci sono diversi sistemi di selezione attitudinali, una meritocrazia appunto, in cui dominano coloro che sono classificati come i più dotati. Di fatto questa società è retta da una casta di persone con un QI superiore dedite alla scienza.

S parte dallo smantellamento del classismo tradizionale britannico, si prosegue con l’obiettivo di massimizzare l’utilità sociale e si finisce in una società divaricata tra padroni e servi.

Questo argomento non è trattato solo da Young ma anche da tantissimi altri autori come Hanna Arendt che afferma che in Inghilterra la meritocrazia crea oligarchia non per nascita ma per talento; da Alon Fox, da Becker che introduce la teoria del capitale umano e così via.

Ma se il termine “meritocrazia” venne coniato in senso negativo, perché è entrato nel vocabolario corrente con un’accezione positiva?

  • In parte, perché l’avvento della meritocrazia condivide la sorte di molti libri di successo;
  • perché molti non compresero lo stile satirico del racconto;
  • perché l’associazione con il termine “aristocrazia” ha giocato un ruolo in questo fraintendimento;
  • perché l’ideologia del merito non aveva un proprio linguaggio

Il Meritometro

Sapete che esiste un indicatore europeo che misura il livello di meritocrazia di un Paese? Si chiama meritometro ed è stato elaborato dal forum della Meritocrazia in collaborazione con l’Università Cattolica con l’obiettivo di fornire proposte concrete ai policy makers. Si è ricorso ad una procedura standardizzata che ha coinvolto esperti di varie competenze nella definizione del metodo e utilizzando, nell’implementazione empirica, dati provenienti dall’OCSE e dall’Eurostat.

Nel 2019 nella parte alta del ranking troviamo ancora paesi come Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia anche se registrano dei lievi peggioramenti nei dati relativi alla qualità del sistema educativo, delle regole e della trasparenza. Segue il blocco dei paesi virtuosi come Olanda, Germania, Gran Bretagna, Austria e Francia. La coda della classifica è composta dalla Polonia, dalla Spagna e dall’Italia.

Insomma, l’Italia si conferma all’ultimo posto sia nel punteggio complessivo, sia sui singoli pilastri che descrivono il merito. I maggiori gap rispetto alle medie europee si registrano sui pilastri della trasparenza, libertà e regole.

Negli ultimi anni, però, il nostro Paese ha registrato una crescita del merito pari al 3,18% grazie ad un miglioramento delle performance legate alla trasparenza e alle regole.

I pilastri dell’ideologia del merito

Ma torniamo all’ideologia del merito. Certo non è semplice affrontare una tematica così controversa anche perché se suscita discussione significa che l’argomento necessita un certo grado di riflessione. Per questo cerchiamo di semplificare lo studio dell’ideologia del merito analizzando i tre pilastri su cui si fonda:

  1. Il capitale umano: questo concetto comprende tutte le competenze, le abilità, le conoscenze che un individuo accumula nel corso della vita. Becker voleva studiare la correlazione tra il livello di istruzione e il reddito e, così facendo, scoprì che le persone più istruite guadagnavano più degli altri. Ma cosa si intende per capitale? Michel Faucault aveva messo in luce la teoria secondo il quale il reddito è il rendimento di un capitale, di conseguenza è capitale tutto ciò che può essere fonte di redditi futuri. Dunque, l’intera struttura sociale prende la forma dell’impresa che modella la società a sua immagine e somiglianza. In altre parole, possiamo dire che il concetto di capitale umano ha qualcosa di ideologico e ambiguo perché trasforma l’idea di concorrenza in un ideale morale, accosta il concetto di capitale a quello di individuo trasformandolo positivamente.
  2. Le competenze: è un concetto dallo statuto incerto che, quindi, non ha una definizione univoca. Le caratteristiche principali di questo concetto sono: il problem solving; la dimensione totalizzante; l’uniformità e la frammentazione. Ma ciò che ci preme qui riportare è che oggi sussiste una funzione utilitaristica della conoscenza. Secondo molte misure come l’ERT, UE, OCSE le competenze sono indispensabili per subordinare la scuola al processo economico. Questo determina la creazione di saperi non critici ma strumentali che trasformano la scuola pubblica in una scuola di formazione aziendale. Le competenze, quindi, agiscono come dispositivi di disagregazione, indeboliscono i legami sociali e le forme di cooperazione e favoriscono la costruzione di identità individuali competitive sul piano economico e autosufficienti sul piano sociale. In definitiva, stimolano la cultura individualistica e competitiva.
  3. Valutazione standardizzata: come possiamo misurare le competenze? Attraversi i test che però hanno la funzione di chiudere, uniformare, banalizzare, decontestualizzare il sapere. Ebbene si, i test sono sprovvisti di tempo e di confronto che sono due elementi utili per la comprensione di un testo. I test assegnano automaticamente gli studenti ad una o all’altra categoria – meritevoli e non meritevoli – semplicemente valutando una conoscenza intrappolata all’interno di un recinto strumentale. Sicché le scuole finiscono per modificare il loro sistema didattico per adattarlo ai test, mentre gli studenti sviluppano un atteggiamento opportunistico volto non ad assimilare e apprendere una data materia ma a superare il test. Abbiamo diversi esempi di questi test come il SAT (Scholastic Aptitude Test) negli USA, oppure, gli Invalsi e l’ANVUR (agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) che di fatto governano l’intero sistema dell’istruzione in Italia.

Come scrisse Pierre Rosanvallon all’origine del <<culto americano per i test>> c’è il fatto che la società statunitense è stata investita in modo acuto da una principale contraddizione di fondo tipica di tutte le democrazie liberali: la coesistenza tra una filosofia ugualitaria e le disuguaglianze sociali. La risposta è stata quella di “naturalizzare la disuguaglianza” determinando in tal modo un vuoto di autorevolezza della scuola.

Certo, noi qui stiamo mettendo in discussione la meritocrazia non il merito, come spiega Rawls. Secondo questo autore, infatti, era la meritocrazia il problema perché fonda le radici sulla distribuzione dei meriti individuali come principio fondamentale di giustizia in una società che operi in situazioni di risorse limitate. Di fatto, la teoria rawlsiana scarta il merito come criterio centrale della giustizia per due motivi:

  • perché le eccellenze non sono meriti di per sé ma lo diventano;
  • perché non tutte le forme di eccellenza sono accessibili a tutti, quindi, non è pertinente considerarle in termini di giusto e ingiusto.

Forse con questi richiami vi ho confuso maggiormente le idee ma tutto questo vi fa capire quanto il merito sia una nozione plastica, che ha attraversato metamorfosi e incarnazioni diverse nel corso della storia, della prassi e delle idee.

Occorre comprendere che in questo articolo non si è condotta una critica nei confronti del “merito”, ma della “meritocrazia” spinta, oggi, alle sue estreme conseguenze. Questa ideologia ha cambiato il sistema scolastico e ha portato i giovani a sviluppare uno studio passivo e utilitaristico affine al superamento di un test, di una prova Invalsi, ma comunque privo di contenuti. Tutto ciò porta lo studente a non possedere delle vere conoscenze o, addirittura, a sentirsi “non meritevole” se, per qualsiasi motivo, non dovesse riuscire a rispondere correttamente ad una crocetta. Questo non genera talento, né tanto meno una competenza al servizio della comunità sociale di appartenenza.

Se poi analizziamo il fatto che la meritocrazia, con la sua cultura d’impresa, ha pervaso altri ambiti da prima non esposti a questa tematica possiamo avere un quadro più ampio della rilevanza che riveste oggi questa ideologia. Per esempio, da qualche tempo il bisogno di cure mediche non è più l’unico parametro preso in considerazione nella distribuzione delle risorse sanitarie. Persino certi trattamenti salva vita, vanno meritati, come il caso dell’etica dei trapianti d’organo.

Pensate che nel Regno Unito si è discusso sull’opportunità di differenziare – fino a giungere ad escludere – l’accesso di alcolisti o fumatori al trapianto di fegato o di polmone, indipendentemente dalla loro probabilità di successo. In breve, l’ideologia del merito sta invadendo ambiti come quello della saluta e della cura e la domanda sempre più frequente è: perché donare a chi non lo merita?

Questa differenziazione tra chi merita e chi non merita sta diventando una nuova forma di giustificazione delle discriminazioni sociali, delle disuguaglianze. Infatti per quanto concerne specialmente le cure mediche, non si dovrebbe parlare di “merito” ma di diritto alle cure. Ognuno di noi, fumatore o allergico al tabacco, alcolista o astemio, tossico o super sportivo, ha il diritto a ricevere le cure mediche indipendentemente da qualsiasi tipo di merito.

Insomma, si sta perdendo ogni tipo di etica e, soprattutto, la volontà di porre il proprio talento al servizio della comunità sociale di riferimento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

Trending