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Maxiprocesso: le persone e le storie. La legge Rognogni-La Torre e l’associazione di tipo mafioso

Gli uomini e le leggi, Pio La Torre, l’introduzione dell’art. 416bis del codice penale, gli strumenti che hanno permesso al Pool antimafia di Palermo di combattere la mafia siciliana.

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Abbiamo parlato di persone e di storie, oggi parliamo di legge. Che poi è un po’ la stessa cosa: le leggi, quando sono scritte bene – ed anche, purtroppo, quando sono scritte male – sono lo specchio di battaglie, dibattiti, cambiamenti, doveri, necessità. Sono lo specchio di persone e di storie, dell’elemento umano nella macchina, come diceva quello. 

Per questo se si parla di Maxiprocesso non si può non parlare della legge Rognoni-La Torre, il testo che ha introdotto nell’ordinamento penale italiano l’art. 416bis, l’associazione di tipo mafioso. Senza un adeguato capo d’imputazione, il processo instaurato dal Pool antimafia di Palermo non avrebbe avuto la stessa efficacia; senza l’inquadramento di una specifica fattispecie di reato, le organizzazioni mafiose sarebbero uscite illese dagli anni ’90. Perché per conoscere e riconoscere i fenomeni, bisogna chiamarli con il loro nome. 

Lo aveva capito Totò Riina, che nel famoso Papello del 1992 a lui attribuito aveva chiesto allo Stato di revisionare quella legge di dieci anni prima che li aveva identificati e colpiti. Una legge approvata dal Parlamento il 13 settembre 1982, immediatamente dopo la strage di via Carini in cui avevano perso la vita per mano di Cosa Nostra il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo. Una legge arrivata con ritardo e con tante vittime sulla coscienza – la coscienza di una legge, sì. A cominciare da Pio La Torre, padre dell’idea che sarebbe poi diventata norma. 

Virginio Rognoni e Carlo Alberto Dalla Chiesa

Pio La Torre era nato nell’entroterra di Palermo, figlio di contadini come Riina e tanti altri boss della mafia siciliana. Ma diversamente da questi La Torre aveva scelto di stare dalla parte dei diritti: prima di quelli dei braccianti, da sindacalista. Poi di quelli di tutti, da politico. Si era candidato con il PCI palermitano, entrando in Consiglio comunale nel 1952. Diventato segretario regionale della CGIL nel 1959, segretario regionale del partito nel 1962 e consigliere dell’Assemblea legislativa siciliana l’anno successivo, nel 1969 venne chiamato a Roma. Da lì la carriera nazionale a fianco di Enrico Berlinguer che lo volle nella segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano. Diventò deputato nel 1972, rieletto nel 1976, componente della Commissione Parlamentare Antimafia e successivamente, dopo l’ulteriore rielezione nel 1979, componente della Commissione Difesa. Fu in quella legislatura, nel 1980, che presentò la proposta di legge n. 1581 che, integrata a due decreti legge voluti rispettivamente dal Ministro di Grazia e Giustizia Clelio Darida e da quello dell’Interno Virginio Rognoni, diventò due anni dopo la legge n. 646/1982, Rognoni-La Torre

Pio La Torre morì prima di vedere il suo progetto – visionario e giusto – realizzato: la proposta di legge n. 1581, redatta in trenta articoli, indicava norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia, disposizioni penali e processuali, reati fiscali e societari e la costituzione di una Commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo. Tuttora la Commissione Parlamentare Antimafia non è permanente, ma riconfermata per prassi ad ogni legislatura. La normativa antimafia invece c’è, ed almeno processualmente, si è visto con il Maxiprocesso, è efficace. 

Il politico e sindacalista fu ucciso il 30 aprile 1982 vicino alla sede del PCI di Palermo: con lui Rosario Di Salvo, attivista, autista, uomo della scorta. Qualche mese più tardi fu approvata la legge che, oltre a far entrare nel nostro ordinamento il sequestro e la confisca dei patrimoni mafiosi, misure di prevenzione confluite nel Codice Antimafia del 2011 e rielaborate negli anni, ha definito un nuovo reato – nuovo per il codice penale italiano: quello di associazione di tipo mafioso. Accanto all’art. 416 che indicava l’associazione per delinquere semplice, la legge Rognoni-La Torre ha inserito l’art. 416bis, che ancora oggi è una fotografia del fenomeno mafioso.

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri.

La legge Rognoni-La Torre fu una svolta: forte di questa disposizione e di queste parole, Rocco Chinnici istituì il Pool antimafia. Forti di questa legge e fidandosi dello Stato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri magistrati siciliani lavorarono al Maxiprocesso, condannando centinaia di uomini di mafia e colpendo duramente la struttura di Cosa Nostra. Che infatti li ha uccisi tutti, ne ha uccisi tanti. Ma noi li ricordiamo, e custodiamo il loro lavoro, custodiamo le leggi, le persone e le storie. Soprattutto quando andiamo a votare. 

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Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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