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Cultura

Serena Bertolucci: “La cultura è uno dei cardini su cui si deve basare la nostra società”

Serena Bertolucci, direttore di Palazzo Ducale a Genova, ci ha raccontato cosa voglia dire ricoprire un ruolo cosi importante e cosa significhi vivere a contatto con la cultura.

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Serena Bertolucci, nata a Camogli (Genova), è in carica come direttore della Fondazione Palazzo Ducale di Genova. Laureata con 110 e lode alla Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, corso in Lingue, il suo arrivo a Palazzo Ducale è stato fortemente voluto anche dal Presidente Luca Bizzarri.

Svolge con grande dedizione e passione il suo lavoro all’interno della Fondazione sostenendo che i musei sono templi di cultura che spesso non vengono sfruttati al meglio delle loro possibilità. Lei ha trovato la chiave per renderli fruibili sotto tanti punti di vista e ci racconta che i musei non sono luoghi chiusi ma centri di cultura fondamentali. In questi momenti così bui dove la cultura è una delle poche prospettive di rinascita e di crescita, abbiamo scambiato qualche domanda con lei che della cultura ne ha fatto il suo mondo e il suo lavoro.

  • Come ha sempre vissuto e considerato il mondo della cultura?

E’ quello che amo fare e dove amo vivere,credo che la cultura sia uno dei cardini essenziali per la crescita della nostra società, qualcuno si deve impegnare secondo i propri talenti ad essere utile. Io potevo essere utile in questo settore. Sono convinta che la memoria sia una delle forme più straordinarie di innovazione, se sai chi sei poi sai dove vuoi e dove puoi andare. La cultura è necessaria per il futuro, è la spina dorsale del paese. Se uno sente e ha la fortuna di riuscire a lavorarci dentro, bisogna impegnarsi in questo.

  • Cosa ha significato per lei passare alla guida di Palazzo Ducale a Genova?

Io venivo da una sfida precedente molto importante che era quella dei musei autonomi, con la riforma Franceschini aveva già cominciato a riflettere con tante difficoltà su come ci si poteva muovere in maniera diversa. Il Ducale è stato un po’ il passaggio successivo, perché una fondazione per la cultura non è un museo quindi ha una vocazione ancora più alta. Noi abbiamo una parte museale perché siamo in un palazzo storico importantissimo per la storia della città, ma nello stesso tempo abbiamo anche il ruolo di produrre contenuti culturali, forniamo idee, convegni, mostre, concerti, cinema siamo un motore di tutto quello che può attraversare i bisogni culturali delle persone. E’ stato un ulteriore passo avanti nella complessità, ma devo dire anche una sfida straordinaria perché si sente proprio la responsabilità della vita culturale cittadina.”

  • Quali sono i suoi obiettivi per questo incarico?

Io porto sempre con me gli stessi tre obiettivi che sono: convincere che le istituzioni culturali non sono un peso per la società, perché purtroppo siamo messi cosi. Se molti pensano che i soldi investiti da parte del pubblico nella cultura spesso non siano redditizi, io agisco in modo da far capire quanto la cultura sia sostanziale e far capire come la cultura produca ricchezza. Questa ricchezza non è necessariamente di denaro ma è un arricchimento. Con la cultura bisogna pensare che si cresce in diverse direzioni, compresa quella economica. L’altra ambizione che ho è quella di riuscire ad organizzare istituzioni che pesino sempre meno sulla collettività. Il terzo è quello di dare dignità alle istituzioni da questa schiavitù del denaro, se tu finanzi non diventi proprietario ma devi garantire semplicemente l’accessibilità dei contenuti.

  • Quali sono stati i cambiamenti che ha portato e quelli che vorrebbe portare all’interno dell’organizzazione pratica di Palazzo Ducale?

Abbiamo cominciato a fare alcune riflessioni importanti su i tipi di pubblici, iniziare a parlare diverse lingue, abbiamo ampliato tantissimo le iniziative a tutti i pubblici da 0 a 100 anni. Abbiamo scelto anche temi che magari non erano usuali in una fondazione culturale del genere: per esempio la street art messa insieme all’arte del ‘600. Cercare di essere la casa di tutti, per cui abbiamo fatto una serie di interventi, di conferenze con giovani studiosi, abbiamo iniziato ad avere una particolare attenzione per i bambini per farli familiarizzare col luogo stesso.

Abbiamo anche messo a disposizione gli spazi anche alle associazioni cittadine che ne avevano bisogno in maniera gratuita. Abbiamp anche una sala chiamata Sala Dogana che si occupa esclusivamente di creatività giovanile. Abbiamo delle zone anche per un pubblico anziano dove possono fare letture, yoga e hanno una serie di servizi dedicati a chi soffre di patologie come l’Alzheimer.

La mia idea è proprio quella di costruire attraverso tutte queste operazioni come anche ospitare cinema all’aperto, fare concerti, un luogo che sia davvero partecipato.

Un luogo con le pareti permeabili, attraversato dalle persone. Quello che spaventa di più della cultura è quella che noi chiamiamo “sindrome da recinto chiuso”, tu ti avvicini solo se ti senti nel tuo recinto sicuro. Quello che secondo me devono fare le fondazioni, condiviso anche col Presidente Bizzarri, è quello di dire: “Tu qui sei comunque sicuro e anche se non sai puoi cominciare a imparare. In un anno facciamo circa 600 eventi e la maggior parte sono gratuiti.”

  • Ora a Palazzo Ducale sono in esposizione “Le ninfee di Monet”, opera visibile dai visitatori per un tempo individuale di 5 minuti. Qual è stata l’idea che vi ha spinto a mettere a disposizione questa nuova esperienza?

Era un momento di riflessione col mio presidente per capire dopo il Covid come potessimo ricominciare, ri-invitare le persone abbattendo tutte quelle barriere che avevamo dovuto costruirci per salvarci. Abbiamo cercato di mettere insieme due cose, il fatto che non potessimo avere mostre complete con il fatto di dover stare da soli, facendole diventare un valore. Quando mai ti capita di vedere un capolavoro da sola in momenti normali? Mai.

Ne abbiamo parlato con persone che ci hanno aiutato a pensare di provare a ri-sollecitare tutti i nostri sensi: abbiamo trovato Sandro Veronesi che ci ha scritto due pagine su cosa leggere dopo aver visto Monet, Cracco che ci ha fatto una ricetta ispirata all’opera, Ivano Fossati che consiglia i brani da ascoltare durante la visione. La mostra la si può vedere o stando in silenzio oppure ascoltando quello che propone Fossati o Luca Bizzarri che legge Monet che racconta Le Ninfee. Questo progetto sta dando molti più frutti di quello che abbiamo seminato.

  • Che impatto ha avuto lavorare a contatto con un’opera cosi’ importante come quella di Monet?

Io fortunatamente in passato ho avuto a che fare con opere importanti. Qui la cosa che mi ha più emozionato è quando l’opera è arrivata, non era inscatolata in una sola scatola ma dentro a tre, una dentro l’altra. Ogni volta che si toglieva un pezzo per aprirla era un’emozione. Poi il contatto diretto, aver scelto come allestirla, aver misurato esattamente le distanze. Ho capito che l’Impressionismo non rappresenta “cose” ma rappresenta “attimi”.

Ho capito che più la guardavo più vedevo l’attimo di quel giorno in cui Monet stava facendo quel quadro, l’impressione. Quello che in quel momento si era proiettato nella sua retina e nel suo cuore lui l’aveva fissato li’.

  • Quanto è stato importante il contributo di Luca Bizzarri per la realizzazione della mostra?

Noi venivamo da un’altra esperienza durante il periodo Covid che era quella de “La mostra che non c’é” che era stata curata da Luca. Lui legge moltissimo, si informa e scopre di una squadra di calcio di Casablanca che organizza per raccogliere soldi “La partita che non c’é”, una partita che non poteva essere giocata e che però diventava un mezzo per attirare tifosi.

Mi ha proposto di curare una mostra che altrimenti non si sarebbe potuta realizzare. Mettere insieme tutte le opere che sono lontane da Genova ma che erano importanti per la storia della città virtualmente. Per cui abbiamo trasmesso per giorni studiosi da tutta la parte del mondo che ci raccontavano di opere che erano legate alla città.

Successivamente a forza di continui brainstorming intorno a questo ci ha aiutato molto la sua capacità di capire il rapporto con il pubblico che lui vive e che conosce molto bene. Per la mostra di Monet il suo contributo è stato essenziale: come mettere in posizione il quadro, come orientare la luce e che cosa deve raccontare. Si è messo in rapporto con l’opera e ha pensato come potesse interagire nella sua manifestazione. E’ stato decisamente interessante e lui è un creativo vero.

  • Lei è una donna che ricopre un ruolo molto importante, pensa che ci sia ancora e abbastanza posto per il mondo femminile nella cultura?

Credo che, ad eccezione di ruoli apicali che sono sempre purtroppo appannaggio degli uomini, il ruolo femminile nella cultura è stato ancora più mortificato. Spesso quando non si sapeva dove mettere una donna la si metteva nell’ambiente cultura. Quindi c’è stata una doppia mortificazione, perché magari si mettevano persone che non avevano nessun talento e nessuna voglia di lavorare in quell’ambito per cui si mortificavano sia gli uni che gli altri, sia la donna che il settore.

Io ho avuto due fortune: di essere diventata direttore giovane e di averlo fatto in gravidanza che è un altro tabù. Su entrambe le cose c’é da lavorare tanto, soprattutto in Italia. Di solito la giovane età è un valore cosi’ come lo è l’esperienza, però una non può essere negazione dell’altra. Una può essere direttore a 40 anni e basta.

E anche noi donne dobbiamo contribuire, far si che non si sviluppino equivoci. Dobbiamo avere la forza, il coraggio, ci devono dare gli spazi per dimostrare quello che valiamo però dobbiamo riuscire a comportarci all’altezza. Volerci bene, tornare a lavorare in armonia che spesso tra donne è complesso. Far diventare la nostra empatia un valore. Non c’è nulla che non possiamo fare. Meglio se lo facciamo insieme, nella dignità di essere donne in tutte le declinazioni, che è bellissimo.

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Nata a Bologna il 10/06/1990. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Universitá di Bologna. Appassionata di musica, cinema, danza, teatro, arte e sostenitrice della cultura in generale come valore aggiunto.

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