Connect with us

Cittadini

Maxiprocesso: le persone e le storie. Giovanni Falcone e quello “spirito di servizio”

Dai mafiosi pretendeva di essere chiamato Dottor Falcone: non era boria, era senso dello Stato.

Published

on

Dottor Falcone, o Dottore Falcone: Tommaso Buscetta, nelle poche interviste rilasciate in televisione dopo il loro incontro nel 1984, lo ha sempre chiamato così. Perché Giovanni Falcone, magistrato, componente del Pool antimafia e padre – insieme a Paolo Borsellino ed Antonino Caponnetto – del Maxiprocesso di Palermo, era prima di tutto un rappresentante dello Stato, e come tale voleva essere trattato. 

Non era presunzione, non era boria: sarebbe stato difficile, per un uomo che ha cambiato la storia del nostro Paese e che da quello stesso Paese è stato prima isolato e poi abbandonato. Era senso profondo dei ruoli, rispetto delle istituzioni, definizione di cosa fosse Stato e di cosa fosse mafia. 

Non è facile scrivere di Giovanni Falcone, perché le sue parole sempre precise e misurate risuonano ancora nelle orecchie di chi vuole ascoltare: ed in quelle parole c’è tutto quello che bisogna dire sulla lotta alla mafia, sulla cultura italiana, sul senso della legalità. Non è facile anche perché, nonostante questo, tanto è stato detto, nella stratificazione del tempo, nelle variazioni sociali del fenomeno mafioso, nelle commemorazioni che ogni anno arrivano, incalzano, e poi passano. E allora resta solo da ricordarlo anche nei giorni diversi dagli anniversari, resta da ricordarlo sempre. 

Giovanni Falcone era nato a Palermo nel quartiere della Kalsa: un posto vivacissimo e partecipato, popolare, dove tutti parlavano con tutti, tutti giocavano con tutti. E infatti lui giocava non solo con Paolo Borsellino, nato tra quelle stesse strade, ma anche con figli delle famiglie mafiose, bambini che da adulti avrebbe arrestato e perseguito. Persone che lui conosceva bene, e forse proprio per questo riusciva a comprenderne la mentalità mafiosa, divenendo capace di colpirla. Dopo la maturità Giovanni Falcone si era iscritto all’Accademia Navale, dove aveva mostrato una spiccata propensione per il comando, ma poco altro. Errori di gioventù: non era la sua strada. Il padre allora lo aveva iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo, che lui frequentò brillantemente e concluse in quattro anni. Compiuti i 25, era già diventato magistrato. 

Giovanni Falcone

Quando nel 1979 Rocco Chinnici ebbe l’idea di creare un Pool che indagasse in modo coordinato sulla criminalità organizzata, volle quel giovane magistrato nel gruppo. Giovanni Falcone arrivò a Palermo come giudice istruttore, conscio del pericolo a cui si stava sottoponendo. “Si vive una volta sola”, rispose alla sorella Maria che gli chiedeva le motivazioni di quella scelta. 

Nel Pool fece subito la differenza – un luogo in cui c’era spirito di solidarietà, fratellanza, nessuna gelosia. Ognuno faceva il proprio lavoro secondo possibilità, con la consapevolezza dei ruoli e la coincidenza dei fini. Iniziò a fare indagini incrociate tra le banche e gettò le basi – forse inconsciamente – di quello che sarebbe diventato il Metodo Falcone, tuttora studiato ed applicato nel mondo. Follow the money, perché lì c’è qualcosa da controllare. Si guadagnò subito le antipatie di chi diceva che avrebbe distrutto l’economia siciliana: sommergerlo di fascicoli secondari, fu questa l’idea di Giovanni Pizzi, allora Presidente della Corte d’Appello palermitana. Fu solo il primo atto di velato boicottaggio che Falcone ricevette nella sua carriera. 

Nonostante questo continuò con il suo lavoro, qualche anno dopo riuscì ad interrogare Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno – per lui dissociati, non pentiti, aveva eliminato il retaggio cattolico dal significato della figura e ne chiedeva una regolamentazione, a quel tempo assente – ed insieme a Paolo Borsellino si mise a tessere la struttura dello storico processo. Lo fecero all’Asinara, l’isola-carcere al largo della costa sarda in cui erano stati trasportati in gran segreto con le loro famiglie, nella notte, per volere di Antonino Caponnetto, allora capo del Pool. Voleva proteggerli dalla furia mafiosa.

All’Asinara i due magistrati restarono dal 5 al 30 agosto 1985: lì scrissero la requisitoria del Maxiprocesso, che sarebbe cominciato sei mesi dopo, il 10 febbraio 1986. Per quel soggiorno sull’isola gli fu presentato il conto: pernottamento e pasti, 415mila lire a testa, rimborsabili per motivi di servizio, certo, ma comunque richiesti. In un ambiente in cui il non detto è più del detto, quella richiesta era un messaggio preciso. 

Giovanni Falcone

Due anni dopo la sentenza di primo grado del Maxiprocesso, nel giugno del 1989, fu sventato un attentato ai danni di Giovanni Falcone, all’Addaura, sua residenza estiva. Il non essere morto con quell’esplosivo, per il magistrato, diventò un peso: o almeno non per lui, per l’opinione pubblica. C’è una testimonianza fortissima di Falcone da Corrado Augias, la trasmissione si chiamava Babele, la domanda era “giacché lei fortunatamente è ancora tra noi, chi la protegge?”. Era il 1992, qualche settimana prima della sentenza di Cassazione che avrebbe chiuso il Maxiprocesso. “Questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo Paese”, rispose Falcone. Le parole più dure della sua carriera, di quell’uomo schivo e misurato che aveva fatto tutto “soltanto per spirito di servizio”. Una risposta amara, “molto amara” come disse il giornalista; ma il magistrato aveva ragione.

Dopo l’Addaura, nel 1990, al culmine della delegittimazione pubblica della sua figura – lettere, diffamazioni, voci – Giovanni Falcone aveva pensato di prendere una boccata d’aria da Palermo e si era candidato al Consiglio Superiore della Magistratura. La sua candidatura fu bocciata: fu tradito dai suoi stessi colleghi. Accettò allora il posto nella Direzione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, spostandosi a Roma. Era già stato condannato a morte da quello stesso Stato che aveva servito. 

Giovanni Falcone

Fu proprio tornando da Roma, nel maggio 1992, cinque giorni dopo il suo compleanno, a bordo della Fiat Croma insieme alla moglie Francesca Morvillo – non ebbero figli, “non voglio mettere al mondo orfani” – che Giovanni Falcone incontrò il tritolo di Totò Riina, posizionato a Capaci, lungo l’autostrada A29. Nella casa del magistrato a Palermo c’era una torta di fragole che lo aspettava, per festeggiare un compleanno che non festeggiò mai. Giovanni Falcone morì il 23 maggio 1992 a 53 anni. E ricordarlo non sarà mai abbastanza.

Abbastanza sarà solo quando la mafia sarà sconfitta e la società italiana, internazionale, sarà diventata impermeabile agli atteggiamenti criminali. Non c’è niente di eroico, c’è tanto di quotidiano: dipende da noi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

Trending