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Maxiprocesso: le persone e le storie. Un po’ di numeri, un po’ di date

Denominato così nel lessico giornalistico, fu probabilmente il più grande processo penale mai celebrato. Di certo il più grande contro la criminalità organizzata.

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Furono in centinaia ad essere inghiottiti dall’Aula Bunker dell’Ucciardone: giudici, magistrati, avvocati, carabinieri, poliziotti, giornalisti. Le loro famiglie. E di conseguenza tutta l’Italia. I processi sono così, cambiano le sorti di vite e persone, cambiano la storia di interi paesi: il Maxiprocesso fu il più grande di tutti, per numeri e per impatto sociale. 

A cominciare dai numeri legati a quell’aula palermitana: sette mesi, duecento giornate lavorative per costruirla, ottocentocinquanta metri quadri di vetri e porte blindate, denaro pubblico al servizio dello Stato e del popolo, che parte del popolo, almeno in Sicilia nel 1986, riteneva sprecato. U Maxi aveva portato un’aria pesante in una città abituata a convivere con la mafia, e dalla mafia intimorita. C’era fermento, c’erano sentimenti contrastanti. C’erano militari e semplici cittadini. La mattina del 10 febbraio 1986 l’astronave verde, l’Aula Bunker, iniziò a riempirsi. Sarebbe rimasta piena per 638 giorni

Maxiprocesso numeri e date
Il Giudice a latere Pietro Grasso ed il Presidente della Corte Alfonso Giordano con un cancelliere durante il Maxiprocesso.

Gli imputati erano stati condotti a gruppi nelle rispettive gabbie – erano proprio gabbie – facendo molta attenzione ad evitare ogni contatto e comunicazione tra di loro. Molti erano latitanti, altrettanti avevano disertato la prima udienza. Con l’ingresso in aula della Corte, presieduta dal Giudice Alfonso Giordano (civilista, che coraggiosamente aveva accettato l’incarico rifiutato da altri penalisti prima di lui) con il Giudice a latere Pietro Grasso (poi Presidente del Senato dal 2013) il Maxiprocesso di Palermo iniziò.

C’erano più di duecento avvocati e diverse parti civili, tra cui lo stesso Comune di Palermo per volere del sindaco Leoluca Orlando (che è sindaco ancora oggi). C’era una giuria popolare, sei titolari e dieci supplenti, semplici cittadini a servizio dello Stato, che giurarono «con la ferma volontà di compiere da persona d’onore tutto il mio dovere, cosciente della suprema importanza morale e civile dell’ufficio che la legge mi affida». Fu quello il primo atto di un processo affollatissimo che si sarebbe concluso, per ciò che riguarda il primo grado, il 16 dicembre 1987.

La stessa Corte era molto numerosa: per evitare rallentamenti o sospensioni, con un decreto legge di quel febbraio 1986 era stato istituzionalizzato l’uso dei supplenti. C’erano quindi sostituti di ogni figura: giudici, cancellieri, giudici popolari. C’erano anche due pubblici ministeri, Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. «Così solo il diritto vince sul delitto, la democrazia e la civiltà sulla barbarie» disse Ayala a margine del processo. 

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I due pubblici ministeri del Maxiprocesso Giuseppe Ayala e Domenico Signorino con Giovanni Falcone e l’allora Ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro

E poi c’erano loro, gli imputati, i mafiosi: 475 durante la prima udienza, diventati 468 prima del dibattimento perché alcuni di questi – Gaetano Badalamenti fra tutti – erano detenuti all’estero e pertanto legittimamente impossibilitati a prendere parte al Maxiprocesso. Arrivarono infine a 460, con cognomi ricorrenti, con legami di sangue ed affiliazione. Se ne stavano in aula, osservavano, parlavano, venivano riportati nelle celle dell’Ucciardone attraverso corridoi sicurissimi, sotto un tetto a prova di attacchi aerei. Il 14 febbraio 1986 il Presidente Alfonso Giordano dichiarò aperto il dibattimento, ed il 1° marzo si diede avvio agli interrogatori.

La maggior parte degli imputati riferì quanto già raccolto in istruttoria. Già, perché prima c’era stata l’istruttoria del Pool antimafia, il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’Asinara – di cui parleremo – insieme a mesi di interrogatori e conversazioni con i collaboratori di giustizia. C’erano state le confidenze di Tommaso Buscetta, che avevano fornito informazioni sul tessuto di Cosa Nostra ed avevano permesso ai magistrati istruttori di imbastire quel processo. 

Il 3 aprile del 1986 Tommaso Buscetta parlò davanti alla Corte, nel silenzio tombale degli imputati. Ripeté quel che aveva detto a Giovanni Falcone, sottolineò di non essere un pentito: «(…) ero entrato e rimango con lo spirito di quando io ero entrato». L’11 aprile fece il suo ingresso in aula Salvatore Contorno, anche lui collaboratore di giustizia: diversamente dal boss dei due mondi, fu accolto da grida ed insulti, nel fermento nell’aula. “Infami”, questo erano i collaboratori agli occhi degli altri mafiosi. 

Il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta in aula

Il 23 maggio fu la volta di Luciano Leggio, corleonese doc, che parlò del Golpe borghese cercando di delegittimare le dichiarazioni di Buscetta. L’11 giugno arrivò il momento di Michele Greco detto Il Papa, in quel periodo capo della Cupola di Cosa Nostra, arrestato a febbraio dopo due anni di latitanza. Parlò Ignazio Salvo, parlarono molti testimoni. Nell’Aula Bunker non parlò Totò Riina, latitante fino al 1993, e proprio per questo condannato in contumacia dalla Corte del Maxiprocesso

Sì, perché ci furono molte condanne in quel dicembre 1987, più di un anno dopo l’avvio del dibattimento ed a conclusione di quel processo a Cosa Nostra. I pubblici ministeri Ayala e Signorino tennero la requisitoria il 22 aprile 1987 e dopo dodici giorni l’accusa chiese 28 ergastoli, quasi 5000 anni di carcere, circa 24 miliardi di lire di multa e 45 assoluzioni. I reati a carico dei mafiosi erano quelli di omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione ed associazione mafiosa ex art. 416bis.

Di lì a poco iniziarono le arringhe della parte civile e quelle degli avvocati degli imputati: furono 635, per l’esattezza. E si concentrarono tutte sulla delegittimazione dei collaboratori di giustizia, sull’inattendibilità delle loro dichiarazioni, sulla loro volontà di vendetta. Si arrivò a novembre: l’11 di quello stesso mese la Corte entrò in camera di consiglio. C’erano state, dal febbraio 1986, 349 udienze e 21 mesi di processo

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Il Presidente della Corte Alfonso Giordano mentre legge la sentenza di primo grado del Maxiprocesso di Palermo

Più di un mese dopo, il 16 dicembre 1987, il Presidente della Corte Alfonso Giordano diede lettura del dispositivo della sentenza del Maxiprocesso. Impiegò un’ora e mezza per farlo. 54 pagine, 346 condanne di cui 74 in contumacia. Tra queste 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e 11,5 miliardi di lire di multe. Assolti: 114. Terminò così il primo grado del Maxiprocesso di Palermo, «in nome del popolo italiano». Tra il 1989 ed il 1990 ci fu il processo d’Appello, da molti considerato disastroso. Nel gennaio 1992 ci fu la sentenza di Cassazione, che ribaltò il giudizio di secondo grado e riaffermò, questa volta definitivamente, la struttura verticistica di Cosa Nostra e le responsabilità penali – mafiose – degli imputati. Quella sentenza costò la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ammazzati ferocemente da lì a pochi mesi. Ma lo Stato, almeno con il Maxiprocesso, vinse. 

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Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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