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Essere o dover essere: perché Parmenide non aveva ragione- Parte 1

Parmenide, il filosofo dell’essere e il non essere, in fin dei conti non aveva ragione: esistono persone dalla duplice natura.

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Buonasera e bentornati, compagni di filosofia. Quest’oggi parto con delle scuse, perché sarà un articolo un po’ diverso dal solito. Nel giornalismo è consuetudine utilizzare il canone dell’impersonalità, si tende ad essere oggettivi, lapidari, come lo stesso Parmenide era sembrato nelle sue dichiarazioni, ma io non sono una giornalista né, tanto meno, oggettiva. Ho scritto queste parole qualche ora fa, giusto dopo pranzo, riflettendo sul periodo della mia vita appena concluso e su quello ancora da iniziare. Perché proprio oggi, 23 giugno, ho appena concluso il percorso lungo, faticoso e bellissimo, che mi ha portata ad appassionarmi alla filosofia, tre anni fa, e ad iniziare a vederla in ogni nostra piccola azione: oggi ho messo un punto ai miei cinque anni di liceo scientifico circondata dai professori che mi hanno aiutata e sostenuta, ed è stata un’emozione unica.

Al di là della scienza

Chiaramente, non è di questo che ho intenzione di parlare. Quando mi dissero di prendere la vita con filosofia probabilmente esagerai, ed è per questo che mi ritrovo proprio adesso a pensare a quanto Parmenide si sbagliasse: e a questo punto sarà difficile trovare qualcuno d’accordo con me, perché la celeberrima

“L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere”

non può essere fraintesa. Ha un significato chiaro, preciso, mirato come una freccia che centra il bersaglio (ma non parliamo di frecce, quelle ricordano troppo Zenone). In termini filosofici potremmo dire che Parmenide è l’ideatore del principio di identità e di non contraddizione. Ma non è oggi che voglio soffermarmi su questo.

Piuttosto, vorrei spostare la mia riflessione su un’interpretazione un po’ più umana di quelle poche parole: io sono l’essere, non posso avere altre forme. Il senso che penso di potergli attribuire è che ognuno di noi ha una propria vocazione, che non è detto che ci soddisfi in toto.

Il pensiero va ai tanti ragazzi come me che si trovano a dover scegliere chi essere, cosa essere, pur non avendo una natura univoca. Forse i filosofi praticavano l’amore per il sapere con più libertà, del resto era ancora tramite la filosofia che si parlava di scienza, mentre adesso gli ambiti sono ben distinti. E Parmenide era stato chiaro: c’è una sostanziale differenza tra le cose. L’identità è unica e appartiene unicamente alla cosa in sé.

Ma nella società odierna siamo convogliati sin dalla fine delle scuole medie verso un percorso che ingenuamente sentiamo nostro, e che in molti casi solo alla fine sentiamo non appartenerci. Mi è successo, in un certo senso, ho sempre avuto una propensione per le materie umanistiche. Ma in fin dei conti, solo ora realizzo quanto mi piaccia fare mie anche le materie scientifiche. Quindi mi chiedo: possibile che l’essere sia obbligato a rimanere univoco? Possibile che non esista la possibilità di sentirsi parte di una realtà che è destinata a non appartenerci? Per come è strutturata la società, che è un po’ anche ciò che è materialmente possibile, questa realtà non dovrebbe esistere. Eppure io mi sento così. Mi sento parte di due mondi completamente diversi e profondamente contrastanti. Ma li amo entrambi, tanto da non riuscire a capire, certe volte, se la strada che sto prendendo sia quella giusta.

Ogni scelta presa non può essere modificata, ma inciderà inevitabilmente su di noi. Questa settimana c’è poco di filosofico nelle mie parole, e per questo ancora valgono le scuse all’inizio dell’articolo. Vorrei solo invitare a questa riflessione: cosa intendiamo noi con essere qualcosa o essere qualcuno? Quand’è che siamo? Quando ci riconosciamo a pieno in un costrutto sociale, in un profilo già ben delineato, o quando affermiamo di non essere, considerando la nostra persona a 360 gradi? Personalmente non lo so, non ritengo accettabili nessuna delle due soluzioni, per l’uno e per l’altro verso.

Riprenderemo questo tema la settimana prossima, aiutandoci con il pensiero e la visione di Hegel.

Buona settimana,

Gaia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Classe '01, frequento l'ultimo anno di liceo scientifico a Viterbo, ma coltivo da anni la passione per la scrittura. Nell'ultimo periodo mi sono resa conto di quanto sia bello poter conoscere gli altri attraverso le parole, così ho iniziato a lavorare per "La Politica del Popolo" come editor e correttrice di bozze. Inoltre gestisco la rubrica di filosofia del martedì.

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