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Diego Buonanotte: il talento del River eclissato da un tragico destino

Un terribile incidente stronca il brillante talento di Diego Buonanotte: promessa del River Plate rovinata da un ingiusto turbine mediatico.

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La luce di un giovane talento è tanto potente quanto debole. I motivi per cui certi giovani promettenti non arrivano a vincere ciò che gli era stato pronosticato di fare possono essere innumerevoli: aspettative troppo alte, mentalità non vincente, problemi fisici, carattere debole.  La storia che vi sto per raccontare è però unica nel suo genere: è la storia di un talento che abbiamo soffocato noi, il pubblico, la gente sugli spalti che, animata da infondate dicerie, rovina anche gli animi più puri e incorruttibili.

Stiamo parlando di uno dei più luminosi talenti del calcio argentino degli ultimi anni, che risponde al nome di Diego Mario Buonanotte, nato a Teodelina il 19 aprile 1988.  Fin da subito le sue straordinarie doti vengono notate dai due club principi in Argentina: il Boca Junior e i nemici del River Plate. Sono proprio questi ultimi che si aggiudicano il suo talento e il ragazzo non li deluderà. 

La carriera: tra il River Plate e la Selecciòn 

Il suo debutto avviene il 9 aprile 2006 quando, subentrando ad un certo Gonzalo Higuain, inizia a far innamorare i propri tifosi. La stagione che lo consacra definitivamente è quella seguente, sotto la guida di Daniel Passarella, che prende sotto la propria ala la giovane promessa e gli permette di brillare. Segnerà infatti 11 gol stagionali e condurrà la sua squadra alla conquista del titolo grazie ad una indimenticabile doppietta nella penultima partita del campionato argentino. 

La sua esile corporatura, che gli procurerà il soprannome “El Enano”, lo rende imprendibile per qualsiasi avversario: baricentro basso, velocità, dribbling e il suo magico sinistro sono solo alcune delle doti che il centrocampista di Teodolina possiede.  Diego in poco tempo è sulla bocca di tutti: quel giovane talentuoso di appena 161 centimetri per 49 chili fa impazzire il Monumental.

La sua maturazione calcistica avviene grazie al nuovo condottiero che il River sceglie: il Cholo Diego Simeone.  Sotto la sua guida ha l’opportunità di giocare con stelle internazionali del calibro di Falcao e Lamela e parallelamente viene premiato dal ct argentino con la prima convocazione in nazionale dove ammira da vicino Lionel Messi, Sergio Aguero e il Pocho Lavezzi.

Con compagni di questa portata Diego ha poco spazio per mettersi in mostra partendo quasi sempre dalla panchina, ma riesce comunque a segnare il primo gol con la Selecciòn contro la Serbia nella fase a gironi delle olimpiadi di Pechino dove vinsero poi l’oro. In Argentina, si sa, il calcio è considerato una vera e propria religione e se rispondi al nome “Diego” e il tuo talento è un diamante grezzo, i paragoni con il Dio del calcio non tardano ad arrivare…

L’incidente 

Come anticipato, c’è una precisa ragione per cui oggi non sentiamo parlare di questa stella, e quella regione è da ricondurre al 26 dicembre 2009. La mattina di Santo Stefano Diego e i suoi tre amici di infanzia, Gerardo, Alexis ed Emanuel, erano diretti all’aeroporto di Buenos Aires, direzione Brasile. Alla guida della Peugeot 307 nera del padre c’era proprio Diego. 

Alle 6.45 di mattina, sotto un copioso temporale, qualcosa va storto. Diego perde il controllo dell’auto che, dopo alcuni istanti, si schianta terribilmente contro un albero al margine della strada. L’impatto è fortissimo, la Peugeot è a pezzi. Muoiono sul colpo tutti i passeggeri eccetto uno, Diego Buonanotte. El Enano viene ricoverato d’urgenza in terapia intensiva con molte fratture e una grave contusione polmonare, si riprende dopo poco tempo e per tutti è un miracolato, tutti eccetto lui. 

“Perché non sono morto anche io? Perché?”

Sono queste le uniche parole che il ventunenne riesce a pronunciare. Il drammatico incidente segna in modo indelebile il ragazzo che prima di fare ritorno sul campo affronta un lungo periodo di riabilitazione fisica e psichiatrica.

Il turbine mediatico 

Visti i danni fisici, la convalescenza di Diego Buonanotte sarebbe dovuta essere di circa 7 mesi. Il ragazzo, per evitare che il dramma lo divorasse, si concentra sul recupero e riesce incredibilmente a tornare in campo il 17 aprile 2010.

La partita è River Plate contro Godoy Cruz, Diego entra nel secondo tempo pronto a lasciarsi tutto alle spalle ma ciò che accade lo riporta dritto nel tunnel di paure e incubi da cui era appena uscito. Il bentornato che i tifosi ospiti riservano a Diego è una pioggia di insulti e voci che all’unisono gli gridano “assassino”. 

Nei mesi successivi all’incidente infatti, la stampa argentina lo dipinge come colpevole sostenendo che fosse ubriaco alla guida. Diego viene condannato per omicidio colposo e il processo durerà due anni. L’esito è però inaspettato: non vi era alcuna traccia di alcol o droga nel suo sangue, il motivo dello schianto è probabilmente da ricondurre al fenomeno di aquaplaning.

Diego, risucchiato dal turbine mediatico, prova a scappare dall’Argentina cercando fortuna in Europa dove gioca prima per il Malaga poi per il Granada senza lasciare però alcun segno. Da quel maledetto giorno si vedranno solo alcuni lampi di quel genio che era destinato ad essere. 

Non tanto la tragedia quanto le pesantissime accuse da parte della “sua” gente riecheggeranno per sempre in lui impedendogli di mostrare al mondo ciò che con i piedi era in grado di fare: disegnare calcio. Oggi, dopo ogni gol segnato, bacia il suo braccio sinistro su cui sono incisi i nomi dei suoi amici, Gerardo, Alexis ed Emanuel. Bacia quei nomi e li rivolge al cielo, per omaggiarli, salutarli e rimpiangere la tragedia che gli ha strappato la vita. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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