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Essere o dover essere- come Hegel conciliò realtà e divenire – Parte 2

Un amichevole confronto tra la concezione dei principi di identità e non contraddizione tra Hegel e Parmenide. Chi aveva ragione? E perché proprio Hegel?

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Buonasera cari filosofi, benvenuti nel nostro piccolo angolo di filosofia del martedì. La settimana scorsa ci eravamo lasciati con una riflessione sull’essere in quanto identità, il tutto spiegato attraverso le parole del nostro caro Parmenide. Quest’oggi faremo un salto di diverse centinaia di anni, arrivando al maggior esponente dell’idealismo tedesco, una corrente filosofica sviluppatasi nel contesto culturale del Romanticismo. Credo sia importante fare questo salto per mettere a confronto la concezione dei principi di identità e non contraddizione tra i due filosofi, per poi tornare al quesito che tanto tormenta anche la sottoscritta.

Come dicevamo l’altra volta, l’essere per Parmenide è immutabile, perfetto, univoco e definito in confini che non possono mutare. Questo perché per il filosofo dell’unicità l’essere è una certezza alla base del nostro conoscere, no? Secondo lui ciò che è rimane, ciò che non è non lo sarà mai.

Hegel, genio indiscusso e senza dubbio uno dei miei pensatori preferiti, non esitò a dire la sua, affermando che l’identità non è univoca, quindi esiste la contraddizione. Probabilmente del #TeamEraclito, ne diede una dimostrazione banale, scontata, praticamente sotto gli occhi di tutti: quella del boccio e del fiore. Siamo nel periodo adatto per questa metafora: da pochi giorni ci siamo lasciati alle spalle la stagione dei fiori, la primavera. Reduci da un inverno pieno di se, di “è solo una banalissima influenza”, durante la quale abbiamo assistito alla metamorfosi di virologi, economisti, come gazanie ai primi albori dell’alba, è arrivata una primavera strana, osservata, ammirata da dietro i vetri delle nostre finestre.

Forse, per la prima volta, ci siamo soffermati ad osservare il miracolo della natura, e probabilmente anche Hegel fece lo stesso a suo tempo. Magari non nel mezzo di una pandemia mondiale, ma sono certa che raggiunse il suo scopo. E notò che ogni fiore diveniva frutto, ogni seme diveniva stelo, mentre tutto il resto nasceva, cresceva, periva. E si chiese, masticando ancora le parole di Parmenide: può quindi l’essere essere univoco? Può un seme essere seme dopo la sua evoluzione? Un fiore non è più un seme. Un seme non è ancora fiore. Quindi il non essere può essere, l’essere può diventare non essere.

Ricollegandoci al discorso della settimana scorsa, mi sento rincuorata dalle parole di Hegel: ognuno di noi ha una missione da compiere, che prima o poi sarà nota anche a noi, ma senza fretta. Ma un cammino segnato non presupporrà mai che non esistano altre strade da percorrere al ritorno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata a Viterbo, studio e approfondisco le questioni linguistiche più dibattute. Appassionata di letteratura e filosofia, cerco di rendere la cultura semplice, divertente e alla portata di tutti.

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